Il decreto Caivano non riguarda le donne

La violenza maschile extradomestica contro le donne riguarda il rapporto di sopraffazione da parte di uomini non ascrivibili a categorie di età, censo, alle qualità ambientali/abitative o al grado di scolarizzazione ed emancipazione sociale. La risposta del governo alla cosiddetta emergenza stupri, diffusa capillarmente su tutto il territorio nazionale, potrebbe limitarsi, per ora al decreto Caivano, che però provvede a predisporre un complesso di provvedimenti che in realtà riguardano il recupero dell’abbandono annoso e colpevole di una particolare zona del napoletano, dove si è acceso l’interesse per la copertura economica di progetti improntati alla visione dei soggetti che li promuovono e che rimandano al privato le competenze pubbliche. Non è la prima volta che l’indisponibilità di case rifugio per le donne è stata supplita con iniziative confessionali. Salvaguardare le donne, è chiaro anche in questo caso, non è una priorità del governo, ed anzi tutto si riduce a “curare e educare gli offenders”, che sono dei veri criminali: un’impresa sulla quale si interroga da sempre la comunità scientifica. Inoltre se poi questa “cura si limita ai minorenni”, la domanda di libertà e salvaguardia che viene dalle donne esce dalle prospettive di governo ed amministrative, il livello che si dovrebbe occupare della sicurezza dei trasporti, che per le donne a volte sono un salto nel buio. Le bambine di Caivano, levate alle madri, resteranno col loro dolore insieme a tutte quelle che in questi mesi si sono trovate di fronte alla fossa dei leoni e al muro dei potenti. Quello che si rifiuta di fare la politica istituzionale, con i partiti e i centri dell'informazione, è guardare dentro, e non intorno come fa, al crimine, è rendere giustizia alle vittime, invece di metterle sotto esame.  Si deve probabilmente tornare a una rete militante che offra il proprio sapere quando e dove il pericolo si presenta: le donne devono sapere che un'altra donna farà in modo di aiutarla a sottrarsi alla minaccia. bisogna passare dalle parole pietose ai gesti concreti in modo che lo facciano anche quelli che finora non lo hanno fatto.    Stefania Cantatore dell’UDI di Napoli Napoli, 7/11/”23     

Al sindaco di Napoli circa manifesto e raccolta di firme "un cuore che batte"

Al Sindaco di Napoli                           Prof. Gaetano Manfredie p.c. ai componenti della Giunta Gentile Sindaco, in tutta Italia, e purtroppo a Napoli, la raccolta delle firme per la modifica della legge 194, con un articolo che assegna al personale sanitario l’obbligo di imporre l’ascolto, da parte delle utenti, del battito cardiaco prima di procedere all’interruzione volontaria di gravidanza, l’aborto garantito dalla legge, procede lanciata da una campagna. Abbiamo inoltre notizia di volonterosi che agiscono anticipazioni, illegittime, dell’ascolto del cuore fetale. Prima ancora di segnalare che i manifesti di detta campagna sono affissi in spazi di concessione comunale e nel sito del Comune, le ricordiamo che detti manifesti sono fuori dai canoni dalle raccomandazioni Europee, che fanno capo alla CEDAW, essendo improntati da immagini altamente offensive per la dignità femminile, le ricordiamo la delibera adottata il 25 novembre 2010 dal Comune di Napoli per la quale sono state rimosse immagini propagandistiche lesive, fino a tutta l’ultima consiliatura. Anche il Senato su proposta del 2020, visto il tenore della comunicazione nel nostro paese, ha ritenuto di dover deliberare in materia comunicativo/pubblicitaria, così come prescritto dalla ratifica (anche il nostro comune ha provveduto a ratificarla) della Convenzione di Istanbul. La convenzione è una legge, come quella sull’aborto, che non è mai stata accettata, è anzi osteggiata dal movimento pro-vita, secondo l’orientamento emerso in Turchia, Iran, Russia, Polonia ed altri che postulano la libertà di imporre l’ordine religioso/patriarcale all’interno delle famiglie. Come garante della salute di ogni cittadino sul territorio urbano e sul mantenimento delle garanzie legali, la invitiamo a verificare la tenuta della legge 194 e