Per Giulia

Domani 21 Novembre a Largo Berlinguer a Napoli per Giulia alle 16. Per dire che gli assassini possono essere fermati, anzi devono, secondo le leggi purtroppo ignorate. Ma nessuno li ferma. E il governo prepara l'ennesimo pacchetto cercando di confondere le acque Contrasto alla violenza: è una delle espressioni trafugate al movimento delle donne dalla politica istituzionale . Ne hanno rubate tante, per non farne nulla. Tutto quello che esiste nell'antiviolenza è frutto dell'esperienza dei CAV e viene dalla consapevolezza che ognuna potrebbe essere colpita. Stare insieme è l'unica ricetta, dettata dalle vittime che sono prima di tutto testimoni. Testimoni alle quali crediamo, al contrario dei giudici che le annichiliscono in procedimenti che mettono sullo stesso piano vittime e carnefici. Sorge allora la domanda: questo pacchetto antiviolenza dovrebbe essere il frutto di un accordo tra maggioranza e opposizione? con un governo che tratta le donne come fattrici, che è costituito da uomini che infangano le vittime per difendere i propri figli, che più volte ha mandato a dire che sono le donne a mettersi in pericolo e che ora ci propone di aspettare che la cultura cambi. Che cambi? mentre in parlamento si sviluppa una dialettica che tratta da padre nobile un corruttore e cliente di un mercato sessuale fatto di ragazzine? Si dice che per discute va sgombrato il campo dai vecchi rancori. Niente si può sgombrare, perché nessuno si è pentito, e dovrebbe capirlo anche anche l'eventuale interlocutore dell'opposizione. Non si può perché il governo è sempre più disinteressato a contrastare lo sfruttamento sessuale delle migranti (e di tutte) ed è anzi ostile ad accoglierle e sottrarle ai violenti, prevedendo addirittura di rimandarle dagli aguzzini. L'eventuale legge, viste le premesse, non merita né sacrifici né compromessi perché a sacrificarsi sarebbero le vittime e i compromessi sarebbero sulla loro pelle. Lo sguardo di una nuova norma dovrebbe rivolgersi agli immeritati privilegi accumulati dai magistrati che liberano gli assassini e i violenti; e che li premiano, screditando le madri dei loro figli. Penalizzare i cattivi giudizi, sanzionare chi col proprio operato fa danni, questo serve urgentemente Dopo Giulia dovremo tenere gli occhi aperti, il rischio è il ripetersi del solito copione. L'assassino potrebbe tornare ad uccidere, dopo aver scontato una pena ridicola.    

Ogni giorno dell’anno è il 25 novembre

Il bel film di Paola Cortellesi “C’è ancora domani” rappresenta bene la violenza, e non solo quella fisica, che le donne sono state costrette a subire all’interno del sistema patriarcale. La storia del film è ambientata nella realtà difficile dell’Italia del dopoguerra e la speranza di un domani diverso è affidata al diritto di voto, la cui conquista fu soprattutto merito della nostra associazione e del CIF. Da allora grazie anche alle lotte dell’UDI la condizione delle donne è migliorata notevolmente ma ancora molto dobbiamo fare e pretendere perché, venuta al mondo la libertà femminile, le donne siano davvero in grado di agirla. Dall’inizio dell’anno sono già ben oltre 100 i femminicidi e purtroppo tendenzialmente non calano rispetto al passato. Siamo tutte scosse dal ritrovamento del corpo di Giulia, la ragazza di Vigonovo sequestrata e ferocemente assassinata dall’ex fidanzato, catturato poi in Germania mentre era in fuga. I dati sul femminicidio sono agghiaccianti e mostrano con chiarezza che i diritti sono necessari ma non sono sufficienti a modificare in profondità la relazione uomo - donna. Spesso dimentichiamo che veniamo da una storia e una cultura millenarie che hanno segnato donne e uomini, prescrivendo il loro modo di essere, di agire, perfino di pensare, attraverso la rigida costruzione dei due generi: maschile e femminile in cui il maschile rappresentava il suprematismo. Le donne, grazie