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Gpa, non confondiamo libertà con subalternità
di Silvia Niccolai, Il femminismo di ogni tempo lotta contro la subalternità delle donne, ma che cosa significa essere “subalterne”? Farsi dettare l’agenda, sia pure per reazione, dalla politica dei partiti, ecco la vera subalternità: non c’è modo migliore di mostrare che la politica delle donne viene dopo, e sta letteralmente sotto, l’unica politica vera e che conta (per le subalterne), cioè quella dei partiti.Di questa subalternità dà prova chi, come ha fatto Lea Melandri su queste colonne, accusa di dare argomenti alla destra le molte donne di ogni età e di ogni paese che, del tutto indipendentemente da chi è, è stato, o sarà al governo, sono da sempre contrarie alla surrogazione di maternità. Ma bisogna esser grate all’autorevole scrittrice perché ha messo il dito sulla piaga, mostrando un tema di cui sarebbe davvero ora di (tornare a) discutere: quale sarebbe lo spazio di un’autonoma presa di parola femminile se dovessimo ogni volta preoccuparci di modulare questa presa di parola a seconda di chi governa? Dove starebbe la radicalità, in questi esercizi di timorata moderazione, con cui il discorso femminile scade a brutta copia di quello dominante?Per esempio, invocare l’autocoscienza, come fa Melandri, per poi confondere la surrogazione di maternità (o gpa, gestazione per altri) con l’esistenza di famiglie omogenitoriali, quando alla gpa ricorrono al 90% coppie etero, e per il resto non le “coppie omogenitoriali” ma, solitamente, le coppie maschili, è fare qualcosa di molto simile al populismo. Il quale per l’appunto – a destra come a sinistra – si basa sulla confusione, sull’alzare polveroni e far di tutta l’erba un fascio. A vantaggio di chi? Certo non della Costituzione che pure, a colpi di Bella ciao, di tanto in tanto si ama invocare contro il governo “fascista”.È in nome della Costituzione che la giurisprudenza, in un percorso complesso, tanto impegnativo quanto luminoso, ha riconosciuto che la gpa contrasta coi valori di dignità e libertà della persona umana (i più alti consessi internazionali, penso tra molti esempi a una dichiarazione del Consiglio Onu per i diritti dei bambini del 2018, la definiscono senz’altro un mercato dei bambini). Per questo non è possibile in quei casi trascrivere in modo automatico e integrale gli atti di nascita. La trascrizione integrale e automatica è funzionale alle esigenze dei mercanti di gpa, poiché riduce “i costi amministrativi e processuali che impediscono la più efficace allocazione delle risorse nel mercato transnazionale della riproduzione” (così, criticamente, la privatista Valentina Calderai), non risponde al diritto del bambino allo status di figlio. Questo è garantito naturalmente nei confronti del genitore biologico e viene realizzato col dovere dell’altro di ricorrere all’adozione in casi particolari.Soluzione quest’ultima del tutto compatibile con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, afferma la Corte di Strasburgo, e certamente non discriminatoria per orientamento sessuale. Sta scritto a chiare lettere ovunque, nella nostra giurisprudenza (ma qualcuna la ha letta?), che il rifiuto della gpa non ha a che vedere con dubbi sull’idoneità genitoriale degli omosessuali, ma col divieto costituzionale di disporre di altri esseri umani per soddisfare i bisogni di taluno, di qualunque natura quei bisogni siano.Finalmente è dunque stato riconosciuto che una cosa è la gpa, con cui una donna si impegna a portare a termine una gravidanza per conto di terzi, e altra cosa è la procreazione medicalmente assistita (pma), in cui la donna che si sottopone al trattamento intende diventare madre del bambino che ne nascerà; ed è stato riconosciuto che solo la prima offende il nostro ordine pubblico costituzionale, fatto di libertà, eguaglianza, tutela delle persone vulnerabili (i bambini, in questo caso, di cui gli adulti, surrogate comprese, dispongono). Ora