ad accertare che nei presidi sanitari non vengano svolte pratiche minatorie della salute psicologica e psichica delle donne che accedono a tali servizi. Abbiamo già avuto occasione, in ordine a una delibera dell’ASL 1 di Napoli, di intervenire per abusi progettati dal movimento antiabortista, che intendeva introdursi nei reparti di IVG e nei consultori, e nel caso, come da legge, la direzione sanitaria e quella amministrativa regionali hanno provveduto ad annullare il provvedimento. Chiediamo per questo la rimozione, dal sito del Comune dell’avviso del movimento pro-vita e quella dei manifesti rappresentano il feto simbolico sovrapposto al ventre femminile, ricordando che fino alla nascita la gravidanza è nel corpo femminile, inviolabile e non sottoposta a volontà altre che non siano quelle delle donne. Supportate, se necessario, dalla Costituzione che non permette il governo del ventre, così come vieta l’imposizione di trattamenti in ambito sanitario. UDI di Napoli, Arcidonna, Associazione Salute Donna, Aps Psy.com, la Camera Blu, le Minerve Aps, Donne Medico Napoli, 5/011/23     

Comunicato legge di Bilancio 2024

Il giudizio che l’Unione Donne in Italia esprime nel merito delle misure riguardanti le politiche familiari, previste nella bozza della legge di Bilancio 2024, è sostanzialmente negativo. Se l’obiettivo del governo Meloni è di mettere in campo per il tramite di tali misure un incremento della natalità, esso non sarà raggiunto. Infatti, siamo certe che a tale incremento non si giungerà laddove ancora non si propongano provvedimenti a sostegno del lavoro femminile e al superamento della disoccupazione e del precariato, oggi così  grave in Italia, provvedimenti che si sostanzino in parità salariale adeguata, migliori politiche di conciliazione con i bisogni famigliari, contrasto alle molestie sul luogo di lavoro ed altro ancora. Ci chiediamo il motivo per il quale le misure governative proposte riguardino mamme con due o più figli, e non anche le donne non ancora divenute madri o con un unico figlio. Difatti la decontribuzione per le lavoratrici con più di un figlio, nonché il rafforzamento del fondo asili nido, cosi rovinati in molte regioni, riguarda solo la prima categoria che, come apprendiamo dalla Presidente Meloni, a differenza di tutte le altre ed in particolare di quella rappresentata dalle donne senza figli, hanno offerto “un importante contributo alla società”. L‘eliminazione delle quote dei contributi previdenziali a carico delle lavoratrici per un anno, se hanno due figli fino all’età di 10 anni del più piccolo, e in modo permanente per quelle con tre figli fino ai 18 anni del più piccolo, risponde poi ad una definita impostazione culturale, peraltro illusoria, che vede nelle madri con più figli il motore propulsore per modificare una società malata di denatalità. La gratuità del nido previsto per il secondo figlio, fra l’altro, è poco chiara:  in una nota del ministero dell'Economia si è semplicemente fatto riferimento a un "rafforzamento del bonus asili nido" e anche Palazzo Chigi, nel comunicato del 16 ottobre 2023 seguito al Consiglio dei ministri, parla semplicemente di un “rafforzamento del bonus asili nido” con un aumento del fondo di oltre 150 milioni. Di fatto, non vi è alcun impegno preciso sulla gratuità del nido per il secondogenito. Come nessuna risoluzione concreta è stata prospettata al problema sistemico della inadeguatezza degli asili nido in Italia - che è agli ultimi posti in Europa per strutture pubbliche in grado di accogliere i bambini - con la conseguenza che l'accudimento dei bambini grava ancora interamente sulle famiglie e in particolare su donne e nonni. Esprimiamo inoltre le medesime perplessità manifestate da Chiara Saraceno sull’incentivo per le nuove assunzioni di mamme, giovani sotto i 30 anni: “Intanto non è chiaro per quanto tempo sarà la decontribuzione e inoltre bisognerà stare molti attenti a cosa faranno le imprese, perché nella corsa all’incentivo si rischia di vedere molte donne lavoratrici costrette alle dimissioni con la promessa della ri-assunzione, donne che però in quel modo perderebbero l’anzianità