al lavoro fatto anche dentro di sé, si sono sottratte ai condizionamenti del genere e al dominio patriarcale. Ma gli uomini non sanno confrontarsi con la libertà femminile e di fronte ad una donna che dice no, usano la violenza per riconfermare il loro dominio. D’altronde il patrimonio culturale androcentrico che viene ancora oggi trasmesso a scuola, acriticamente, legittima la violenza maschile sulle donne. Basti pensare a cosa può significare per dei ragazzi e delle ragazze la lettura in classe della Lupa di Verga se non è accompagnata da una adeguata visione critica del contesto patriarcale in cui è stata scritta. È necessario, prima di aggiungere nuove discipline, che le/i docenti siano in grado di analizzare criticamente la loro pratica didattica e pedagogica e gli stessi contenuti delle discipline che insegnano, alla luce della rivoluzione compiuta dalle donne e dei saperi da loro elaborati. Occorre quindi investire nella scuola e nella formazione delle/dei docenti per decostruire l’ordine maschile del sapere. Purtroppo si va in direzione opposta, continuando a smantellare la scuola pubblica e votando leggi sulla violenza maschile senza politiche per la prevenzione e a costo zero o, detto con più eleganza, ad invarianza economica.Il femminicidio è l’apice di una violenza culturale e simbolica che svalorizza l’essere donna, minimizzando le sue competenze e i suoi saperi. È violenza costringere una donna a fare salti mortali per conciliare lavoro e maternità dal momento che la società non è organizzata in base alle sue necessità. È violenza nascondere che circa un terzo del PIL proviene dal lavoro gratuito non riconosciuto che le donne sono costrette a svolgere in mancanza dei servizi sociali. In più le donne fanno risparmiare lo Stato sia perché delinquono meno (un carcerato costa allo Stato 137 euro al giorno), sia perché dopo aver versato i contributi, che rimangono nelle casse della previdenza, non arrivano al minimo pensionabile. Nonostante questo, hanno stipendi più bassi e sono maggiormente esposte al rischio povertà ed esclusione sociale, oggi, come dice il rapporto Caritas 2023, molto alto, essendo anche venuto meno per molte il reddito di cittadinanza. Inoltre, essendo le donne più degli uomini impegnate in lavori precari, è aumentata la percentuale di donne morte sul lavoro a causa della mancanza delle necessarie misure di sicurezza. Pagina davvero triste e vergognosa del nostro paese! Come è triste e vergognoso che questo paese non riesca ad affermare il diritto di protezione alla vita dei bambini da padri violenti che si vendicano con i figlicidi, la strage degli innocenti. È violenza contro le donne non riconoscere l’importanza del legame tra la madre e la creatura che viene al mondo, nonostante tutti gli studi lo confermino, e con una riforma rendere facoltativa e non più vietata la pena detentiva per le donne incinte e con figli piccoli. C’è del sadismo nella proposta di legge d’iniziativa popolare del movimento Pro vita che intende obbligare le donne che decidono di abortire ad ascoltare i battiti del cuore del feto per rendere più dolorosa la necessità di ricorrere alla legge 194, già di difficilissima applicazione per l’altissima obiezione di coscienza. Ancora una volta una visione misogina e punitiva che considera le donne delle irresponsabili. Le donne sanno invece bene quello che fanno! In questo momento storico segnato da epidemie, disastri climatici, guerre, volute e dichiarate dagli uomini, che massacrano i civili, tra cui molti bambini e distruggono la natura e tutto ciò che si è edificato in anni e anni di fatica, non mancherebbe certo lavoro per chi vuole davvero proteggere e curare la vita! Tante, troppe cose limitano pesantemente la libertà delle donne e offendono la loro dignità. Negli ultimi tempi ci sono state sentenze oscurantiste, intrise di sessismo, che lasciano senza parole, ancora di più perché in alcuni casi emesse da giudici donne. Questo per ricordarci la difficoltà anche per noi donne di scrollarci di dosso millenni di patriarcato.Il 25 novembre non è quindi per noi una ricorrenza di un giorno, ma l’impegno di tutta una vita. Sempre! Roma, 20 novembre 2023    

