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Intervento al Congresso ANPI Bergamo
di Rosangela Pesenti Sabato 19 febbraio 2022 ho partecipato al Congresso provinciale dell’ANPI di Bergamo come delegata della sezione di Romano di Lombardia.Rendo pubblico l’intervento integrale che avevo scritto e che ho, giustamente, ridotto per stare nei minuti prescritti.In questo momento non mi sembra passata una settimana ma un secolo.Avverto l’inutilità e insieme la necessità non solo delle parole ma soprattutto di lottare contro il senso d’impotenza mantenendo aperti e curando tutti gli spazi democratici.Nel Congresso mi sono sentita in sintonia con la relazione letta dal presidente Mauro Magistrati, che è stato confermato nel suo ruolo, e con le conclusioni del Presidente nazionale.Il mio intervento, pur tagliato, è stato accolto positivamente e sono stati votati all’unanimità gli emendamenti che ho presentato (allegati in fondo).Il presente ci chiede di allenare la creatività politica, la stessa degli uomini e delle donne di cui conserviamo memoria, per trovare le azioni impreviste ed efficaci capaci di generare la pace.INTERVENTO Sono un’attivista femminista da quasi cinquant’anni, una ormai “storica” dirigente nazionale dell’UDI, sempre per anzianità, e la responsabile dell’UDI Velia Sacchi di Bergamo e provincia.Ho diviso l’intervento in capitoli dopo la lettura attenta del documento nazionale. PACEChiedo che oggi votiamo un ordine del giorno con cui chiediamo al governo di dichiarare l’indisponibilità dell’Italia alla partecipazione al conflitto ritirando i militari oggi presenti a Est e di avviare una nuova politica estera basata sul multilateralismo.Riprendo la proposta di Lidia Menapace di cominciare dalla bonifica del linguaggio militare e di sostituire sempre la parola battaglia con lotta, fronte con terreno ecc.Un’azione a costo zero e attuabile da tutte e tutti.Smettiamola di usare la locuzione “alzare e abbassare la guardia” reperto linguistico di cui non conosciamo quasi mai la storia ma che conserva nel presente l’immagine del corpo armato mentre noi abbiamo bisogno di corpi disarmati simbolicamente e mentalmente se vogliamo parlare davvero di nuovo umanesimo.La lingua forma le idee e le immagini mentali, quindi la visione del mondo. Facciamo attenzione alle manipolazioni dell’immaginario, le guerre entrano nel linguaggio della vita quotidiana e lo avvelenano con le metafore belliche mentre contemporaneamente le guerre vengono raccontate usando le metafore sanitarie di malattia, cura e guarigione.La pandemia ha reso visibile i nostri corpi inermi e il valore della cura.Siamo corpi inermi nella malattia, nelle nostre comuni disabilità e limiti, ma siamo corpi inermi anche nell’infanzia e nella vecchiaia, condizioni imprescindibili della vita che dovrebbero entrare nella filosofia del nostro vivere in tutto il tempo che ci è dato e a tutte le età.Dei corpi inermi sono storicamente esperte le donne e lo sappiamo tutte e tutti perché si nasce da una donna. La pace può trovare nella nascita e nella condizione dell’infanzia le metafore più convincenti.La Cura come modo di stare nel mondo e di immaginarlo, modo di vivere quotidiano e postura mentale che genera pensieri di una pace concreta in cui abitare. DONNEI criteri di lettura degli eventi, profondamente sessisti, hanno messo in ombra a lungo la diffusa presenza delle donne che hanno fatto la resistenza e l’hanno resa possibile anche con proprie azioni e organizzazioni. Le donne non hanno partecipato alla Resistenza, hanno FATTO la Resistenza con e come gli uomini.Possiamo dire che la data simbolica di inizio della Resistenza bergamasca, come movimento articolato e sempre più diffuso, è la manifestazione del 4 novembre 1943 alla Torre dei caduti, organizzata dalle donne, che coglie di sorpresa le forze occupanti e i fascisti locali.Il documento nazionale dichiara buone intenzioni ma conserva i criteri sessisti nella stesura.Nel linguaggio: la parola lavoratrici esiste da secoli e deve accompagnare lavoratori se vogliamo che il quadro sia completo.Ci sono storici e storiche, attivisti e attiviste, i e le giovani, i ragazzini e le ragazzine della Resistenza. Come dimenticare Luciana Romoli che cominciò la sua resistenza a otto anni e per questo espulsa da tutte le scuole del regno.A p. 13, dove si parla dell’associazionismo e dei movimenti democratici, sarebbe grave dimenticare l’UDI, Unione Donne Italiane, nata nella Resistenza, e il movimento femminista, che in Italia ha una storia lunga e significativa, certamente più lunga e importante di quella delle Sardine, che pure sono citate.A p. 14, a proposito di immagini di straordinaria potenza simbolica dopo il Papa e Mattarella aggiungerei l’infermiera stremata addormentata sul computer, che ci ricorda lo straordinario lavoro svolto con abnegazione, cura e generosità da donne e uomini nell’emergenza sanitaria.Segnalo che mentre le immagini del Papa e di Mattarella sono state accuratamente costruite quella dell’infermiera è uno scatto casuale, diventato simbolo perché ci siamo spontaneamente riconosciute tutte e tutti. Questo per l’attenzione alla comunicazione mediatica, che non è mai neutra.A p. 31 accanto ad Adriano Olivetti possiamo scrivere anche Luisa Spagnoli o perfino Rosa Genoni, femminista pacifista, che inventa lo stile italiano della moda agli inizi del Novecento.Come ci ha insegnato Lidia Menapace, la cancellazione delle donne dalla lingua e dalla storia è stata un genocidio simbolico che ha favorito uccisioni e persecuzioni materiali.Per questo considero il titolo del