si tratta di fare passi avanti, e per questo serve un femminismo capace di criticare le forze politiche e di opinione se travisano questi importanti arresti giurisprudenziali facendone mazze di una politica difensiva della famiglia tradizionale, come mi pare sia accaduto, e soprattutto capace di essere propositivo e di sviluppare temi e urgenze in maniera autonoma e non reattiva, capace cioè di guidare le forze politiche (di destra e di sinistra), anziché di limitarsi a rincorrerle.In particolare, a me sembra che, con le cose messe in chiaro sulla gpa, ora siamo a un passo dal riconoscere l’evidenza: tutte le famiglie sono generate da una donna, ed è questa la “essenziale funzione familiare della donna” di cui parla la Costituzione, con un vasto guadagno per tutte (non sta forse qui il vero superamento della “famiglia tradizionale”?), ma anche con l’apertura di questioni molto delicate che andrebbero discusse con la più autentica libertà, cioè autonomia. Per esempio, riformare la legge 40 per autorizzare anche in Italia la pma alle coppie di donne o alle donne singole può chiamare in causa i danni alla salute legati alle tecniche più invasive di eterologa, che allarmano molte, e in specie le ecofemministe.Parliamone, litighiamo, ma per favore non mettiamoci da sole il bavaglio (questo non si dice perché somiglia a quel che dice la Meloni...). È tempo di pensiero. Certo, ci si può sempre accontentare di confondere libertà con trasgressione, sposando un ribellismo reattivo che ci configge nella nostra subalternità (mi avete voluto madre, ora guardate un po’ io ci sputo sopra e faccio business del mio pancione). Sarebbe però onesto dire, almeno, che proprio sulla confusione tra mero ribellismo e ricerca di libertà corre, da sempre, la “spaccatura” del femminismo moderato e subalterno con quello radicale, il vituperato femminismo della differenza che Melandri dipinge come vecchio e superato, datandolo agli anni Ottanta. Potrebbe ben dire i Settanta, se per questo, quando alcune, per contrapporsi al patriarcato, non trovarono di meglio che chiedere il diritto di abortire a nove mesi e le radicali fecero notare che non si fa politica con richieste irreali come il diritto all’infanticidio. Oggi, per sentirsi libere, si reclama il diritto di vendere o regalare i bambini. Chi mette vino vecchio in otri nuovi?(il manifesto, 12 luglio 2023)
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Petizione "Fermiamo i figlicidi"
FIRMA LA PETIZIONE In Italia in 20 anni 535 i figlicidi. Stato ancora assenteAssociazione ‘Federico nel cuore’, urgente ddl 91 Roma, 5 luglio - In Italia, negli ultimi 20 anni, i casi di figlicidio sono stati 535. Dal 2000 al 2013 sono 340 i bambini uccisi. L’anno nero è stato il 2014, con 39 figlicidi, seguito dal 2018, con 33. E solo dal 2020 ad oggi se ne contano già 31. Questo il quadro emerso oggi al Senato durante la presentazione del Disegno di legge n. 91 - prima firmataria la senatrice Valeria Valente - che si propone di colmare i vuoti legislativi in materia di provvedimenti dei figli nei casi di violenza di genere o domestica. A presentare il ddl, insieme alla senatrice, Antonella Penati e l’avv. Federico Sinicato, rispettivamente presidente e vicepresidente dell’associazione Federico nel cuore, oltre a Vittoria Tola, responsabile nazionale dell’UDI (Unione Donne Italiane), e Alessandra Menelao, responsabile dei centri di ascolto mobbing e stalking. A riportare gli ultimi dati è l’Associazione Federico nel cuore, tramite la voce di Antonella Penati, madre di Federico Barakat, ucciso nel 2009 a 8 anni con 37 coltellate dal padre, poi suicidatosi. La situazione è in linea con quella fotografata da Eures, istituto di ricerche economiche e sociali, la cui indagine riporta i dati fino al 2017 (447 vittime) e che oggi è stata aggiornata dalla stessa associazione. La Penati precisa che, nella rilevazione del dato, si è fatto riferimento alla cronaca sui figlicidi di minori /adolescenti