
9/5/2018
La legge 194 non si tocca: 40 anni di lotta per difenderla e farla applicare
Nata da un grande dibattito che moltissime donne e le loro associazioni hanno imposto alla politica, la legge 194 ha segnato un passo fondamentale nell’esistenza femminile attraverso la parola AUTODETERMINAZIONE, registrata nella legge come imprescindibile diritto a decidere liberamente del proprio corpo in ordine alla sessualità e alla procreazione. Continuamente aggredita, a cominciare dai due referendum che, solo tre anni dopo, ne chiedevano l’abrogazione con opposte ma convergenti intenzioni, fino al vergognoso svuotamento delle sue finalità portato avanti da un’abnorme obiezione di coscienza e dalla sottrazione dei servizi previsti per la prevenzione, la legge 194 è diventata negli anni cuore e simbolo di un attacco generalizzato ai diritti delle donne. Ancora oggi, nel quarantennale della legge, ci troviamo a fronteggiare gli attacchi del movimento Pro vita, a cui si aggiunge Forza Nuova con accresciuta violenza verbale (la 194 definita strage di stato), fisica (striscione sulla Casa internazionale delle donne) e politica, rivelando apertamente la matrice reazionaria e neofascista dell’attacco alla legge e alle donne. In realtà strage In realtà strage di stato sono state le migliaia di donne morte per aborto clandestino o i danni che questo provocava alla loro salute, prima che la legge fosse approvata; strage di stato è stata la violenza di maternità subite, la violenza di una sessualità maschile spesso imposta. All’epoca, i due referendum furono vinti dalle donne che seppero convincere la stragrande maggioranza del paese di quanto fosse necessario rendere visibile la tragedia dell’aborto clandestino, porvi rimedio, mettendo tutta la società di fronte alla questione riproduttiva; una società che, ora più di allora, non sostiene realmente né le donne, né i bambini e le bambine che nascono. Al parlamento uscito dalle ultime elezioni e al futuro governo chiediamo di farsi garante dei diritti delle donne di questo paese, senza arretramenti, mentre, per parte nostra saremo pronte a denunciare ogni tentativo di riportarci indietro e a restringere la nostra libertà e a chiedere la corretta applicazione dell’attuale legge; una legge già fortemente compromessa nella sua applicazione -ad esempio dal modo in cui è stata interpretata l’obiezione di coscienza-, che si vorrebbe ulteriormente stravolta da senatori Provita, con un vero e proprio percorso di dissuasione della donna che chiede l’interruzione di gravidanza con l’unico risultato di rimettere l’aborto sul mercato clandestino, con aumento dei rischi per la salute delle donne. Del resto i consultori sono già depauperati quanto a ore e personale, e, come si evince anche dall’ultima relazione ministeriale del 2016, non sono più fondamentali presidi, sia per la prevenzione dell’aborto che per le interruzioni di gravidanza. Per questo UDI ha lanciato la campagna ADESSO BASTA, per portare in superficie le inadempienze verso la legge e l’insignificanza a cui si vogliono condannare i Consultori. Per questo vogliamo ancora una volta affermare che la legge 194 non si tocca, che non abbiamo mai sostenuto l’aborto “libero” e l’aborto “come diritto”, mentre sosteniamo il diritto che sia applicata una legge che consente di interrompere la gravidanza, in determinate circostanze e nelle strutture pubbliche, dentro al servizio sanitario nazionale. Piena applicazione della legge significa anche adeguamento alla migliore prestazione possibile, sulla base di indicazioni e protocolli internazionali, consolidati da anni. Dunque RU486 fino alla nona settimana e, salvaguardando e potenziando i Consultori, somministrata anche nelle strutture consultoriali, mentre là dove si parla di prevenzione si deve agire affinché la contraccezione ordinaria e di emergenza siano accessibili, gratuite, senza obiezioni fasulle o con il fai da te su Internet. Debbono rimanere fuori dai consultori e fuori dal percorso delle donne che chiedono l’IVG, i persuasori occulti, dissuasori, associazioni prolife di ogni ordine e grado, neofascisti del terzo millennio che vorrebbero invece incidere sulla scelta delle donne. La legge non consente infatti la dissuasione, prevede, e solo su richiesta della donna, il ricorso ad una rete territoriale, per eventuale soluzione di problemi, a suo insindacabile giudizio, davvero risolvibili. A chi vuole colpevolizzare le donne e/o trattarle come inconsapevoli, quando non incoscienti madri mancate, diciamo: le donne conoscono bene i rischi