capitolo GIOVANI E DONNE un’aberrazione, una sconcertante alterazione della realtà.Giovani e donne non possono essere messi insieme.Essere giovani, donne e uomini, è una condizione transitoria dell’esistenza umana.Le donne sono più della metà della popolazione e hanno espresso una soggettività politica nella liberazione dal nazifascismo e poi sempre nella costruzione della repubblica democratica.Le donne sostengono il paese con il lavoro non pagato svolto nelle case e ovunque nella cura delle persone e delle relazioni, come dimostrano i dati ISTAT, non sono soggetti fragili ma fatte oggetto costante di politiche ingiuste, discriminanti e vessatorie, di pratiche finalizzate alla cooptazione gerarchica e alla subalternità, oltre che di violenza domestica, molestie e una serie di reati purtroppo molto noti perché molto praticati.Le donne sono la risorsa, a fronte di molti comportamenti maschili che sono il problema.I meccanismi discriminatori ancora operanti a tutti i livelli sono la pessima eredità antidemocratica della Stato italiano precedente la nascita della repubblica e rappresentano un vulnus costante per quella democrazia che vogliamo affermare a cominciare dal presente documento.La locuzione QUESTIONE FEMMINILE non si usa più da almeno trent’anni.Propongo di sostituirla con la seguente:L’esistenza e presenza delle donne sono temi centrali per l’ANPI che riconosce l’esistenza di una questione maschile a fronte di quella che è stata a lungo definita questione femminile.Sarebbe un gesto coraggioso, degno della resistenza di cui conserviamo memoria. GIOVANIPenso che chi, come me, è entrata/o felicemente nella vecchiaia deve ascoltare e anche imparare dalle generazioni più giovani, senza paternalismo e nemmeno nella forma accudente del maternage. L’ho imparato nell’Udi dalle donne che definiamo, insieme alle Costituenti, madri della Repubblica. A chi è giovane non serve il compiacimento e l’accondiscendenza acritica, a chi è giovane serve la tradizione di dibattito critico rinnovata proprio nella Resistenza dopo le censure e cancellazioni del ventennio, perché giovane è sempre vincente ma non per questo sempre positivo. Il motto “largo ai giovani” fece la fortuna del fascismo e sappiamo com’è andata. LAICITA’Vorrei fosse sottolineata la laicità come fondamento della democrazia.Conservare la memoria di cosa fu il fascismo, di come andò al potere e governò per vent’anni significa ricordare che un Papa definì Mussolini l’uomo della provvidenza, Matteotti era già stato assassinato, così come Piero Gobetti, molti antifascisti torturati e uccisi, era già stato istituito il Tribunale speciale che avrebbe mandato alla morte, in carcere e al confino le donne e gli uomini che si opponevano al regime, dai liberali ai comunisti.Nel dopoguerra, 1949, un anno non casuale, la scomunica di chi votava comunista, nonostante i comunisti e le comuniste fossero stati fondamentali per la liberazione dell’Italia dal nazifascismo, ha rappresentato una pesante ipoteca sulla libertà di voto appena conquistata.Lo ricordo perché il documento afferma la scelta pacifista come prevista dalla Costituzione, mi piacerebbe fosse ricordato esplicitamente l’art. 11 e la frase espressa da un verbo inequivocabile: l’Italia ripudia la guerra.Oggi si racconta il primato di un pacifismo confessionale perciò vorrei ricordare a tutti noi che la pace è un’affermazione recente sia per la religione cattolica che per la religione islamica che, lo ricordo per inciso, conservano una forte impostazione patriarcale e discriminatoria nei confronti delle donne.La cultura di pace e l’affermazione del pacifismo nasce nel dibattito della Seconda Internazionale, del femminismo e del variegato movimento democratico europeo soprattutto dopo la guerra franco-prussiana del 1870 e continua fino ai giorni nostri.Ho ascoltato alla radio la lettura della dichiarazione del fondatore della Comunità di Sant’Egidio: affermerebbe che il pacifismo, quello che riempì le case e le piazze nel 2003 era di sinistra, quindi ideologico. Scendo in piazza con chiunque sia dalla parte della pace ma diffido di chi vuole prendere la testa del corteo e usa la stessa denigrazione delle destre.Mi ricorda i tempi in cui ero considerata ideologica perché insegnavo la storia del Novecento, della Shoah e anche delle Foibe mentre erano considerate oggettive le colleghe che omettevano e censuravano la storia.Nella scuola italiana insegnare che la storia è fatta dagli uomini e dalle donne è ancora oggi considerato un vezzo aggiuntivo e non determinante.La liberazione dal nazifascismo è stata opera di donne e uomini che amavano la pace e si sono trovati costretti a prendere le armi.Come ricordava sempre Lidia Menapace, la resistenza fu armata ma non militare, il fondamento non era l’obbedienza agli ordini ma la scelta personale libera e responsabile, scelta che fecero anche molti militari.Chi ha preso le armi per salvare l’Italia non esaltava la violenza e non faceva proprio il mito dell’eroe.Fu un fenomeno collettivo soprattutto di ragazzi che fecero una scelta e di ragazze alle quali non era nemmeno riconosciuta la capacità di fare scelte e invece le fecero.Una generazione di giovani che trovò le proprie guide nelle donne e negli uomini che avevano praticato la lunga resistenza antifascista del ventennio, uomini e le donne che avevano testimoniato l’antifascismo nelle carceri, nella clandestinità, nell’esilio, al confino e nella lotta impari per salvare la Repubblica spagnola abbandonata dalle democrazie liberali.Così è nata la democrazia in Italia. EUROPAPenso che dobbiamo lavorare