e, in ogni caso, i numeri sono da considerarsi in difetto. La finalità è quella di dare un quadro di riferimento dal momento che in Italia non esiste una rilevazione seria e sistematica del fenomeno. L’87% dei responsabili dei figlicidi è costituito da uomini, essenzialmente padri, e la quasi totalità è italiana. Il 13% è imputabile alle madri, le cui motivazioni sono quasi tutte riconducibili a situazioni di violenza/sofferenza o di pericolo, in molti casi più volte denunciate e non considerate. Il figlicidio paterno rappresenta invece quasi sempre una vendetta trasversale di uomini contro le proprie ex. Gli autori degli omicidi dei minori hanno un’età compresa tra i 40 e i 45 anni e appartengono al ceto medio-alto. “Questo ddl – dichiara Valeria Valente -, confermato dalle decine di audizioni svolte in Commissione, è tanto semplice quanto radicale e profondo: un compagno, un marito violento non può essere un buon padre. Il nostro auspicio è che possa essere esaminato e approvato al più presto con ampio consenso, visto che si inserisce tra le indicazioni approvate all’unanimità nella relazione conclusiva della Commissione di inchiesta del Senato sul Femminicidio, che ha concluso i suoi lavori con la fine della passata legislatura”. “Fino ad oggi – spiega Penati - nessuno è stato ritenuto responsabile del delitto di Federico sebbene mio figlio si trovasse in un ambiente ‘protetto’, mente era sotto la custodia dello Stato. Eppure, tutte le autorità coinvolte, pubbliche e private, erano a conoscenza della pericolosità dell’uomo, date le mie dieci precedenti denunce”. Vittoria Tola interviene a questo proposito sottolineando che “il ddl vuole anche impedire che le donne che denunciano siano ritenute, come spesso avviene, madri non adeguate o calunniatrici. Paradosso che ha comportato un preoccupante incremento di minori affidati ai servizi sociali, spesso privi della necessaria formazione”. Altro punto fondamentale nel documento è la responsabilità dei giudici nel valutare la pericolosità del soggetto denunciato e, di conseguenza, la eventuale sospensione di ogni suo contatto con il minore. L’associazione rimarca con forza che questo disegno di legge è in linea con i contenuti della Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013. Inoltre, è notizia di pochi giorni, il Comitato per l’eliminazione delle discriminazioni contro le donne (CEDAW), strumento giuridico internazionale il cui giudizio è vincolante, ha di fatto ritenuto ammissibile la denuncia della mamma di Federico Barakat contro lo Stato italiano per non aver tutelato né lei né protetto il figlio dall’omicidio. Ufficio StampaIlaria Li Gambi FerpressPiazza di Firenze, 2400186 RomaCell 345 3723110
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Consentire a donne e ragazze di parlare di sesso, genere e identità di genere
ONU - Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani - ohchr.org, 22 maggio 2023Consentire a donne e ragazze di parlare di sesso, genere e identità di genere senza intimidazioni o timori: parla l’esperta delle Nazioni Unitedi Reem Alsalem* Ginevra, 22 maggio 2023 - Le minacce e le intimidazioni contro le donne che esprimono le loro opinioni sul sesso e sull’orientamento sessuale sono profondamente preoccupanti, ha dichiarato oggi Reem Alsalem, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze. Nel contesto delle divergenze tra alcune attiviste per i diritti delle donne e attivisti transgender in un certo numero di paesi del Nord del mondo, Alsalem ha lanciato l’allarme sulle violenze contro le donne e le intimidazioni personali contro chi esprime opinioni diverse. «Le discriminazioni basate sul sesso e sull’orientamento sessuale sono vietate dalle leggi internazionali e locali sui diritti umani.Sono preoccupata per la riduzione, in diversi paesi del Nord del mondo, degli spazi per donne, organizzazioni femministe e loro sostenitori per riunirsi, esprimersi pacificamente e chiedere il rispetto delle loro