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DDL Valditara: non possiamo rispondere alla fame di sapere, alla necessità di capire sé e il mondo con gli steccati e i divieti, affidando ai genitori una responsabilità che non compete loro.

   La libertà di esistere ed essere soggetti di diritto, indipendentemente dalla famiglia in cui si nasce, è uno dei fondamenti della Costituzione, il pensiero che ha accompagnato soprattutto le madri costituenti convergendo sull’idea di una famiglia come luogo di possibilità e non di interdizioni. Sono occorsi trent’anni e oltre per cancellare la potestà del padre e poi anche la parola potestà nel definire la relazione dei genitori con i figli mutandola in responsabilità. La scuola pubblica di una democrazia dovrebbe essere lo spazio di crescita nella libertà ed eguaglianza di possibilità offerta a tutte e tutti, affidata ad insegnanti capaci di educare e non solodi istruire.Nella scuola democratica ogni sapere, teorico pratico relazionale, dovrebbe essere a disposizione delle giovani generazioni in crescita e via via offerto alla loro crescente capacità critica rispondendo ai bisogni e ai desideri che vivono nell’infanzia e nella giovinezza chiedendo nutrimento.Non possiamo rispondere alla fame di sapere, alla necessità di capire sé e il mondo con gli steccati e i divieti, affidando ai genitori una responsabilità che non compete loro. Il rinnovato familismo introduce un dispositivo contrario all’art. 3 della costituzione con il quale la Repubblica democratica si impegna a rimuovere ogni ostacolo che, di fatto, introduce discriminazioni e differenze.Già nel 1984 l’introduzione della scelta dell’ora di religione cattolica affidata ai genitori ha aperto una crepa nell’ordinamento scolastico e ne ha incrinato la laicità.Quella scelta introduceva un fattore di autorità nella relazione tra genitori figli e scuola che spostava il diritto a crescere i propri figli nella cultura famigliare e lo trasformava in vincolo riducendo la libertà anche dei piccoli e delle piccole nel muovere i primi passi nel mondo garantiti dall’istituzione. Ancora più grave la decisione del ministro sull’educazione affettiva e sessuale, che diventa fattore divisivo delle classi, complicazione della già difficile gestione scolastica ma soprattutto riscrive la responsabilità genitoriale, condivisa con le istituzioni a tutela di tutti i nati e le nate, in potestà. Il fondamento individuale della libertà, tutelato dalla nascita in democrazia, viene attaccato a favore di una famiglia proprietaria che non va certo incontro al diritto di essere serenamentegenitori. Oggi i genitori hanno bisogno di una scuola che accompagni la genitorialità, non di nuove potestà.Nell’attuale sistema comunicativo che riversa sull’infanzia e l’adolescenza contenuti senza filtri, la scuola dovrebbe essere il luogo di un dialogo maieutico che consente di acquisire gli strumenti per affrontare i propri sentimenti e desideri, la crescita e mutamento del corpo, le relazioni amorose e gli alfabeti creativi che le governano senza violenza o costrizione. Il decreto di Valditara è insensato oltre che antidemocratico, non imbriglierà la realtà di bambini e bambine il cui destino è comunque crescere, di giovani che guardano al mondo come orizzonte, ma rappresenta una picconata alla democrazia e questo renderà più difficile la vita a quei giovani che pensa di tutelare con un moralismo ipocrita e una decisione pilatesca.                                                                                                                                         Rosangela Pesenti                                                                                                                                    Segreteria nazionale UDI