perché l’Europa si dichiari continente neutrale.Dall’Europa è partito il colonialismo e la ricchezza europea si è costruita con l’imperialismo.In Europa nel Novecento si è costruito il progetto di un impero antisemita, razzista, sessista e classista, un progetto che è stato credibile per la variegata politica europea fino al disastro della seconda guerra mondiale perché costruito esplicitamente contro le istanze di giustizia sociale avanzate dal movimento operaio, contro le istanze di eguaglianza politica e liberazione sociale avanzate dal movimento delle donne, contro i principi di eguaglianza umana e autodeterminazione dei popoli avanzate dai movimento anticolonialisti e anti apartheid.L’ANPI non è un partito e non ha compiti di mediazione istituzionale perciò può indicare mete coraggiose e inequivocabili in una visione chiara delle necessità del presente. MEMORIA e GIUSTIZIARicordo che per la conservazione e valorizzazione della memoria è fondamentale il rapporto con gli Istituti storici della Resistenza e dell’età contemporanea il cui lavoro, qui a Bergamo e in questo contesto, è certamente noto e riconosciuto. In aggiunta alla lotta per la verità, occorre impegnarsi per la giustizia. Malgrado la valorizzazione della memoria – diventata sempre più un oggetto politico e discorsivo – la violenza nazifascista che ha colpito l’Italia durante la guerra di Liberazione rimane confinata in celebrazioni non sempre sufficienti e nell’ingiustizia. Infatti, sulle stragi e le deportazioni avvenute in Italia dal 1943 al 1945 la giustizia non c’è stata. I responsabili, nonostante le condanne penali emesse in Italia, sia negli anni Quaranta che dopo la riemersione dell’Armadio della vergogna e sino al 2015, sono rimasti impuniti perché la Germania non li ha estradati. Da alcuni anni pendono cause civili per il risarcimento economico, a carico dello Stato tedesco, davanti ai tribunali italiani. Sono processi che devono ricevere il sostegno dell’Anpi – che in passato si era costituita parte civile nei dibattimenti penali – almeno a livello di prese di posizione pubbliche di solidarietà.Il lavoro svolto dagli Internati Militari Italiani in forma schiavile nei campi nazisti non è mai stato riconosciuto né risarcito in alcun modo. RAPPRESENTANZA – RAPPRESENTAZIONE in una società democraticaSe pensiamo alla composizione sociale della Resistenza possiamo renderci conto che oggi mancano molte persone nella visibilità del dibattito mediatico, e mi chiedo quante siano anche qui tra noi: braccianti, badanti, rider, colf, ragazze e ragazzi che frequentano le scuole professionali, non solo i licei, donne e uomini del mondo operaio artigianale e industriale, del lavoro dipendente, insegnanti di scuola primaria e dell’infanzia non solo docenti dell’università, educatrici precarie e malpagate, educatori socialmente invisibili. Potrei continuare l’elenco.C’è qualcosa di inafferrabile, ma molto molto concreto che fa la differenza nelle relazioni tra le persone ed è di questa differenza che abbiamo bisogno oggi: la capacità di esporsi per ciò che si ritiene giusto, l’impegno a coltivare speranza anche quando vorremmo disperare, stare accanto alle persone quando altri si ritirano. Politica è metterci la faccia e cercare mediazioni eticamente democratiche, per quella convenienza collettiva che non è mai il proprio tornaconto, essere di parte con chiarezza senza semplificare le posizioni in schieramenti, stare sulla terra senza definire fronti. n. 5 EMENDAMENTI al DOCUMENTO NAZIONALE proposti da Rosangela Pesenti approvati dall’assemblea delCongresso di Bergamo, Auditorium Piazza Libertà 19 febbraio 2022(in corsivo il documento nazionale) p. 391. GIOVANI E DONNEdividere il capitolo con due titoli(in corsivo il testo originale) A. DONNE La questione femminile è altro tema centrale per l’Anpi. Viene sostituito con:L’esistenza e presenza delle donne sono temi centrali per l’ANPI che riconosce l’esistenza di una questione maschile a fronte di quella che è stata a lungo definita questione femminile.Le donne sono più della metà della popolazione e hanno espresso una soggettività politica nella liberazione dal nazifascismo e poi sempre nella costruzione della repubblica democratica.Le donne sostengono il paese con il lavoro non pagato svolto nelle case e ovunque nella cura delle persone e delle relazioni, come dimostrano i dati ISTAT, non sono soggetti fragili ma fatte oggetto costante di comportamenti ingiusti, discriminanti e vessatori.I meccanismi discriminatori, ancora operanti a tutti i livelli, sono la pessima eredità antidemocratica della Stato italiano precedente la nascita della Repubblica e rappresentano un vulnus costante per quella democrazia che vogliamo affermare a cominciare dal presente documento e in tutte le nostre azioni.Pur essendo la maggioranza e pur avendo, dagli albori del voto del 2 giugno 1946, raggiunto una serie di obiettivi di emancipazione civile e sociale, le donne italiane vivono ancora in una condizione discriminata, e in più sono vittime dell’imbarbarimento del nostro tempo; la violenza contro le donne è un dramma mondiale e nazionale che conferma la carica di brutalità e di aggressività diffusa nella pancia della società e alimentata da centrali mediatiche dell’odio e della paura, da una spettacolarizzazione della violenza oramai abituale. In Italia peraltro si moltiplicano circoli politici e culturali di stampo oscurantista che auspicano una generale regressione dei diritti di parità.Questa deriva va attivamente contrastata e va promossa, contestualmente, una valorizzazione di genere all’interno