e ripartirebbero da zero”. Infine, l’aumento dell’indennità di congedo parentale, che passa dal 30 al 60 per cento dello stipendio, non risolve il problema a monte: in Italia solo un uomo su tre lo richiede  e  si continua a perpetrare una distribuzione disomogenea dei ruoli di cura tra genitori. Se, come rimarcato dalla Presidente Meloni nella conferenza stampa di presentazione della legge di Bilancio 2024, uno dei suoi obiettivi è anche “smontare il racconto per il quale favorire la natalità è un disincentivo al lavoro delle donne”, l’Unione Donne in Italia giunge alla conclusione che l’attenzione esclusiva per le madri, per di più non con un unico figlio, toglie centralità ai diritti e ai bisogni delle donne, che, solo se davvero sostenute nel lavoro e nelle politiche di welfare, possono pensare di divenire consapevolmente madri. Il giudizio che l’Unione Donne in Italia esprime nel merito delle misure riguardanti le politiche familiari, previste nella bozza della legge di Bilancio 2024, è sostanzialmente negativo. Se l’obiettivo del governo Meloni è di mettere in campo per il tramite di tali misure un incremento della natalità, esso non sarà raggiunto. Infatti, siamo certe che a tale incremento non si giungerà laddove ancora non si propongano provvedimenti a sostegno del lavoro femminile e al superamento della disoccupazione e del precariato, oggi così  grave in Italia, provvedimenti che si sostanzino in parità salariale adeguata, migliori politiche di conciliazione con i bisogni famigliari, contrasto alle molestie sul luogo di lavoro ed altro ancora. Ci chiediamo il motivo per il quale le misure governative proposte riguardino mamme con due o più figli, e non anche le donne non ancora divenute madri o con un unico figlio. Difatti la decontribuzione per le lavoratrici con più di un figlio, nonché il rafforzamento del fondo asili nido, cosi rovinati in molte regioni, riguarda solo la prima categoria che, come apprendiamo dalla Presidente Meloni, a differenza di tutte le altre ed in particolare di quella rappresentata dalle donne senza figli, hanno offerto “un importante contributo alla società”. L‘eliminazione delle quote dei contributi previdenziali a carico delle lavoratrici per un anno, se hanno due figli fino all’età di 10 anni del più piccolo, e in modo permanente per quelle con tre figli fino ai 18 anni del più piccolo, risponde poi ad una definita impostazione culturale, peraltro illusoria, che vede nelle madri con più figli il motore propulsore per modificare una società malata di denatalità. La gratuità del nido previsto per il secondo figlio, fra l’altro, è poco chiara:  in una nota del ministero dell'Economia si è semplicemente fatto riferimento a un "rafforzamento del bonus asili nido" e anche Palazzo Chigi, nel comunicato del 16 ottobre 2023 seguito al Consiglio dei ministri, parla semplicemente di un “rafforzamento del bonus asili nido” con un aumento del fondo di oltre 150 milioni. Di fatto, non vi è alcun impegno preciso sulla gratuità del nido per il secondogenito. Come nessuna risoluzione concreta è stata prospettata al problema sistemico della inadeguatezza degli asili nido in Italia - che è agli ultimi posti in Europa per strutture pubbliche in grado di accogliere i bambini - con la conseguenza che l'accudimento dei bambini grava ancora interamente sulle famiglie e in particolare su donne e nonni. Esprimiamo inoltre le medesime perplessità manifestate da Chiara Saraceno sull’incentivo per le nuove assunzioni di mamme, giovani sotto i 30 anni: “Intanto non è chiaro per quanto tempo sarà la decontribuzione e inoltre bisognerà stare molti attenti a cosa faranno le imprese, perché nella corsa all’incentivo si rischia di vedere molte donne lavoratrici costrette alle dimissioni con la promessa della ri-assunzione, donne che però in quel modo perderebbero l’anzianità e ripartirebbero da zero”. Infine, l’aumento dell’indennità di congedo parentale, che passa dal 30 al 60 per cento dello stipendio, non risolve il problema a monte: in Italia solo un uomo su tre lo richiede  e  si continua a perpetrare una distribuzione disomogenea dei ruoli di cura