di IVG, come quelli del dramma di una gravidanza indesiderata o della scelta fra lavoro e maternità. Basta con l’ideologia familista/maschilista che rivuole la donna o in casa a fare figli o in carriera senza maternità. Pretendiamo, come vera prevenzione dell’aborto, contraccezione libera e gratuita, seri sostegni alla maternità, nel lavoro, nei servizi, nelle relazioni familiari e, alla base di tutto, una vera cittadinanza delle donne in una società che non sia sessista e misogina. LA 194 NON SI TOCCA. LIBERTÀ DI SCELTA E PREVENZIONE SONO ANCORA LE NOSTRE PAROLE DEL PRESENTE E FUTURO. Il nostro invito è di segnare questo quarantennale con la nostra presenza nelle piazze, nei luoghi significativi, davanti alle Sedi Regionali, ovunque pensiamo che sia giusto esserci, essere viste e sentite. Vorremmo farlo con quante condividono una difesa senza eccezioni della legge 194; vorremmo farlo con donne diverse e di diverse generazioni. UDI-Unione Donne in Italia
23/3/2018
Ventiquattro femminicidi da inizio 2018
ASSOCIAZIONI E SINDACATI: “IL GOVERNO RENDA IMMEDIATAMENTE OPERATIVO IL PIANO STRATEGICO PER LA LOTTA ALLA VIOLENZA MASCHILE SULLE DONNE”.Roma, 23 mar - Ventiquattro donne uccise vittime di femminicidio dall’inizio del 2018, quella che nostro Paese si configura come una vera e propria mattanza prosegue al ritmo di una donna ammazzata ogni 24 ore nelle ultime settimane. Lo scorso 25 novembre i giornali titolavano Via libera al Piano antiviolenza. A distanza di 4 mesi, con un femminicidio ogni due giorni quel Piano, frutto di un lungo confronto tra società civile, varie associazioni di donne, sindacati, ministeri e istituzioni, e che porta con sé la novità di un intervento finalmente strutturale sul tema, non è però ancora operativo.il Piano strategico del governo per la lotta alla violenza maschile sulle donne adottato dal Governo per il triennio 2017 2020, approvato in Conferenza Stato-Regioni e finanziato nella legge di stabilità, a tutt'oggi non decolla.Al Governo e al Parlamento chiediamo dunque di renderlo immediatamente operativo, predisponendo le risorse economiche dedicate e rendendole immediatamente esigibili per la sua attuazione. Perchè in una situazione drammatica come quella italiana, dove molto si dice e poco si riesce a fare per contrastare concretamente la disparità di potere tra uomini e donne, alla radice del fenomeno della violenza, attendere ulteriormente è un fatto gravissimo.Lo Stato italiano, inoltre, che ha ratificato la Convenzione di Istanbul, ha l'obbligo di rendere operativo il Piano strategico e di muoversi con la dovuta diligenza da parte di tutte le strutture istituzionali coinvolte nel Piano stesso. Le donne non devono ancora subire violenze in attesa che tutti facciano quando dovuto prescritto dal piano e che le azioni discusse e condivise trovino attuazione.Associazione Nazionale dei Centri Antiviolenza, Associazione Nazionale Telefono Rosa, CGIL, CISL, UIL, UDI Nazionale, Pangea, Rete per la Parità
20/3/2018
L’UDI alla CEDU al fianco di Antonella Penati
Per la prima volta l'UDI ha chiesto alla Cedu - Corte Europea dei Diritti dell'Uomo - di intervenire come terzo a sostegno del ricorso di Antonella Penati presentato contro lo Stato Italiano, per non aver tutelato il diritto alla vita del proprio figlio Federico Barakat ucciso dal padre. La Penati, infatti, aveva più volte denunciato la violenza e pericolosità dell’uomo, culminata nell'omicidio del figlio di soli otto anni, avvenuto durante un incontro protetto presso i servizi sociali il 25 febbraio 2009. In questo caso, sul diritto alla vita del bambino ha prevalso il diritto alla genitorialità di un padre violento. Il nostro intervento si basa sulla profonda convinzione che "tragedie annunciate" come questa, o come quella del recentissimo caso di Cisterna di Latina, siano tali anche a causa dell'inadempienza di uno Stato troppo lento e troppo superficiale nel gestire situazioni di pericolo e di emergenza delle donne e dei loro figli, vittime di violenza domestica. Ci auguriamo, pertanto, che la nostra partecipazione al processo instaurato innanzi alla Corte Europea possa essere utile a perorare la causa della madre del piccolo Federico, e che anche in questo caso la CEDU riconosca l'inefficienza dello Stato italiano nell’affrontare la violenza maschile contro le donne,contribuendo dunque a realizzare gli auspicati interventi di tutte le istituzioni statali più volte richiesti nelle piazze e nelle sedi istituzionali in cui ci siamo espresse, in osservanza della Convenzione di Istanbul.