2 GIUGNO: LA REPUBBLICA NASCE ANCHE DALLE DONNE

Il 2 giugno rappresenta una delle date fondative della nostra Democrazia.È il giorno in cui il popolo italiano scelse con voto libero la Repubblica e la Democrazia e, per la prima volta, anche le donne esercitano il diritto di voto e poterono essere elette affermando finalmente una conquista per la quale hanno lottato fin dalla nascita dello Stato italiano.Le donne sono state fondamentali per la fine della guerra e la vittoria della resistenza, donne che hanno rischiato la propria vita per la libertà del Paese e che, attraverso la lotta antifascista, hanno rotto definitivamente l’immagine imposta dal regime fascista che le voleva relegate esclusivamente al ruolo di moglie e madre.La Resistenza rappresentò per molte donne una presa di coscienza collettiva: dimostrarono capacità organizzative, coraggio, intelligenza politica e senso di responsabilità verso la comunità.Furono staffette, combattenti, organizzatrici, infermiere, donne capaci di tenere insieme la sopravvivenza quotidiana e la costruzione di una nuova idea di Paese.Dentro quella lotta durissima nacque l’Udi che lottò da subito proprio per il diritto di voto e si schierò con la scelta della Repubblica.Nel 1944 l’associazione costituì il Comitato Pro Voto e avviò un enorme lavoro di alfabetizzazione politica rivolto alle donne. Bisognava spiegare cosa significasse votare, perché fosse importante partecipare, come si esercitasse concretamente quel diritto negato per secoli.Le donne risposero con entusiasmo straordinario.Le testimonianze raccontano di file lunghissime davanti ai seggi fin dalle prime ore del mattino, di donne con i figli piccoli e la merenda portata da casa per affrontare l’attesa, di abiti della festa tirati fuori dagli armadi perché quel gesto aveva il valore di un rito civile e collettivo.Le donne furono circa un milione in più degli uomini a recarsi alle urne.Guardando i numeri di quella mobilitazione ci piace pensare che l’attivismo delle donne Udi fu importante, se non determinante, nell’affluenza femminile alle urne.Alla Costituente vennero elette 11 donne, su 21, che sono fondatrici dell’Udi e protagoniste di quella mobilitazione.La loro presenza e i loro interventi saranno fondamentali per imprimere nella Costituzione il ripudio della guerra, il rifiuto della discriminazione di sesso e di razza, la richiesta di una eguaglianza sociale, di fatto, con l’impegno della repubblica a rimuove gli ostacoli, la fine della schiavitù sessuale coatta delle donne nella prostituzione e nel matrimonio, una visione della famiglia che ha poi accompagnato le lotte per la rimozione delle distinzioni tra figli nati dentro e fuori dal matrimonio e l’equiparazione dei coniugi in ogni diritto e dovere compresa la genitorialità e il divorzio.L’azione dall’Udi, dalla Costituente in poi, è rivolta alla rimozione degli ostacoli nella vita delle donne e al riconoscimento di una cittadinanza non omologata al maschile.Oggi, a ottant’anni da quella conquista, possiamo dire che il lungo percorso delle donne e dell’UDI ha contribuito a rendere possibile uno scenario che allora sarebbe apparso impensabile: una Presidente del Consiglio donna e una leader dell’opposizione donna. Sono il segno di una trasformazione profonda della società italiana.Tuttavia, non possiamo illuderci che la parità sia stata raggiunta. I numeri ci raccontano ancora una realtà segnata dalle disuguaglianze: la presenza femminile nei luoghi decisionali resta insufficiente, così come rimane molto bassa la percentuale di donne nei ruoli apicali dell’economia, delle istituzioni e del mondo del lavoro.Persistono stereotipi culturali profondamente radicati che continuano a condizionare le opportunità e la rappresentazione delle donne. Troppo spesso il dibattito pubblico e mediatico continua a concentrarsi sull’aspetto fisico, sull’abbigliamento o sulla vita privata delle donne invece che sulle loro competenze, sulle loro idee e sulle loro capacità politiche e professionali.La lotta più urgente oggi non è soltanto conquistare diritti formali, ma renderli realmente esigibili nella vita quotidiana.Il nodo centrale resta la disuguaglianza strutturale tra autonomia economica e carico di cura.Ancora oggi moltissime donne, anche quando lavorano, sostengono quasi interamente il peso del lavoro domestico, della cura dei figli, degli anziani e della gestione familiare. Un lavoro essenziale ma invisibile, non riconosciuto economicamente e socialmente.Questa disparità produce conseguenze concrete: carriere più fragili, stipendi più bassi, pensioni insufficienti, minore libertà e autonomia nelle scelte di vita.Per questo il vero cambiamento necessario è prima di tutto culturale.Le leggi sono fondamentali, ma non bastano se non cambia l’idea implicita di ciò che la società si aspetta da una donna e da un uomo. Le disuguaglianze si riproducono spesso nei gesti quotidiani, nei linguaggi, nelle aspettative familiari, nei modelli educativi e sociali.La vera parità sarà raggiunta quando le scelte di vita non saranno più giudicate attraverso il filtro del genere. Quando non sembrerà più eccezionale che una donna occupi spazi di potere e responsabilità o che un uomo si assuma pienamente il lavoro di cura.Il 2 giugno ci ricorda allora che la Democrazia non è mai una conquista definitiva.È un processo che va continuamente difeso, ampliato e reso concreto.Siamo tutte figlie di quella storia di conquista dei diritti fondamentali, fare i conti con l’eredità di quelle donne significa per noi misurarci ancora sul significato concreto del fare associazione tra donne, per costruire un futuro in cui lo spazio per la nostra libera esistenza si faccia visione di un altro mondo possibile.                                                                                                                                            Ilaria Scalmani                                                                                                                                  Responsabile nazionale UDI 