il 25 novembre dalle UDI

UDI BONDENO  UDI COMACCHIO UDI FERRARA  UDI FORLI UDI GENOVAPer il terzo anno consecutivo l'UDI di Genova organizza incontri e riflessioni rivolti in particolare alle giovani generazioni. Le prossime iniziative sono fissate per il 15 e il 23 novembre, rispettivamente all'Università di Genova e a Palazzo Ducale. Chiediamo ulteriori informazioni a Flora Cordone, Responsabile della Biblioteca Margherita Ferro dell’UDI di Genova. Coordinatrice dell’organizzazione dell’evento AUDIZIONI 3.0: “Le biblioteche e i diritti delle donne” (Palazzo Ducale, 23/11/2023). UDI MODENAin occasione del 25 novembre - Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne,  martedì 14 novembre 2023 alle ore 18.00 presso la Sala Renata Bergonzoni - Casa delle Donne di Modena (str. Vaciglio nord, 6) si terrà la presentazione del libro Coccodè. Una storia di quiet quitting di Ambra Radaelli (Mursia, 2023) promosso da UDI Modena con il Patrocinio del Comune di Modena. Un romanzo, ambientato nella redazione di un magazine, che racconta il lavoro delle donne tra sessismo e classismo Saluti: Andrea Bosi, Assessore Politiche per il Lavoro e la legalità Comune di ModenaDialoga con l'autrice: Serena Ballista, Presidente UDI ModenaInterviene: Francesca Arena, Responsabile PO e Politiche di genere UIL Mo-Re. UDI MONTEVERDE E UDI LA GOCCIAComunicatoQuando “Un cuore che batte” sono dueIl 16 maggio scorso è stata presentata alla Corte Superiore di Cassazione una proposta di legge di iniziativa popolare dal titolo “Un cuore che batte”.Propone di aggiungere all’articolo 14 della legge 194 del 1978 il comma 1-bis che così recita “Il medico che effettua la visita che precede l’interruzione volontaria di gravidanza ai sensi della presente legge, è obbligato a far vedere, tramite esami strumentali, alla donna intenzionata ad abortire, il nascituro che porta in grembo e a farle ascoltare il battito cardiaco dello stesso.”I promotori antiabortisti tra cui “Ora et Labora, in Difesa della Vita” scrivono di averla inviata tramite Pec a tutti i comuni italiani, dunque, è una proposta di legge nazionale.La prima domanda è: i signori che hanno scritto questa proposta pensano, sonoramente sbagliando, che la donna che è intenzionata ad abortire non sappia il senso di quello che ha deciso di fare? La ritengono una irresponsabile? E non si rendono conto del carico offensivo insito nella loro proposta - purtroppo già colpevolmente e vergognosamente operativa in alcuni ospedali - che si configura come una forma di dissuasione col sapore di stigma, punizione preventiva per chi voglia utilizzare la 194, una legge dello stato regolarmente approvata a larga maggioranza dal Parlamento italiano? Va allora stigmatizzato e punito anche lo Stato?Vogliamo ricordare che l’aborto è sempre esistito in tutto il mondo e innumerevoli sono, nei millenni, le donne morte nel tentativo di fare i conti con un corpo fertile, che agisce senza tenere in considerazione le condizioni di vita e di salute mentale e psichica della potenziale madre. Noi donne sappiamo bene per esperienza che si sceglie di abortire per amore/rispetto di sé ma anche per amore del progetto di vita che si porta in grembo. Abbiamo riflettuto tanto insieme e lottato per trasformare la procreazione da destino ineluttabile a scelta responsabile fino ad ottenere i consultori e la legge 194. È stato un passaggio fondamentale di civiltà in quanto non esiste dignità del soggetto al di fuori della possibilità di scelta: il corpo biologico, infatti, non esaurisce la piena soggettività di noi esseri