dell’Anpi. Peraltro, anche in questo caso l’insegnamento viene dalla Resistenza: basti pensare alle partigiane e alle staffette, e di conseguenza al contenuto liberatorio di quella esperienza storica per le donne. B. GIOVANI DONNE E UOMINI (titolo modificato)L’Anpi mette al centro della sua attenzione il tema delle giovani generazioni, che sono confinate nelle [adeguamento sintattico] categorie più deboli e di conseguenza le più colpite dalla crisi attuale nel mercato del lavoro. Ciò rappresenta un grave ostacolo allo sviluppo civile e sociale del Paese: una generazione condannata alla disoccupazione o a lavori dequalificati, le giovani donne restano [adeguamento sintattico] un genere che mantiene ancora, nonostante tanti avanzamenti, una condizione di subalternità.Se è vero che la cultura largamente prevalente è quella delle classi dominanti, va analizzata la cultura delle nuove generazioni, segnata dalla interruzione della tradizionale trasmissione della memoria e dalla pressoché contestuale affermazione, specialmente grazie alla rivoluzione tecnologica e alla progressione geometrica dello sviluppo del web, di modi del tutto inediti di comunicazione e di socializzazione, di nuovi stili di vita, di diversi linguaggi, cui corrisponde un pesantissimo ritardo formativo, inteso nella sua accezione più ampia. Pure da questa generazione nascerà la futura classe dirigente che, anche per effetto del blocco dell’ascensore sociale, sarà inesorabilmente condizionata dal ceto di provenienza. C’è il pesante rischio di un ritorno al passato, ad una rigida selezione di censo. Peraltro nei/nelle più giovani germogliano nuovi fermenti, in particolare sui temi della tutela ambientale e del riscaldamento globale.L’approccio dell’Anpi deve escludere qualsiasi atteggiamento predicatorio o paternalistico, come pure di inerte attesa che i e le giovani vadano all’Anpi. È l’Anpi con le sue strutture, i suoi gruppi dirigenti, i suoi attivisti, che deve andare verso i giovani con la massima capacità di ascolto e la massima disponibilità. Il tema è vitale anche per il futuro dell’Associazione, la cui età media è molto alta; l’Anpi ha bisogno di nuova linfa, di nuovi modi di pensare, di una leva giovane che sia in più diretto contatto con le dinamiche sociali, psicologiche ed anche esistenziali di un mondo che cambia. La nuova linfa, lungi dal cambiare la natura dell’Associazione, ne rafforzerà le radici, dal momento che i protagonisti della Resistenza furono prevalentemente giovani, ragazzi e ragazze, ragazzini e ragazzine. [vedi emendamento n. 3 approvato dall’assemblea] 2. MEMORIAp. 25Testo da inserire al termine del paragrafo:In aggiunta alla lotta per la verità, occorre impegnarsi per la giustizia. Malgrado la valorizzazione della memoria – diventata sempre più un oggetto politico e discorsivo – la violenza nazifascista che ha colpito l’Italia durante la guerra di Liberazione rimane confinata in celebrazioni non sempre sufficienti e nell’ingiustizia. Infatti, sulle stragi e le deportazioni avvenute in Italia dal 1943 al 1945 la giustizia non c’è stata. Ricordiamo che i responsabili, nonostante le condanne penali emesse in Italia, sia negli anni Quaranta che dopo la riemersione dell’Armadio della vergogna e sino al 2015, sono rimasti impuniti perché la Germania non li ha estradati. Da alcuni anni pendono cause civili per il risarcimento economico, a carico dello Stato tedesco, davanti ai tribunali italiani. Sono processi che devono ricevere il sostegno dell’Anpi – che in passato si era costituita parte civile nei dibattimenti penali – almeno a livello di presa di posizione pubblica di solidarietà.Ricordiamo che il lavoro svolto dagli Internati Militari Italiani in forma schiavile nei campi nazisti non è mai stato riconosciuto né risarcito in alcun modo. 3. MODIFICHE LINGUISTICHE PER UNA CORRETTA RAPPRESENTAZIONE DI DONNE E UOMINI p. 3 … dell’equilibrio tra attività umane e natura p. 5, 10, 38, 39 … lavoratori e lavoratrici p. 5 …Giovani donne e uominiLa piena ed egualitaria cittadinanza delle donne p. 8 … degli e delle invisibili (penultimo capoverso) p. 23 … e delle cittadine p. 27… ragazzi e ragazze, ragazzini e ragazzine p. 31Stato, imprese, lavoratori e lavoratrici aggiungere Luisa Spagnoli come esempio accanto ad Adriano Olivetti p. 35con lo sguardo delle donne, non solo degli uomini p. 36La scuola …formare cittadini e cittadine p. 40i e le giovaniattivisti e attiviste p. 42 storici e storiche 4. RAPPRESENTAZIONE CORRETTA ASSOCIAZIONI E MOVIMENTIp. 13 dove si indica l’associazionismo, aggiungere:UDI e Movimento femminista 5. BONIFICA DEL LINGUAGGIO DALL’USO METAFORICO DELLA TERMINOLOGIA BELLICAriprendendo la storica proposta di Lidia Menapace p. 26 su diversi terreni (invece di fronti)la lotta antirazzista invece di battaglia p. 27 terreni di ricerca invece di fronti p. 31, 33, 37lotta invece di battaglia
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Salute e guerra, una lezione al contrario
