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Adesione campagna Emergency
La guerra non è la nostra scelta.La violenza non è la nostra lingua.Il femminismo nasce antimilitarista e cuce il suo filo di resistenza nonviolenta agli orrori delle guerre lungo i secoli.Conosciamo poco o nulla delle donne di pace, assenti dai libri di storia, ma sentiamo la loro voce risuonare con la nostra lungo i secoli e sappiamo che se fossero state ascoltate la storia di oggi sarebbe diversa.Ricordiamo le donne sdraiate sui binari per non far passare le tradotte che portavano alla morte la gioventù italiana nella Prima guerra mondiale.Riprendiamo la mobilitazione dell’Unione Donne Italiane che nel 1948 ha portato tre milioni di firme per la pace e contro la proliferazione della bomba atomica alle Nazioni Unite riconoscendone il ruolo fondamentale per la pace e lo sviluppo.Hanno scritto i loro nomi sulle bandiere di pace, noi vogliamo scriverli nella legge perché nessuno possa prevaricare la nostra coscienza.La guerra non ha il nostro consenso. Ora è tempo di scrivere nella legge la nostra OBIEZIONE.Continuiamo la mobilitazione che ci ha portate nelle piazze contro tutte le guerre fino ad oggi
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La nuova legge elettorale è un passo indietro per la rappresentanza delle donne
«Il centrodestra vuole stabilire il principio che in Italia comanda chi prende un voto in più dagli italiani». Le parole pronunciate alla Camera dall'onorevole Giovanni Donzelli, di Fratelli d'Italia, durante il dibattito sulla nuova legge elettorale, raccontano una concezione del potere che preoccupa profondamente l'UDI – Unione Donne in Italia. Governare non significa comandare e rappresentare non significa escludere. La nuova legge elettorale, approvata definitivamente l'8 ottobre, rischia di segnare un ulteriore arretramento nella rappresentanza politica delle donne.Viene infatti eliminata la norma che garantiva almeno il 40% delle candidature di ciascun genere tra i capilista, mentre rimangono posizioni bloccate che possono condizionare fortemente la composizione del Parlamento. Non basta consentire alle donne di candidarsi: occorre garantire loro pari opportunità di essere elette. A ottant'anni dalla conquista del diritto di voto delle donne, l'UDI ribadisce che la democrazia non può fare passi indietro sulla parità e sulla rappresentanza. Chiediamo che il principio costituzionale delle pari opportunità nell'accesso alle cariche elettive sia pienamente rispettato e che la presenza delle donne nei luoghi decisionali non venga sacrificata agli equilibri di potere dei partiti.
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La violenza ha un genere
A Modena si terrà a breve un convegno dal titolo “La violenza non ha genere. Profili giuridici e psicologici dell’aggressività femminile”.Un titolo non è mai neutro. E questo titolo sembra proporre una precisa chiave di lettura: LE DONNE SONO VIOLENTE TANTO QUANTO GLI UOMINI.Non è così.Non contestiamo che esistano donne che agiscono violenza contro gli uomini. È un fenomeno reale, che deve essere studiato e analizzato. Contestiamo invece l’idea che la semplice esistenza della violenza femminile consenta di mettere sullo stesso piano fenomeni che presentano dimensioni, frequenze, contesti, modalità e conseguenze profondamente differenti.Parliamo di dati.Nel report del Ministero dell’Interno del luglio 2026, nell’ambito dell’indagine su omicidi e femminicidi, si rileva che circa il 90% degli autori degli omicidi volontari consumati nell’ambito di una relazione sentimentale, tra partner o ex partner, nel periodo 2023-2025 era costituito da uomini.Secondo ISTAT, nel 2024 le donne vittime di omicidio sono state 116, di cui 106 vittime di femminicidio.I dati nazionali e internazionali — inclusi quelli dell’OMS — mostrano infatti che la violenza maschile contro le donne non è sovrapponibile, per diffusione, caratteristiche ed effetti, alla violenza agita dalle donne. E la differenza non è soltanto quantitativa.Nella violenza contro le donne intervengono rapporti di potere, controllo, sopraffazione, stereotipi e disuguaglianze storiche e strutturali. È proprio questo che il concetto di violenza di genere consente di leggere e nominare.Non contestiamo il diritto di studiare la violenza agita dalle donne. Contestiamo una rappresentazione che, mettendo in secondo piano il genere, rischia di trasformare fenomeni differenti in fenomeni simmetrici.Sulla violenza maschile contro le donne esiste oggi un patrimonio consolidato di ricerca, elaborazione teorica, rilevazione statistica e confronto internazionale. Il concetto di violenza di genere non nasce da uno slogan né da un’opinione politica: nasce dalla necessità di spiegare una realtà che la categoria generica della “violenza” non era in grado di descrivere.Ed è proprio qui che il titolo del convegno ci preoccupa.“La violenza non ha genere” è una formula che circola da tempo anche in alcuni ambienti dei cosiddetti movimenti MRA (Men’s Rights Activists), nei quali dati e ricerche vengono talvolta utilizzati selettivamente per sostenere l’idea di una sostanziale simmetria tra uomini e donne e, in alcuni casi, persino per sostenere che sarebbero le donne a detenere maggiore potere e a esercitare maggiore violenza rispetto agli uomini.Non è questo il modo di affrontare seriamente il problema.La violenza contro le donne non è soltanto una somma di episodi individuali. È anche un fenomeno sociale nel quale intervengono rapporti di potere, controllo, stereotipi, disuguaglianze e modelli culturali.Chiamare tutto semplicemente “violenza” e cancellare il genere in nome di una presunta neutralità non rende il discorso più scientifico. Lo impoverisce, perché elimina proprio gli elementi necessari a comprendere il fenomeno che si pretende di analizzare.Non accettiamo che decenni di ricerca vengano neutralizzati attraverso una falsa equivalenza tra fenomeni diversi, né che la complessità della violenza contro le donne venga ridotta alla formula rassicurante secondo cui “la violenza non ha genere”.La violenza può avere molte forme e può essere agita da chiunque. Ma questo non significa che tutte le violenze siano lo stesso fenomeno.Il genere conta. I rapporti di potere contano. I numeri contano. E continuare a negarli non è neutralità: è cancellazione della realtà.