25 aprile 2026

 A 80 anni dalla conquista del diritto di voto universale, vogliamo ricordare e ringraziare le donne che fecero la Resistenza.Donne che non esitarono a fare la scelta giusta, mettendo a rischio coraggiosamente la propria vita per costruire un futuro nuovo, conquistando prima di tutto la Repubblica democratica.L’UDI nasce dalle donne che hanno vissuto in clandestinità l’opposizione al fascismo e dalla grande diffusa mobilitazione dei Gruppi di difesa delle donne e per l’assistenza ai combattenti della libertà; donne che non esitarono a rischiare la propria vita, che crearono da sole una vera e propria rete tra la popolazione civile e le donne e uomini combattenti,  salvando vite e proteggendo territori.  Donne che chiedevano pane, pace e libertà ma anche diritto al lavoro e all’istruzione, parità salariale, assistenza alla maternità e diritto di voto in tutte le istituzioni.Alla lungimiranza, alla forza e alla lucidità di quelle donne continuiamo ancora oggi a ispirarci, per mantenere la rotta in un mondo che torna ad essere attraversato dalla guerra e dal militarismo che avvelena la società dei paesi in pace.Continuiamo a presidiare le piazze, per chiedere il disarmo non solo degli arsenali, ma anche delle menti e delle leggi, insieme alla cancellazione delle discriminazioni e il pieno esercizio di ogni diritto per chi nasce, vive o lavora qui ed ora nel nostro paese.Non vogliamo assistere inerti al genocidio in Palestina, aberrante organizzazione della morte nella continuità di guerre e distruzioni diffuse in troppi conflitti sul pianeta, e vogliamo opporci alla continua delegittimazione delle istituzioni internazionali, che hanno funzione di arbitrato e giudizio, da parte di governi democraticamente eletti.La lotta di liberazione in Italia è stata liberazione dalla guerra e dalle ideologie nazifasciste che la sostengono come struttura violenta a fondamento della politica e per noi donne è parte della lotta di liberazione dalla violenza che ancora alimenta convinzioni e relazioni tossiche, mettendo a rischio troppe vite e compromettendo la libertà di tutte.Come donne sappiamo che ogni questione ci riguarda, quindi la pace è una responsabilità che abbiamo verso noi stesse e assumiamo verso le nuove generazioni e verso il pianeta.Perché, oltre a “uccidere e morire”, esiste sempre una terza via: vivere.     La foto conservata nell'Archivio Centrale UDI è del 1949. E' stata scattata a Modena da Botti & Pincelli.

Quando una donna decide di separarsi, sta esercitando un diritto.​

 A Bisceglie un uomo ha ucciso la moglie Patrizia gettandola dal balcone perché voleva separarsi.Poi si è ucciso.Ancora una volta ci verrà detto che è una tragedia, un gesto estremo, una storia finita male. No.È violenza maschile contro le donne. È controllo. È possesso. È l’idea che una donna non possa scegliere di andarsene senza essere punita. In Italia una donna viene uccisa ogni 72 ore.Ma il punto è un altro, ed è ancora più grave: per ogni donna uccisa, ce ne sono molte di più che vivono sotto questa minaccia. Donne che, quando decidono di separarsi, si fanno almeno una volta questa domanda:“E se mi ammazzasse?” È una domanda reale. Quotidiana. Radicata. E allora la domanda che poniamo, senza ipocrisie, è semplice:quanti uomini, lasciati da una donna, si chiedono se lei potrebbe ucciderli? Quanti? La risposta è zero. O quasi. Questa è la misura esatta della disuguaglianza, ed è la prova che non siamo davanti a “drammi familiari”, ma a un sistema che continua a legittimare, in modo esplicito o implicito, la violenza maschile quando le donne esercitano la loro libertà. Siamo esasperate.Esasperate dal linguaggio che attenua, che giustifica, che parla di “troppo amore”.Esasperate da istituzioni che arrivano sempre dopo, da prevenzioni che non bastano, da una cultura che ancora fatica a dire una cosa semplice: le donne non sono proprietà. Quando una donna decide di separarsi, sta esercitando un diritto.Se questo diritto continua a essere percepito da alcuni uomini come una provocazione o un affronto, il problema non è individuale: è politico. Non vogliamo più contare le morte.Vogliamo smettere di contare anche le vive che hanno paura. Separarsi non può essere un atto di coraggio. Deve tornare a essere una scelta normale. Finché questo non accadrà, la responsabilità è collettiva. E il silenzio è complicità.​

Report audizione informale Camera dei Deputati -Commissione Affari Costituzionalidel 24 marzo 2026.