Pubblicato su sbilanciamoci.it di Nicoletta Dentico La grande intuizione del dopoguerra fu l’assoluta centralità della salute di fronte a un’Europa grande ospedale da campo. Nel terzo anno del Covid-19 nel nostro paese sembra che la lezione non sia stata imparata, a vedere la legge lombarda che privilegia i privati. Mentre infuria una nuova emergenza guerra.Esattamente tre anni fa, il nostro paese scopriva che il nuovo coronavirus aveva trovato la sua agile via di approdo in Italia, da Wuhan. Come, ancora non è dato sapere, visto che il paziente zero non è mai stato identificato. Abbiamo scoperto che SARS-CoV-2 già abitava fra noi il 21 febbraio a Codogno. Per caso, anzi no, piuttosto per ostinazione di una giovane anestesista di Cremona, Annalisa Malara, che in scienza e coscienza ha deciso di violare i protocolli ordinari per la gestione del paziente, ha firmato assumendosi tutte le responsabilità del caso di fronte alla amministrazione sanitaria, e ha ostinatamente eseguito il tampone a Mattia Maestri. Con questo gesto personale non scontato ha ufficialmente decretato il primo focolaio di Covid-19 in Lombardia. Un passaggio denso di significanze: alcuni giornali hanno parlato della “pazzia clinica” di Annalisa Malara. Iperboli giornalistiche a parte, la scoperta di SARS-CoV-2 in Italia allude, si può ragionevolmente dire, a una insostenibile forma di nemesi medica, tanto per ricorrere al saldo bagaglio analitico di Ivan Illich. Rimanda cioè a un’evidente disfunzione della scienza e del sistema sanitario, che mentre crea incessantemente nuovi bisogni terapeutici, non riesce più a rispondere – se non per eccezione, appunto – ai bisogni reali che sollecitano a riappropriarsi della salute. Il fatto che, come sostiene Illich, il cosiddetto progresso della medicina sia una variabile dipendente di trasformazioni che si riflettono in ciò che i medici fanno/non fanno e dicono/non dicono propone una chiave di lettura, ancora prima del tampone di Codogno, sulla storia di mancata sorveglianza relativa alle due morti di novembre 2019 a Milano, tra cui un bambino di 4 anni, cui era stato sommariamente diagnosticato il morbillo. Oggi noi sappiamo che il virus era già presente ben prima del 21 febbraio in Lombardia. Uno studio pubblicato lo scorso dicembre su Epidemics-The Journal of Infectious Disease Dynamics registra 527 casi di persone con sintomi di Covid-19 in età tra i 75 e i 78 anni in Lombardia, di cui 38 sanitari, prima della identificazione del focolaio di Codogno. Già nel 2019 il Covid-19 circolava silente e non intercettato in almeno 222 dei 1506 Comuni lombardi, dice lo studio coordinato da Danilo Cereda: una notizia che non risulta particolarmente rassicurante, e che forse sta all’origine della catastrofe che il patogeno invisibile e sconosciuto ha inferto poi a tutto il sistema sanitario italiano. Uno tsunami che allora seminò il panico nel mondo. Se soccombeva l’Italia, un paese dotato di uno dei migliori sistemi sanitari pubblici al mondo secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che cosa poteva accadere altrove? Che cosa avrebbe scatenato il nuovo coronavirus nei paesi del Sud globale, sguarniti di sistemi sanitari degni di questo nome, o con servizi fatiscenti e scarni di strumenti e risorse umane, malgrado le vagonate di miliardi di dollari investiti in salute globale negli ultimi venti anni? Il sociologo e filosofo francese Bruno Latour ha scritto che la pandemia ha assunto in questi anni il ruolo di Socrate, il quale effettivamente si paragonava a un tafano quando, mischiandosi alla gente nelle piazze di Atene, punzecchiava i suoi concittadini per svegliarli, persuaderli, rimproverarli. Il virus, con la cinetica delle sue varianti, è un avvertimento feroce ma inconfutabile che arriva dalla natura, il cui contrattacco continua a imporre un profondo ripensamento, anzi un cambio di civiltà. Dopo due anni, è arrivata l’ora di accorgersene. La posta in palio non riguarda solo il superamento della visione antropocentrica del rapporto fra esseri umani e natura – non sarà più abitabile il pianeta alle stesse condizioni di vita che abbiamo conosciuto nel mondo occidentale – ma anche la necessità di ripartire da una visione di diritto alla salute come pilastro per la costruzione della società e la definizione di politiche che mettano al centro la dignità della persona e la cura degli ecosistemi. Condividiamo lo stesso destino come esseri viventi, pandemia e crisi climatica sono oggi le matrici di un’unica pedagogia. Era stata la grande intuizione del dopoguerra, al momento della costituzione delle Nazioni Unite, la assoluta centralità della salute. E non a caso: l’Europa era un ospedale da campo. Il diritto alla salute, quindi, nacque formalmente diversi mesi prima della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: il 7 aprile 1948, con l’entrata in vigore dell’Oms. La comunità internazionale aveva ben chiara un’idea di futuro: per ricostruire vita sulle macerie ancora fumanti di due guerre mondiali era necessario cominciare dal diritto primigenio, quello in cui tutti si riconoscono a prescindere dalle appartenenze e ideologie, il diritto che in un certo senso prepara le condizioni di accesso e fruizione di tutti gli altri diritti. Il diritto alla salute poteva a ragione denotarsi come spazio privilegiato di sperimentazione per una agenda dei diritti tout court, a partire dal quale le nazioni sopravvissute alle devastazioni di due conflitti sarebbero state in grado di rimettere insieme i dolorosi frantumi delle rispettive società. La rigenerazione, allora, ebbe molto a che fare con visioni forti, e con il loro presidio. Nel 2022, dopo quattro decenni di una globalizzazione sfrenata – anch’essa, in fondo, una guerra – i due sconvolgenti anni di Covid-19 che ci lasciamo alle spalle portano alla luce i limiti della bufera che chiamiamo progresso, per dirla con Walter Benjamin, con tendenze di stratificazioni delle disuguaglianze destinate a incidere, anche geneticamente, nelle future generazioni. Allo stesso tempo, invocano la necessità di una nuova alleanza terapeutica, una nuova strategia della cura. Davanti a una malattia che continua a colpire l’intimità dei corpi, in modalità