esigenze basate su sesso e/o orientamento sessuale.Proteggere i raduni legittimi delle donne, il loro diritto di riunione, la loro libertà di parola e garantirne la sicurezza a fronte di intimidazioni, coercizioni o tentativi di metterle a tacere è un compito cruciale delle forze dell’ordine. Laddove le forze dell’ordine non sono riuscite a fornire le necessarie garanzie, abbiamo assistito a episodi di abusi verbali e fisici, molestie e intimidazioni tese a sabotare o a far saltare le loro iniziative, nonché a impedire di intervenire alle donne che volevano interloquire con i loro avversari.Sono turbata dalle frequenti campagne diffamatorie contro le donne, le ragazze e i loro sostenitori a causa delle loro convinzioni contro le discriminazioni sessuali e di orientamento sessuale. Tacciarle di essere “naziste”, “genocide” o “estremiste” è una tattica di aggressione e intimidazione per impedir loro di parlare e di esprimere le proprie opinioni. Queste azioni sono profondamente inquietanti, perché hanno lo scopo sia di terrorizzarle e di costringerle al silenzio, sia di incitare all’odio e alla violenza contro di loro. Sono atti che compromettono gravemente la partecipazione dignitosa delle donne e delle ragazze alla vita pubblica.Sono preoccupata anche per il modo in cui in alcuni paesi si interpretano le disposizioni che criminalizzano l’incitamento all’odio per una serie di motivi, tra cui l’espressione di genere o l’identità di genere. Le donne e le ragazze hanno il diritto di discutere qualsiasi argomento senza subire intimidazioni e minacce di violenza. Sono questioni importanti per loro, in particolare se si riferiscono alla loro identità innata, che è vietato discriminare. La facoltà di avere ed esprimere opinioni in ambito di diritti basati sul sesso e sull’identità di genere non dovrebbe essere delegittimata, banalizzata o respinta.Secondo il diritto internazionale, ogni restrizione alla libertà d’espressione dovrebbe attenersi strettamente agli standard dei diritti umani in materia di legalità, necessità, proporzionalità e avere uno scopo legittimo. Anche coloro che non sono d’accordo con le preoccupazioni di donne e ragazze su identità di genere e sesso hanno diritto a esprimere la propria opinione. Tuttavia nell’esprimersi non devono minacciare la sicurezza e l’integrità di quelle che contestano e con cui sono in disaccordo. Restringere pesantemente la facoltà di critica di donne e uomini in ambito di diritti fondati sull’identità di genere e sul sesso viola i fondamenti della libertà di pensiero e di espressione ed equivale ad agire una censura ingiustificata o generalizzata.Particolarmente preoccupanti sono le varie forme di rappresaglia contro le donne, tra cui censura, persecuzioni legali, licenziamenti e ritorsioni economiche, rimozione dalle piattaforme social, cancellazioni da dibattiti e conferenze e rifiuto di pubblicare conclusioni e articoli di ricerca. In alcuni casi, le donne politiche vengono sanzionate dai loro partiti politici, anche con minacce di destituzione o con la destituzione vera e propria». (*) Reem Alsalem è la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze, le sue cause e conseguenze. I relatori speciali fanno parte dell’organismo di esperti indipendenti del Consiglio dei diritti umani detto , con mandato di indagare, monitorare e riferire su questioni relative ai diritti umani. Le esperte e gli esperti delle Procedure Speciali operano su base volontaria, non sono funzionari delle Nazioni Unite e non sono remunerati per il loro incarico, che svolgono a titolo individuale e indipendente da qualsiasi governo o organizzazione. (ONU - Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti umani, 22 maggio 2023. Traduzione a cura della redazione del sito www.libreriadelledonne.it - Documento originale: https://www.ohchr.org/en/press-releases/2023/05/allow-women-and-girls-speak-sex-gender-and-gender-identity-without)
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