umani.Siamo indignate per questa ennesima provocazione, un tentativo di rimessa in discussione della nostra autodeterminazione, e riteniamo una grave scorrettezza istituzionale il fatto che Enti locali come il VI Municipio di Roma stiano facendo propaganda per la raccolta di firme su proprie pagine Facebook o altrove.Continueremo ad aprire spazi di confronto e ci auguriamo che non si raggiungano le 50mila firme necessarie. Nello stesso tempo vigileremo affinché nei Comuni d’Italia non compaiano come propaganda e invito alla firma manifesti come quelli più volte in passato ritirati in quanto ritenuti offensivi della dignità di noi donne e della nostra libera scelta.Roma, 8 novembre 2023                       UDI ROMANA LA GOCCIA  e UDI MONTEVERDE UDI BOLOGNA UDI RAVENNA​

L'oscena passione per la guerra

 7 Novembre 2023 Mie care, vi ricordate? abbiamo concluso la nostra riflessione di ottobre 2022 dicendo che noi donne dovremmo imparare a guardare l’umanità come il contadino guarda un campo di grano, come cosa nostra, fatta da noi. Oggi questo campo ci appare in rovina. Eravamo in tante, chi era venuta dal sud, chi dal nord come si faceva un tempo per i nostri appuntamenti importanti. A rimetterci insieme è stata anche la nostalgia ma soprattutto la necessità di dirci a che punto stavamo e la voglia della nostra vecchia pratica, la voglia di pensare insieme.Eccovi un altro invito: con voi questa volta, abbiamo voglia di pensare alla guerra, alla sua natura profonda, la guerra la più grande costante della storia, la grande passione degli uomini. Pensare alla guerra fuori dagli schieramenti perché, vi anticipiamo la nostra posizione, non siamo capaci di schierarci. Non siamo capaci di pensare chi ha torto, chi ha ragione di fronte non tanto alla morte quanto alla crudeltà che la guerra rende possibile e lecita.Ci sembra ipocrita la conta dei bambini morti, ma ciò che sentiamo insopportabile è lo spavento che provano quei bambini da vivi. Il loro terrore ci sembra di non poterlo perdonare. Spaventare i bambini è un grande delitto, perché la paura non passa.Le donne hanno perso tutte le guerre della storia anche quando i loro uomini le hanno vinte. Viviamo male in questo mondo che ha perduto l’eros, dove i corpi possono ridursi troppo facilmente a forme geometriche e con una testa perché rotonda ci si può giocare a pallone e gli occhi possono essere meravigliose biglie.Le parole ci vengono meno, il sonno è sempre più difficile, sentiamo in noi salire una strana rabbia a cui dare senso. Da qui l’urgenza di essere ancora insieme.l’oscena passione per la guerraSabato 24 Febbraio ore 10/13, 15,30/19 Domenica 25 Febbraio ore 10/ 13 ancora solo donneCinema Farnese piazza Campo de’ Fiori Roma Non ci saranno interventi preordinati. La riflessione sarà libera.Ogni quindici giorni questo invito si ripeterà, e ogni invito sarà accompagnato da un testo. Il primo è questo piccolo racconto di Virginia Woolf che alleghiamo. Un saluto da Alessandra Bocchetti e Franca ChiaromonteL’iscrizione è necessaria per contarciLa quota per partecipare è di 30 euro, Fondazione Rut ETS, IBAN: IT22M 0501 8032 0000 0017 1512 42 servirà per pagare il luogo che ci accoglie e spese tecniche.Non accettiamo altri finanziamenti, non vogliamo sponsor. L’evento sarà solo nostro in tutti i sensi possibili, come sempre abbiamo fatto e come è scritto nella nostra storia.Per comunicare  Pensieri di pace durante un’incursione aerea, scritto nell’agosto 1940Traduzione di Nadia Fusini  La notte scorsa e quella ancora prima i tedeschi sono passati su questa casa. Eccoli di nuovo. È una strana esperienza stare sdraiati al buio e sentire il ronzio di un calabrone che in qualsiasi momento può pungerti a morte. È un rumore che impedisce ogni riflessione fredda e coerente sulla pace. Eppure è un rumore che assai più delle preghiere e degli inni nazionali dovrebbe costringerci