impreviste ancora da valutare appieno nelle diverse fasce della popolazione, noi non possiamo reagire limitandoci a consumare e produrre merci. Ma cosa sta succedendo, invece? Il modello privatistico della salute in Lombardia, che in nome dell’efficienza non ha solo pervicacemente smantellato dagli anni ‛90 in poi la sanità pubblica sul territorio, ma ha anche depotenziato il sistema pubblico di laboratori di sorveglianza – nel 2021 si dava in Lombardia un solo laboratorio ogni 1,2 milioni di abitanti, contro un laboratorio ogni 500.000 abitanti in Veneto, secondo un rapporto internazionale – prosegue senza soluzione di continuità nello spirito e nella lettera della riforma Moratti, nuovo terreno di aspro confronto. Nella nuova legge sulla sanità della giunta regionale lombarda sono pervicacemente assenti la centralità della prevenzione, la programmazione socio-sanitaria territoriale, la tutela dell’ambiente, mentre si insiste sulla sanità privata, lasciata in piena libertà d’azione; ad essa viene attribuita la possibilità di “concorrere alla istituzione delle Case e Ospedali di Comunità” previste e finanziate dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). La stessa cosa avviene a livello nazionale: mentre si registra un grande attivismo per assicurare ai soggetti privati l’accesso ai finanziamenti europei del PNRR, malgrado il generale consenso politico generato da Covid-19 di rafforzare il servizio sanitario pubblico e universalista, nessuna buona notizia arriva dal fronte del personale del servizio sanitario nazionale (SSN), che nell’ultimo decennio ha subito un drastico ridimensionamento. Né si intravede alcun segnale di inversione di tendenza, dati i limiti imposti dal governo Monti alla spesa corrente che neppure l’impatto di Covid è riuscito a soppiantare, e data anche la mancata rimozione dei vincoli che limitano le assunzioni stabili.Nessuna speranza. Le assunzioni di medici e infermieri, effettuate ancora in emergenza, restano a tempo molto determinato e spesso con contratti a cottimo. Le università, dal canto loro, non hanno ancora adeguato l’offerta formativa alle esigenze socio-sanitarie della popolazione, con una visione integrale della salute che comprenda l’ambiente e tutti i suoi determinanti. Restano invece appiattite a una estrema medicalizzazione, a una visione specialistica e biomedica che scientemente elude i fondamentali approcci di promozione della salute, oltre le mere prestazioni sanitarie sempre più tecnologiche. Ha ragione David Quammen quando scrive che non eravamo preparati alla pandemia per mancanza di immaginazione. E pare proprio che non siamo guariti. Neppure se rivolgiamo lo sguardo al piano internazionale riusciamo a intravedere un ravvedimento. In una congiuntura di bassissima marea dell’azione multilaterale, l’Oms si appresta a negoziare da marzo un nuovo strumento vincolante per adeguare la governance globale della salute alla preparazione e risposta alle prossime pandemie, come se queste fossero ormai un destino. L’idea scaturisce dalla fantasia del presidente del Consiglio d’Europa Charles Michel, il quale ha lavorato sodo nel 2021 per incardinare la proposta a Ginevra e per conseguire in poche battute il sostegno incondizionato del direttore generale dell’Oms e la adesione globale – in parte forzata – a questa iniziativa europea. Sotto l’impalcatura retorica del consenso diplomatico si ravvisano tuttavia crepe di realismo non trascurabili. Alcuni governi del Sud globale denunciano le sfide irrisolte nella loro gestione di COVID-19, difficoltà che rimandano alla annosa questione della loro impossibilità di finanziamento dei sistemi sanitari pubblici – il solo realistico baluardo contro il contagio. In Nigeria, ad esempio, la spesa sanitaria pro-capite è aumentata da meno di un dollaro a 7 dollari nel 2021, ma le condizionalità dei presiti della Banca Mondiale impediscono al governo nigeriano di programmare un rilancio dell’ancora fragile servizio pubblico. La lotta al virus deve invece passare per la ricetta che la comunità internazionale dello sviluppo si ostina a somministrare, il private sector leveraging, cioè la facilitazione agli attori della sanità privata, sulle spalle dell’accresciuto debito pubblico. L’evidenza empirica lo dimostra senza equivoci: i sistemi sanitari più deboli sono nei paesi costretti a pagare il servizio del debito ai paesi ricchi. Nel 2019 si contavano 64 governi ingabbiati nella morsa debitoria e vincolati a spendere più in servizio del debito che per investimenti in salute pubblica. Il debito è il loro virus incurabile. Più pagano, più il debito incalza: un peso cresciuto dal 35% al 65% nell’ultimo decennio, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale (FMI, 2019). La cancellazione del debito sarebbe il loro vero vaccino. Se si estinguessero i pagamenti di 76 paesi a basso reddito dovuti nel solo 2020 – primo anno pandemico – si libererebbero 40 miliardi di dollari, 300 miliardi se si contasse anche il 2021. E invece che succede? In un rapporto di inizio 2021 il FMI ha previsto l’introduzione di misure di austerity in 159 paesi entro la fine del 2022: l’equivalente di una pandemia finanziaria che si abbatte su 6,6 miliardi di persone, ovvero l’85% della popolazione mondiale. Un’iterazione che lascia senza respiro, destinata com’è a stratificare vecchie e nuove disuguaglianze. E poi c’è la questione del mancato accesso ai vaccini e il persistere dell’apartheid sanitario, una ferita profonda di questo tempo, nonché l’espressione più abrasiva del disfacimento di ogni vera cooperazione internazionale tra gli