tra genitori. Se, come rimarcato dalla Presidente Meloni nella conferenza stampa di presentazione della legge di Bilancio 2024, uno dei suoi obiettivi è anche “smontare il racconto per il quale favorire la natalità è un disincentivo al lavoro delle donne”, l’Unione Donne in Italia giunge alla conclusione che l’attenzione esclusiva per le madri, per di più non con un unico figlio, toglie centralità ai diritti e ai bisogni delle donne, che, solo se davvero sostenute nel lavoro e nelle politiche di welfare, possono pensare di divenire consapevolmente madri. Il giudizio che l’Unione Donne in Italia esprime nel merito delle misure riguardanti le politiche familiari, previste nella bozza della legge di Bilancio 2024, è sostanzialmente negativo. Se l’obiettivo del governo Meloni è di mettere in campo per il tramite di tali misure un incremento della natalità, esso non sarà raggiunto. Infatti, siamo certe che a tale incremento non si giungerà laddove ancora non si propongano provvedimenti a sostegno del lavoro femminile e al superamento della disoccupazione e del precariato, oggi così  grave in Italia, provvedimenti che si sostanzino in parità salariale adeguata, migliori politiche di conciliazione con i bisogni famigliari, contrasto alle molestie sul luogo di lavoro ed altro ancora. Ci chiediamo il motivo per il quale le misure governative proposte riguardino mamme con due o più figli, e non anche le donne non ancora divenute madri o con un unico figlio. Difatti la decontribuzione per le lavoratrici con più di un figlio, nonché il rafforzamento del fondo asili nido, cosi rovinati in molte regioni, riguarda solo la prima categoria che, come apprendiamo dalla Presidente Meloni, a differenza di tutte le altre ed in particolare di quella rappresentata dalle donne senza figli, hanno offerto “un importante contributo alla società”. L‘eliminazione delle quote dei contributi previdenziali a carico delle lavoratrici per un anno, se hanno due figli fino all’età di 10 anni del più piccolo, e in modo permanente per quelle con tre figli fino ai 18 anni del più piccolo, risponde poi ad una definita impostazione culturale, peraltro illusoria, che vede nelle madri con più figli il motore propulsore per modificare una società malata di denatalità. La gratuità del nido previsto per il secondo figlio, fra l’altro, è poco chiara:  in una nota del ministero dell'Economia si è semplicemente fatto riferimento a un "rafforzamento del bonus asili nido" e anche Palazzo Chigi, nel comunicato del 16 ottobre 2023 seguito al Consiglio dei ministri, parla semplicemente di un “rafforzamento del bonus asili nido” con un aumento del fondo di oltre 150 milioni. Di fatto, non vi è alcun impegno preciso sulla gratuità del nido per il secondogenito. Come nessuna risoluzione concreta è stata prospettata al problema sistemico della inadeguatezza degli asili nido in Italia - che è agli ultimi posti in Europa per strutture pubbliche in grado di accogliere i bambini - con la conseguenza che l'accudimento dei bambini grava ancora interamente sulle famiglie e in particolare su donne e nonni. Esprimiamo inoltre le medesime perplessità manifestate da Chiara Saraceno sull’incentivo per le nuove assunzioni di mamme, giovani sotto i 30 anni: “Intanto non è chiaro per quanto tempo sarà la decontribuzione e inoltre bisognerà stare molti attenti a cosa faranno le imprese, perché nella corsa all’incentivo si rischia di vedere molte donne lavoratrici costrette alle dimissioni con la promessa della ri-assunzione, donne che però in quel modo perderebbero l’anzianità e ripartirebbero da zero”. Infine, l’aumento dell’indennità di congedo parentale, che passa dal 30 al 60 per cento dello stipendio, non risolve il problema a monte: in Italia solo un uomo su tre lo richiede  e  si continua a perpetrare una distribuzione disomogenea dei ruoli di cura tra genitori. Se, come rimarcato dalla Presidente Meloni nella conferenza stampa di presentazione della legge di Bilancio 2024, uno dei suoi obiettivi è anche “smontare il racconto per il quale favorire la natalità è un disincentivo al lavoro delle donne”, l’Unione Donne in Italia giunge