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Quando una donna decide di separarsi, sta esercitando un diritto.
A Bisceglie un uomo ha ucciso la moglie Patrizia gettandola dal balcone perché voleva separarsi.Poi si è ucciso.Ancora una volta ci verrà detto che è una tragedia, un gesto estremo, una storia finita male. No.È violenza maschile contro le donne. È controllo. È possesso. È l’idea che una donna non possa scegliere di andarsene senza essere punita. In Italia una donna viene uccisa ogni 72 ore.Ma il punto è un altro, ed è ancora più grave: per ogni donna uccisa, ce ne sono molte di più che vivono sotto questa minaccia. Donne che, quando decidono di separarsi, si fanno almeno una volta questa domanda:“E se mi ammazzasse?” È una domanda reale. Quotidiana. Radicata. E allora la domanda che poniamo, senza ipocrisie, è semplice:quanti uomini, lasciati da una donna, si chiedono se lei potrebbe ucciderli? Quanti? La risposta è zero. O quasi. Questa è la misura esatta della disuguaglianza, ed è la prova che non siamo davanti a “drammi familiari”, ma a un sistema che continua a legittimare, in modo esplicito o implicito, la violenza maschile quando le donne esercitano la loro libertà. Siamo esasperate.Esasperate dal linguaggio che attenua, che giustifica, che parla di “troppo amore”.Esasperate da istituzioni che arrivano sempre dopo, da prevenzioni che non bastano, da una cultura che ancora fatica a dire una cosa semplice: le donne non sono proprietà. Quando una donna decide di separarsi, sta esercitando un diritto.Se questo diritto continua a essere percepito da alcuni uomini come una provocazione o un affronto, il problema non è individuale: è politico. Non vogliamo più contare le morte.Vogliamo smettere di contare anche le vive che hanno paura. Separarsi non può essere un atto di coraggio. Deve tornare a essere una scelta normale. Finché questo non accadrà, la responsabilità è collettiva. E il silenzio è complicità.
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HA vinto il No
L’UDI-Unione Donne in Italia esprime soddisfazione per l’esito del referendum, al quale abbiamo contribuito con convinzione e impegno, raccogliendo e dando voce alle sollecitazioni delle nostre iscritte nei diversi territori.Il risultato rappresenta un segnale importante anche sul piano della difesa della Costituzione, presidio fondamentale della nostra democrazia e garanzia dei diritti di tutte e tutti. La partecipazione e la scelta espressa dalle cittadine e dai cittadini confermano quanto sia ancora viva l’attenzione verso l’equilibrio dei poteri e l’indipendenza delle istituzioni.
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Difendiamo le consigliere di parità
L’Unione Donne in Italia esprime ferma contrarietà al decreto legislativo di recepimento di due direttive europeeche prevede il ridimensionamento – di fatto lo smantellamento – della figura delle Consigliere di Parità, presidioistituzionale previsto dal Codice delle Pari Opportunità (d.lgs. 198/2006) per la promozione e la tuteladell’uguaglianza tra donne e uomini nel lavoro.Colpire questa istituzione significa indebolire uno degli strumenti pubblici più importanti per contrastare lediscriminazioni di genere nei luoghi di lavoro.Le Consigliere di Parità operano a livello provinciale, regionale e nazionale e rappresentano da anni un punto diriferimento concreto per lavoratrici e lavoratori che subiscono discriminazioni, disparità retributive, molestie oviolenza nei contesti lavorativi. Il loro intervento, su mandato della persona discriminata, è gratuito e fondato suuna professionalità specifica maturata nel tempo.In questi anni l’azione delle Consigliere di Parità ha prodotto risultati importanti anche sul piano giudiziario,grazie alla collaborazione con l’avvocatura e alla costruzione di alleanze professionali e istituzionali per ilcontrasto alle discriminazioni di genere, contribuendo a far emergere e riconoscere giuridicamente fenomenispesso invisibili.Tutto questo avviene in un contesto nel quale i dati dimostrano quanto il lavoro delle donne resti fragile ediseguale: il tasso di inattività femminile supera ancora il 40% e le dimissioni nel cosiddetto periodo protettocontinuano a essere prevalentemente femminili, segno evidente della difficoltà di conciliare lavoro e cura e dellapersistente carenza di servizi.È dunque incomprensibile e grave che proprio oggi si tenti di indebolire un presidio pubblico di tutela.Ancora più grave se si considera che l’Italia ha ratificato la Convenzione ILO n. 190 sulla violenza e le molestienel mondo del lavoro, che impone agli Stati di rafforzare strumenti e politiche di prevenzione e contrasto.Anche le direttive europee in materia di parità e non discriminazione nel lavoro chiedono agli Stati membri digarantire sistemi efficaci di tutela.Smantellare o indebolire le Consigliere di Parità significa muoversi nella direzione opposta rispetto agli impegniinternazionali e agli obblighi europei.Le discriminazioni nel lavoro non sono un residuo del passato.Sono una realtà quotidiana che continua a colpire le donne nelle carriere, nei salari, nella stabilità del lavoro enella libertà da molestie e violenze.Per questo difendere le Consigliere di Parità significa difendere i diritti delle donne nel lavoro.UDI chiede con forza che il decreto legislativo venga ritirato e che si proceda invece a rafforzare il sistema delleConsigliere di Parità, investendo risorse, competenze e strumenti operativi.Perché la tutela dei diritti nel lavoro passa attraverso istituzioni pubbliche forti, competenti e accessibili.E perché il lavoro deve essere dignitoso, regolare, sicuro libero da discriminazioni, violenza e molestie. Per approfondire clicca qui