Stati. La caparbia resistenza di un manipolo di paesi – Unione Europea, Svizzera, USA e Gran Bretagna – contro la moratoria dei diritti di proprietà intellettuale (non solo brevetti, ma anche know-how, dati clinici e segreti industriali) per ampliare l’accesso alla conoscenza scientifica e permettere la decentralizzazione della produzione dei rimedi contro il Covid paralizza da un anno e mezzo ogni negoziato all’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc). La possibilità di sospendere i monopoli della conoscenza è prevista dallo stesso trattato fondativo dell’Omc, ma risulta impossibile utilizzare questo dispositivo del diritto internazionale nel contesto pandemico perché secondo l’Occidente l’oligopolio farmaceutico non può essere messo in discussione, anche se – stando ai rapporti più accreditati – il pubblico finanzia la ricerca in campo farmaceutico in larghissima misura, anche prima di SARS-CoV-2, non solo direttamente ma tramite agevolazioni fiscali e incentivi di varia natura. Non è quindi un azzardo intellettuale parlare di appropriazione privata della ricerca pubblica favorita dai governi, ai quali invece spetterebbe negoziare le migliori condizioni per difendere la salute delle loro società. Ne danno evidenza due notizie di questi giorni. La prima riguarda l’indagine a Bruxelles sull’eccessiva familiarità della presidente della Commissione con il CEO della Pfizer Albert Bourla, a fronte della persistente opacità sulle clausole contrattuali che l’Europa ha stipulato con le aziende farmaceutiche per l’acquisto dei vaccini (solo l’Italia ha speso 24 miliardi di dollari!). La seconda notizia ci porta in Sudafrica, dalla azienda Afrigen Biologics and Vaccines, che con il supporto della Oms è riuscita, a replicare il vaccino mRNA di Moderna con un processo di ingegneria inversa. La società civile sudafricana sta in allerta; sarà da vedere se Moderna avrà davvero la faccia tosta di sfidare il paese africano per rivendicare diritti esclusivi su un vaccino totalmente finanziato dall’operazione Warp Speed dall’amministrazione Trump (anche se omette di esplicitarlo nelle documentazioni brevettuali ufficiali in USA). Su questa geopolitica sanitaria si combatte con multiformi vicende una guerra strutturale sulla gestione della conoscenza che da decenni semina morti, una patologia dalla quale neppure Covid-19 è riuscito a immunizzare il mondo. Si tratta di un crinale di tensione del tutto speculare alla roboante minaccia del ricorso alle armi che si traduce nella stessa desolante iterazione di violenza e morte. Quella che registriamo oggi in Ucraina, a pochi giorni dall’invasione russa. Nel tempo di una pandemia non ancora risolta, in mezzo allo scriteriato agitarsi di una comunità internazionale allo sbando, ci mancava solo il sibilo delle armi per dissipare e uccidere ogni speranza di uscirne migliori.
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Dall’UDI una riflessione e una domanda di Pace
Diritti e Libertà delle donne – Una cittadinanza piena per un mondo più giusto Come sempre nella giornata internazionale della donna, riflettiamo sul passato, sul nostro presente e ci interroghiamo sul futuro. I diritti conquistati negli anni passati con dure lotte dall’UDI e dal movimento delle donne hanno eliminato le ingiustizie più evidenti e avviato il percorso di liberazione individuale e collettiva dai condizionamenti che la società patriarcale poneva e ancora pone. Ma mentre le donne andavano avanti in un percorso di affermazione della soggettività femminile, la politica dei partiti seguiva un itinerario inverso, di chiusura autoreferenziale e di crisi profonda. L’avvento della libertà femminile avrebbe richiesto cambiamenti radicali in un’organizzazione sociale che fino a quel momento si reggeva sulla rigida divisione di ruoli: uomini nel pubblico e donne nel privato, invece è prevalsa la scelta più innocua: includere le donne senza alcuna modificazione della cosa pubblica. Oggi il rischio è che la neutralizzazione delle donne avvenga non più attraverso l’esclusione ma l’inclusione. Parità e pari opportunità sono spesso intese come necessità delle donne di essere/diventare pari agli uomini e mai viceversa, fino a vivere la loro stessa differenza con difficoltà, quasi un fardello da cui liberarsi anche a favore di un “gender” indifferenziato. Si agita lo spettro del calo demografico, dandone la responsabilità alle donne, senza che siano stati presi i provvedimenti che permetterebbero alle donne di decidere se essere o non essere madri. Oggi ci chiedono di confidare nel PNRR per risolvere i problemi, ma i fatti oltre le parole cosa dicono? Dal bilancio di genere del 2021 si evince che siamo tra i paesi europei con il tasso di occupazione femminile più basso, nonostante le donne abbiano un livello d’istruzione più elevato, che il part time è per il 60% delle lavoratrici una condizione subita e non scelta e che vengono penalizzate soprattutto le donne con figli. Gli asili nido sul territorio nazionale sono da decenni del tutto insufficienti e mancano politiche adeguate di sostegno alla maternità. La carenza di servizi sociali particolarmente grave nel meridione e nelle isole, pesa soprattutto sulle donne. Non sempre l’occupazione coincide con il lavoro: le donne in Italia, dicono le statistiche, lavorano in media più degli uomini proprio per quel lavoro di cura che regge il paese, gratuito e non riconosciuto, nonostante rappresenti una parte cospicua del Pil. Essere madre è nella nostra società una corsa ad ostacoli e la bigenitorialità viene usata troppo spesso nei tribunali per