alla conclusione che l’attenzione esclusiva per le madri, per di più non con un unico figlio, toglie centralità ai diritti e ai bisogni delle donne, che, solo se davvero sostenute nel lavoro e nelle politiche di welfare, possono pensare di divenire consapevolmente madri. Il giudizio che l’Unione Donne in Italia esprime nel merito delle misure riguardanti le politiche familiari, previste nella bozza della legge di Bilancio 2024, è sostanzialmente negativo. Se l’obiettivo del governo Meloni è di mettere in campo per il tramite di tali misure un incremento della natalità, esso non sarà raggiunto. Infatti, siamo certe che a tale incremento non si giungerà laddove ancora non si propongano provvedimenti a sostegno del lavoro femminile e al superamento della disoccupazione e del precariato, oggi così  grave in Italia, provvedimenti che si sostanzino in parità salariale adeguata, migliori politiche di conciliazione con i bisogni famigliari, contrasto alle molestie sul luogo di lavoro ed altro ancora. Ci chiediamo il motivo per il quale le misure governative proposte riguardino mamme con due o più figli, e non anche le donne non ancora divenute madri o con un unico figlio. Difatti la decontribuzione per le lavoratrici con più di un figlio, nonché il rafforzamento del fondo asili nido, cosi rovinati in molte regioni, riguarda solo la prima categoria che, come apprendiamo dalla Presidente Meloni, a differenza di tutte le altre ed in particolare di quella rappresentata dalle donne senza figli, hanno offerto “un importante contributo alla società”. L‘eliminazione delle quote dei contributi previdenziali a carico delle lavoratrici per un anno, se hanno due figli fino all’età di 10 anni del più piccolo, e in modo permanente per quelle con tre figli fino ai 18 anni del più piccolo, risponde poi ad una definita impostazione culturale, peraltro illusoria, che vede nelle madri con più figli il motore propulsore per modificare una società malata di denatalità. La gratuità del nido previsto per il secondo figlio, fra l’altro, è poco chiara:  in una nota del ministero dell'Economia si è semplicemente fatto riferimento a un "rafforzamento del bonus asili nido" e anche Palazzo Chigi, nel comunicato del 16 ottobre 2023 seguito al Consiglio dei ministri, parla semplicemente di un “rafforzamento del bonus asili nido” con un aumento del fondo di oltre 150 milioni. Di fatto, non vi è alcun impegno preciso sulla gratuità del nido per il secondogenito. Come nessuna risoluzione concreta è stata prospettata al problema sistemico della inadeguatezza degli asili nido in Italia - che è agli ultimi posti in Europa per strutture pubbliche in grado di accogliere i bambini - con la conseguenza che l'accudimento dei bambini grava ancora interamente sulle famiglie e in particolare su donne e nonni. Esprimiamo inoltre le medesime perplessità manifestate da Chiara Saraceno sull’incentivo per le nuove assunzioni di mamme, giovani sotto i 30 anni: “Intanto non è chiaro per quanto tempo sarà la decontribuzione e inoltre bisognerà stare molti attenti a cosa faranno le imprese, perché nella corsa all’incentivo si rischia di vedere molte donne lavoratrici costrette alle dimissioni con la promessa della ri-assunzione, donne che però in quel modo perderebbero l’anzianità e ripartirebbero da zero”. Infine, l’aumento dell’indennità di congedo parentale, che passa dal 30 al 60 per cento dello stipendio, non risolve il problema a monte: in Italia solo un uomo su tre lo richiede  e  si continua a perpetrare una distribuzione disomogenea dei ruoli di cura tra genitori. Se, come rimarcato dalla Presidente Meloni nella conferenza stampa di presentazione della legge di Bilancio 2024, uno dei suoi obiettivi è anche “smontare il racconto per il quale favorire la natalità è un disincentivo al lavoro delle donne”, l’Unione Donne in Italia giunge alla conclusione che l’attenzione esclusiva per le madri, per di più non con un unico figlio, toglie centralità ai diritti e ai bisogni delle donne, che, solo se davvero sostenute nel lavoro e nelle politiche di welfare, possono pensare di divenire consapevolmente madri.      

...
...