a pensare alla pace. A meno di non riuscire a pensare alla pace, ognuno di noi, ognuna di noi – non solo questo corpo qui, il mio, steso su questo letto, bensì milioni di corpi non ancora nati – resteremo noi tutte e noi tutti così, al buio, ad ascoltare questo rantolo di morte sopra le nostre teste. Cerchiamo di pensare invece che cosa si può fare per creare il solo rifugio antiaereo efficace, mentre in alto in collina i cannoni rimbombano – pam! pam! pam! - e i riflettori tastano le nuvole, e qua e là, a volte vicino, a volte lontano, cade una bomba.In alto nel cielo giovani uomini inglesi e giovani uomini tedeschi si combattono. Sono uomini i difensori, sono uomini gli attaccanti. Alle donne inglesi non vengono consegnate le armi, né per combattere il nemico, né per difendersi. Devono giacere al buio inermi la notte. Eppure, se si crede che il combattimento in cielo è una battaglia tra gli inglesi per proteggere la libertà, e i tedeschi per distruggere la libertà, anche le donne devono lottare, per quanto possono, dalla parte degli inglesi. Ma come si può lottare per la libertà senza armi da fuoco? Fabbricando armi, oppure uniformi, o alimenti?Invece no, c’è un modo di combattere per la libertà senza armi: possiamo combattere con la mente. Possiamo ‘fabbricare’ idee, che aiuteranno il giovane uomo inglese che combatte su in cielo a sconfiggere il nemico.Ma affinché le idee siano efficaci, dobbiamo essere in grado di ‘spararle’. Dobbiamo metterle in atto. Così il calabrone in cielo risveglia un altro calabrone nella mente. Ce n’era uno che ronzava sul Times di stamattina. Era la voce di una donna che sosteneva: “In politica le donne non hanno voce.” Non c’è nessuna donna al Governo, né in nessun altro posto di responsabilità. Coloro che producono idee, e sono in grado di attuarle, sono tutti uomini. Ecco un pensiero che affossa il pensiero, e incoraggia l’irresponsabilità. E allora, perché non nascondere la testa nel cuscino, turarsi le orecchie e abbandonare del tutto la futile attività di produrre idee? Ci sono altri tavoli, oltre ai tavoli dei piani bellici, e delle conferenze e dei negoziati. Ma rinunciando al pensiero, sedute al tavolo da tè, non  priviamo forse il giovane inglese di un’arma che potrebbe essergli utile? Non stiamo esagerando la nostra incapacità, solo perché le nostre capacità ci esporrebbero magari all’insulto, al disprezzo? “Non cesserò di combattere con la mente,” scrive Blake. Combattere con la mente significa pensare contro corrente, e non a favore.La corrente scorre veloce, impetuosa. È un fiume di parole che straripa dagli altoparlanti e dalle bocche dei politici. Ogni giorno ci dicono che siamo un popolo libero, che combatte per difendere la libertà. Questa è la corrente che ha trasportato il giovane pilota su in cielo, e lo tiene lì, tra le nuvole. Quaggiù, sotto la copertura di un tetto, con una maschera antigas a portata di mano, è nostro compito bucare i palloni gonfiati che cianciano e smascherare i germi di verità. Non è vero che siamo liberi e libere. Sia noi sia il pilota siamo prigionieri stasera: lui imprigionato nella sua macchina con un’arma a portata di mano, noi sdraiate al buio con una maschera antigas a portata di mano. Se fossimo liberi, saremmo all’aperto, a ballare, a teatro, oppure seduti a chiaccheare alla finestra. Che cosa ce lo impedisce? “Hitler!” gridano unanimi gli altoparlanti. Chi è Hitler? Che cos’è Hitler? Aggressione, tirannia, amore forsennato del potere, rispondono. Distruggetelo, e sarete liberi. Libere.Sulla mia testa ora sento il rimbombo degli aerei, è come una sega contro il ramo di un albero. Vanno in tondo, e segano il ramo proprio sopra la mia casa. E nel cervello un altro rimbombo comincia. “Le donne capaci” - così diceva Lady Astor sul Times di stamani - “vengono frenate, ostacolate, sottomesse per via dell’inconscio hitlerismo presente