sottrarre i/le figli/e alle donne, che denunciano violenze in famiglia mettendo a rischio in molti casi la sicurezza dei/lle piccoli/e. Per questo l’UDI insieme all’Associazione Federico nel cuore ha lanciato una petizione per sostenere l’approvazione del ddl 2417, per fermare i figlicidi.La cancellazione della madre è evidente anche nella trasmissione del cognome alla famiglia con la superiorità del patronimico paterno, in barba alla Costituzione. Dispiace che anche alcune donne lo ritengano un problema secondario. Il cognome fa parte della nostra identità di persona e non poterlo trasmettere a chi abbiamo messo al mondo è una ferita alla nostra dignità. Il sessismo e il neoliberismo, per assoggettare le donne, operano da sempre in stretta connessione tra il piano materiale della nostra condizione socio-economica e il piano culturale/simbolico. Non c’è quindi un prima e un dopo. Oggi, straparlando di libertà e di “dono”, si vorrebbe con la maternità surrogata ridurre il corpo femminile ad una incubatrice e con il sex work (prostituzione come lavoro) a merce da offrire sul mercato. Nel frattempo l’altissima percentuale di obiezione di coscienza (più del 70% la media nazionale), rende difficile alle donne ricorrere all’aborto e in alcune regioni trovare un consultorio che funzioni bene è una vera impresa. Violenza maschile sulle donne, molestie sessuali, stalking, femminicidio, non diminuiscono, anzi i dati dimostrano che la pandemia ha aggravato il fenomeno. Viviamo quindi un attacco alle nostre conquiste, particolarmente pericoloso perché non sempre è riconoscibile, presentandosi in maniera surrettizia come affermazione di nuove libertà e perché avviene in un contesto di crisi della democrazia e della politica in cui non è più chiaro quali scelte possano fare i referenti istituzionali. Eppure la pandemia, portando tragicamente allo scoperto la fragilità e l’interdipendenza degli esseri umani, ha mostrato con chiarezza che siamo ad un punto di non ritorno in cui è urgente, per la difesa del pianeta, un cambio di civiltà. Un cambio di civiltà di cui le donne possono/debbono farsi portatrici, contrastando l’illusione di onnipotenza e l’ossessione di dominio maschili. La forza morale, l’attenzione, la relazione e la capacità di amore e di cura per le creature umane e per la natura possono essere i principi ispiratori di un altro ordine che prenda le mosse dall’esperienza storica delle donne, quella che è stata detta “opera femminile di civiltà”. Ce lo chiedono le giovani generazioni che, sulla scia di Greta Thunberg, pretendono salvaguardia dell’ambiente e giustizia sociale. Lo esigono i morti nel Mediterraneo e nelle frontiere dell’Europa, a cui rischiamo di assuefarci. Lo reclamano disperazione e sofferenza di popoli costretti da spietate oligarchie in guerre senza fine. Nel nostro paese aumenta la spesa militare e siamo quasi incredule di fronte ai forti venti di guerra che soffiano nel cuore dell’Europa. Svetlana Aleksievic, premio Nobel per la letteratura, ha scritto “La guerra non ha un volto di donna”. È vero. Proprio per questo dobbiamo fare di tutto per fermare questa follia distruttiva.
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Maternità surrogata, come mai così in silenzio?
GIUSTIZIA/LA CAMERA DISCUTE DI MATERNITA’ SURROGATA, COME MAI COSI IN SILENZIO? Proposte di legge per punire il reato all’estero di FdI, Lega e Carfagna, ma il centro sinistra tace. È in corso nella Commissione Giustizia della Camera l’esame di alcune proposte di legge presentate da FdI, Lega, dall’on. Mara Carfagna, per estendere il reato della pratica della maternità surrogata alle coppie che vi accedono in paesi esteri. Un tema importante, perché la totalità delle coppie etero e gay che ricorrono a tale pratica, vietata in Italia, lo fanno in cliniche attive in quei pochi Stati in cui essa è consentita. La lotta contro la compravendita dei bambini e lo sfruttamento delle donne è condotta da una vasta rete internazionale di associazioni che ha chiesto all’Onu di bandire in tutto il mondo questo mercato che riduce le donne, perlopiù indigenti, in incubatrici e i bambini a oggetto di contratti mercantili, decidendo prima della nascita di privarli della madre.Per affrontare seriamente il tema, la politica italiana dovrebbe, da una parte, smettere di agitare le strumentali bandiere ideologiche e dall’altra assumere posizioni chiare, finora non pervenute in particolare dal centro sinistra e i dai cinquestelle. ArciLesbica NazionaleCoord. Ita. della Lobby Europea delle DonneFamily SmileLaboratorio DonnaeNO GPA - rete webSenonoraquando -SNOQ LibereLe rose bianche PalermoUDI Nazionale
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Comunicato stampa UDI su cognome materno
Finalmente martedì 15 febbraio, inizierà in Commissione Giustizia del Senato la discussione sull’attribuzione diretta ai figli del cognome della madre.Sono 40 anni che le donne chiedono inascoltate che il proprio cognome non venga cancellato. Nel tempo in cui la dignità si fa tema politico, il cognome della madre taciuto, prima di essere un’ingiustizia, appare per quello che è: uno scandalo.È tempo di verità, che i figli portino i segni di coloro che li hanno generati e che il loro nome sia una storia e non un attestato di proprietà.Vogliamo che questo sia alla nascita senza necessità di accordi e concessioni tra coniugi.Ci auguriamo che questa discussione non si impantani in sterili conflitti, in contrapposizioni strumentali, in furbe lungaggini.Le donne, oggi più che mai, hanno un enorme credito da riscuotere.UDI-Unione Donne in Italia