Ieri si è tenuta l’audizione informale di UDI Nazionale alla Camera dei Deputati - Commissione Affari Costituzionali sono intervenute Alida Castelli e Vittoria Tola.Vista la Delega la Governo (1) sul provvedimento di recepimento delle direttive EU 2024/1499 e 2024/1500 il Parlamento può esprimere pareri non vincolanti al Governo.Quindi anche la nostra audizione si inserisce in questo quadro.Ho esposto la nostra posizione articolandola secondo i contenuti del comunicato di Udi nazionale e dell’articolo 2 precedentemente scritto sottolineando la gravità dello smantellamento di una rete nazionale così capillare a favore di un unico presidio nazionale, e di come appaiano troppo esili le “possibilità” in futuro di ricostruirle.Nell’audizione ho sottolineato in particolare in aggiunta a quanto precedente espresso la nostra preoccupazione per l’unificazione di due istituti di diversa organizzazione quali UNAR (organizzazione sulla quale numerose autorità internazionali hanno espresso perplessità per la non indipendenza nel campo della difesa dei diritti umani)3 e leconsigliere di parità per le quali non è stata avanzata nessuna osservazione ad esclusione del fatto che la progressiva riduzione delle risorse ha di fatto ridotto nel tempo le loro potenzialità.Ho cercato di sottolineare altri punti politici che mi sono sembrati dirimenti prendendo spunto dalla Direttiva che riguarda gli organismi di parità.In primo luogo la sottolineatura nella Direttiva in questione, sull’opportunità di dare ampia diffusione nei Paesi membri ai contenuti quale occasione di consultazione e conoscenza dei presidi a tutela delle discriminazioni. Metodologia assunta da altri Paesi che poteva aprire un dibattito tra associazioni, organizzazioni dei lavoratori ecc.Sul secondo punto ho cercato di aprire un’allerta partendo dalle considerazioni iniziali della Direttiva lì dove si afferma che al punto 46- La presente direttiva stabilisce requisiti minimi e offre quindi agli Stati membri la possibilità di adottare o mantenere disposizioni più favorevoli. L'attuazione della presente direttiva non dovrebbe servire per giustificare un regresso rispetto alla situazione esistente in ciascuno Stato membro.​ Concetto ribadito nell’articolo 20 -Requisiti minimi1. Gli Stati membri possono introdurre o mantenere disposizioni più favorevoli dei requisiti minimi previsti dalla presente direttiva.2. L'attuazione della presente direttiva non può in alcun caso costituire motivo di riduzione del livello di protezione contro la discriminazione già predisposto dagli Stati membri nelle materie trattate dalle direttive 2006/54/CE e 2010/41/UE.Saranno quindi da dimostrare per il Governo che il nuovo organismo non contravviene a queste disposizioni: non credo sarà così facile!Ho concluso affermando che non vorrei che questa “operazione di innovazione obbligatoria” si rivelasse solo una innovazione truccata da vecchio ed un ritorno indietro per le pari opportunità.Dopo la mia esposizione ho ricevuto alcune domande dai parlamentari presenti che mi hanno permesso di sottolineare la validità delle funzioni attribuite alle consigliere dall’ex dlg 196/2000, in particolare la possibilità di agire in giudizio per conto delle lavoratrici e la possibilità di interventi extragiudiziali per la rimozione delle discriminazioni dirette ed indirette, sia singole che collettive.                                                                                                                        Alida Castelli     1) Legge 13 giugno 2025, n. 91, recante «Delega al Governo per il recepimento delle direttive europee e l’attuazione di altri atti dell’Unione europea - Legge di delegazione europea 2024» e, in particolare, l’articolo 1 e l’allegato A, numeri 16) e 17);2) https://giulia.globalist.it/attualita/2026/03/06/tabula-rasa-abolite-le-consigliere-territoriali-di-parita/3) Le raccomandazioni ricevute dal Comitato CEDAW e dalla prima e seconda Revisione Periodica Universale del Consiglio per i Diritti Umani ONU affermano che l'Italia non ha ancora creato un'istituzione nazionale indipendente per i diritti umani, nonostante gli impegni assunti dal Paese in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite

9 Aprile 2026 - L'Ansalda 

Si celebrano gli 80 anni di Udi, con il racconto della vita di una delle sue maggiori esponenti: Ansalda Siroli.Nata a Filo d'Argenta (Ferrara), protagonista del suo tempo, da mondina a donna politica. Il 9 Aprile 2026 alle ore 16.30, presso la Biblioteca Ariostea (Sala Agnelli) di Ferrara, Udi Ferrara presenta il libro "L'Ansalda", memoriale della nostra compagna, dal cui sguardo ripercorriamo la storia del nostro territorio, dal dopoguerra ad oggi. Di seguito il link per seguire la presentazione:https://www.youtube.com/watch?v=W9QS79PIBVk  

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Attraverso l’azione politica, culturale e sociale, lavoriamo da ottant'anni per l'autodeterminazione della donna, per affermare il rispetto e l’inviolabilità dei corpi, contro ogni forma di sfruttamento e mercificazione. Crediamo che i diritti delle donne siano una misura fondamentale dei diritti umani e una condizione indispensabile per una società più giusta. Riaffermiamo con immutata convinzione il ripudio della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali e promoviamo la pace tra i popoli, la nonviolenza e la difesa non armata. 

 

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