nel cuore degli uomini.” È vero, noi tutte siamo ostacolate, bloccate, sottomesse. Stanotte siamo tutti egualmente prigionieri, sia gli uomini inglesi negli aerei, sia le donne inglesi nei loro letti. Ma se il pilota smette di pensare, può essere ucciso. E allora pensiamo noi al posto suo. Proviamo a trasportare alla coscienza l’inconscio hitlerismo che tutti e tutte ci opprime: il desiderio di aggressione, il desiderio di dominare e schiavizzare… Gli Hitler sono generati dallo schiavismo.Cade una bomba. I vetri della finestra tremano. Le contraeree entrano in azione. Là, in cima al colle, sotto una rete mimetica a toppe di stoffa verde e marrone, che imitano i colori delle foglie d’autunno, si nascondono i cannoni. Ora sparano tutti insieme. Il giornale radio delle nove ci dirà: “Quarantaquattro aerei nemici sono stati abbattuti nella notte, dieci dal fuoco delle contraeree.” Una delle condizioni della pace, dicono gli altoparlanti, dev’essere il disarmo. Non ci dovranno essere mai più né armi, né esercito, né marina, né forza aerea nell’avvenire. I giovani uomini non saranno più addestrati a combattere con le armi. Il che sveglia un altro calabrone nelle camere del cervello - un’altra citazione: “Combattere contro un nemico in carne e ossa, guadagnarmi così  l’onore immortale e la gloria, uccidendo dei perfetti sconosciuti, tornare a casa con il petto coperto di medaglie e di decorazioni, quello era il colmo della speranza… A questo scopo avevo dedicato tutta la mia vita, la mia educazione, la mia formazione, tutto, finora …” Sono le parole di un giovane inglese che ha combattuto nell’ultima guerra. Davanti alle quali, gli attuali pensatori possono onestamente credere che, scrivendo “disarmo” su un pezzo di carta in una conferenza dei ministri, avranno fatto tutto ciò che si doveva fare per fermare la guerra? Otello potrà anche non farà più il suo mestiere, ma sarà sempre Otello. Il giovane pilota su in cielo non è guidato soltanto dalle voci degli altoparlanti; è guidato da voci che ha dentro di sé – istinti antichi, istinti incoraggiati e nutriti dall’educazione e dalla tradizione. È da biasimare per questo? Noi donne potremmo forse sopprimere l’istinto materno, se così ci comanda un gruppo di politici seduti intorno a un tavolo? Facciamo conto che fra le condizioni di pace ci fosse questa, imperativa: “Procreare è ristretto a una piccolissima classe di donne appositamente selezionate” - lo accetteremmo? O non diremmo: “L’istinto materno è la gloria della donna. A questo scopo è dedicata la sua vita, la sua educazione, la sua preparazione del corpo, tutto…” Ma se fosse necessario, per il benessere dell’umanità, per la pace nel mondo, che la maternità venisse controllata, e l’istinto materno represso, le donne ci proverebbero. Gli uomini le aiuterebbero. Le onorerebbero per la loro rinuncia a fare figli. Offrirebbero altre possibilità alla loro potenza creativa. Anche questo dovrebbe fare parte della nostra lotta per la libertà. Noi donne dobbiamo aiutare i giovani uomini inglesi a strapparsi dal cuore l’amore per le medaglie e per le decorazioni. Dobbiamo creare attività più onorevoli per chi prova a dominare dentro di sé l’istinto bellico, l’inconscio hitlerismo. Dobbiamo compensare l’uomo per la perdita delle armi.Il rumore di sega sulla mia testa aumenta. Tutti i riflettori sono ora puntati su in alto. Verso un punto che sta esattamente sopra questo tetto. In qualunque momento può cadere una bomba in questa stanza. Uno due tre quattro cinque sei… I secondi passano. La bomba non è caduta. Ma durante quei secondi di attesa, il pensiero s’è bloccato. Tutte le sensazioni si sono bloccate, tranne la sensazione opaca della paura. Un chiodo crocefigge l’essere mio tutto intero contro un’asse di legno solido. La paura e l’odio sono emozioni sterili, improduttive. Non appena la paura passa, la mente si riprende e d’istinto torna a vivere, a creare. Siccome la stanza è al buio, si può creare soltanto grazie alla memoria. La mente si protende verso il ricordo di altri mesi d’agosto - a Bayreuth, a sentire a Wagner; a Roma, a passeggio per la campagna romana; a Londra. Riaffiorano le voci degli amici. Frammenti di poesia. Ognuno di questi pensieri, anche nel ricordo, è assai più positivo, rinfrescante, consolatore e creativo dell’opaco spavento fatto di paura e di odio. Perciò, se vogliamo compensare quel giovane uomo della perdita della gloria e delle armi, dobbiamo aprirgli l’accesso ai sentimenti creativi. Dobbiamo fare, creare la felicità, dobbiamo liberarlo dalla macchina, dobbiamo tirarlo fuori dalla sua prigione, trascinarlo all’aperto. Ma a che cosa serve liberare il giovane inglese, se il giovane tedesco e il giovane italiano rimangono schiavi?I riflettori accesi sulla pianura hanno finalmente scovato l’aereo. Dalla finestra si vede un piccolo insetto argentato che rotea nella luce. I cannoni sparano e sparano, pam, pam, pam! Poi cessano. Probabilmente, dietro il colle, l’aereo incursore è stato abbattuto. L’altro giorno, un pilota tedesco è atterrato sano e salvo in un campo qui vicino. In un buon inglese, ha detto a chi l’ha catturato: “Come sono contento che il combattimento è finito!” Al che l’uomo inglese gli ha dato una sigaretta, e la donna inglese gli ha offerto una tazza di tè. Questo starebbe a dimostrare che se si riesce a liberare l’uomo dalla macchina da guerra, il seme non cade in un suolo completamente sterile. Il seme può ancora fecondare…​   

Il decreto Caivano non riguarda le donne

La violenza maschile extradomestica contro le donne riguarda il rapporto di sopraffazione da parte di uomini non ascrivibili a categorie di età, censo, alle qualità ambientali/abitative o al grado di scolarizzazione ed emancipazione sociale. La risposta del governo alla cosiddetta emergenza stupri, diffusa capillarmente su tutto il territorio nazionale, potrebbe limitarsi, per ora al decreto Caivano, che però provvede a predisporre un complesso di provvedimenti che in realtà riguardano il recupero dell’abbandono annoso e colpevole di una particolare zona del napoletano, dove si è acceso l’interesse per la copertura economica di progetti improntati alla visione dei soggetti che li promuovono e che rimandano al privato le competenze pubbliche. Non è la prima volta che l’indisponibilità di case rifugio per le donne è stata supplita con iniziative confessionali. Salvaguardare le donne, è chiaro anche in questo caso, non è una priorità del governo, ed anzi tutto si riduce a “curare e educare gli offenders”, che sono dei veri criminali: un’impresa sulla quale si interroga da sempre la comunità scientifica. Inoltre se poi questa “cura si limita ai minorenni”, la domanda di libertà e salvaguardia che viene dalle donne esce dalle prospettive di governo ed amministrative, il livello che si dovrebbe occupare della sicurezza dei trasporti, che per le donne a volte sono un salto nel buio. Le bambine di Caivano, levate alle madri, resteranno col loro dolore insieme a tutte quelle che in questi mesi si sono trovate di fronte alla fossa dei leoni e al muro dei potenti. Quello che si rifiuta di fare la politica istituzionale, con i partiti e i centri dell'informazione, è guardare dentro, e non intorno come fa, al crimine, è rendere giustizia alle vittime, invece di metterle sotto esame.  Si deve probabilmente tornare a una rete militante che offra il proprio sapere quando e dove il pericolo si presenta: le donne devono sapere che un'altra donna farà in modo di aiutarla a sottrarsi alla minaccia. bisogna passare dalle parole pietose ai gesti concreti in modo che lo facciano anche quelli che finora non lo hanno fatto.    Stefania Cantatore dell’UDI di Napoli Napoli, 7/11/”23     

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