Aiuti umanitari all'Afghanistan: lettera pubblica al Presidente della Repubblica

IllustrissimoSignor Presidente della Repubblica Sergio Mattarella  noi associazioni della società civile e autorità di garanzia: Federazione Italiana per i Diritti Umani, Presidente Antonio StangoCNCA, Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza, con 260 associazioni federate, Presidente Riccardo De FacciCONADI, Consiglio Nazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, Presidente Umberto PalmaUDI, Unione Donne in Italia, Vittoria Tola, Responsabili nazionali Giulia Potenza e Laura PirettiAssociazione 'Turchia in Europa subito', Segretario generaleMariano Giustino, nonché corrispondente di Radio Radicale dalla TurchiaSindacato Medici Italiani, Segretario Generale, Pina OnotriASSIMEFAC, Società Scientifica di Medicina Generale, Presidente Nunzia PlacentinoGarante per i Diritti del Minore Regione Puglia dott. Ludovico Abbaticchio Garante dei Diritti della persona Regione Molise, dott.ssa Leontina Lanciano Garante dei Diritti del Minore Regione Abruzzo, dott.ssa Maria Concetta Falivene Garante dei Diritti del Minore Regione Piemonte, dott.ssa Ylenia SerraGarante dei Diritti del Minore Regione Liguria, dott. Francesco LallaGarante dei Diritti del Minore Provincia Autonoma di Bolzano, dott.ssa Daniela Holler ASMEV Onlus Calabria dott. Roberto PitittoSalesiani per il Sociale, Presidente don Francesco PreiteAssociazione Viola Dauna, Presidente Stefania Di Gennarocon   la   giornalista   Maria   Grazia   Mazzola,   che   nel   2009   -    con    un documento tv Rai esclusivo- denunciò e fece espellere un imam dall’Italia per i suoi proseliti e i suoi rapporti con i terroristi di Al Qaeda, Ci rivolgiamo a Lei perché Garante dei valori della nostra Costituzione contro la guerra e la difesa dei diritti umani e civili. Nessuno di noi può più avere pace dopo l’esplosione della grave crisi  in Afghanistan,  con  la  ritirata  delle  forze  occidentali  e  la  defezione dell’esercito afghano, che hanno portato al potere nuovamente i talebani. Non possiamo rimanere inerti davanti alla tv con le immagini di bambini e adolescenti che non hanno più né sicurezza né cibo da mangiare, in condizioni disumane, con le loro mamme, le famiglie, che non riescono a lasciare il Paese, pur volendolo. Non possiamo avere  pace nel vedere che i Paesi più prossimi all’Afghanistan continuano ad alzare e a prolungare muri invece di andare incontro alle migliaia di profughi. Non è umano. In migliaia abbiamo ribadito in Italia la nostra disponibilità all’accoglienza. Apprezziamo gli sforzi del Governo italiano nel rimpatriare quanti hanno collaborato col nostro Paese. Ora il problema più urgente, ci sembra, sia quello di aprire anche strade umanitarie via terra per andare a tirare fuori dalle cantine donne e bambine terrorizzate, senza nutrimento né tutela perché contenute nelle liste di proscrizione dei talebani. Molti infatti non possono raggiungere     l’aeroporto     di     Kabul     né     mostrarsi     per     le     strade controllate dai talebani. Occorrono con urgenza cordoni umanitari ‘bianchi’ interni all’Afghanistan, di ONG riconosciute sul piano mondiale, che possano raggiungere le famiglie più gravemente in pericolo di vita presso le loro abitazioni, ammesso che nel frattempo non vengano giustiziate, come denunciano alcuni filmati sui social media. Siamo consapevoli che ciò che chiediamo sembra impossibile, ma rispondiamo con le parole di Gino Strada che ha lasciato un monito a tutti noi: ‘niente è impossibile” e lo ha dimostrato con i fatti. Siamo in contatto via twitter con la realtà afghana e la situazione è esplosiva: dalle leader dei diritti civili  e dai leader della resistenza, ci arrivano filmati e denunce allarmanti, che dimostrano come ‘il nuovo corso’ annunciato dai talebani, sia mera propaganda. Ci sentiamo responsabili del tempo che scorre e gli occhi dei bambini pieni di terrore ci inchiodano: ogni minuto che passa   è una vita umana che può essere spenta, una bambina rapita e data come merce ai talebani. Siamo al bivio di un genocidio-speriamo di sbagliarci- ma senza alcun dubbio di crimini contro l’umanità. In vent’anni l’Afghanistan é cambiato, le donne hanno riconquistato il diritto al proprio nome e alla parità tra uomo e donna, i bambini il diritto all’istruzione democratica in classi miste, così come i giovani. Ci   appelliamo   a   Lei,   alla   tradizione    storica    italiana    basata    sulla    solidarietà e l’accoglienza che ci ha reso amati nel mondo: chiediamo    il    Suo    intervento,    la     Sua     sollecitazione     internazionale   affinchè i bambini, le donne, le famiglie siano aiutate a fuggire, ma anche per la popolazione che resta il diritto al cibo e alle cure. Con grande stima e fiducia rivolgiamo a Lei questo appello, ringraziandoLa di cuore. Roma 26,agosto 2021     

L’ Unione Donne in Italia alza la sua voce

Risponde all’appello delle donne afghane che per un sogno di libertà sono in pericolo di vita: pronte all'accoglienza! L’UDI raccoglie il grido disperato delle donne afghane e l’appello accorato della regista Sahraa Karimi, prima donna presidente del cinema afghano, ora in fuga da Kabul verso una località segreta essendo un obiettivo militare dei talebani, come tutte le donne, le bambine, le professionalità afghane che in vent’anni, sono state protagoniste di un percorso storico di evoluzione e di emancipazione.Gravissime sono le responsabilità per quello che sta succedendo dell’occidente e del nostro paese che ha condiviso le scelte belliche degli Stati Uniti verso l’Afghanistan in nome della lotta al terrorismo, della democrazia e della libertà delle donne.Di fronte ad una tragedia di cui tutti i governi italiani, a partire dal 2000, sono corresponsabili, l’UDI chiede al Governo in carica l’immediata istituzione di un organismo dotato di poteri e risorse economiche che:- appronti e gestisca programmi governativi immediati e rapidi di evacuazione dall’Afghanistan per tutti quelli che vogliono lasciare il Paese;- individui i percorsi migliori per rendere possibili corridoi umanitari per donne, bambini e bambine;- gestisca l’accoglienza nel nostro paese, organizzando anche il volontariato sia delle associazioni sia delle/i singole/i;- disegni un futuro che preveda ad esempio per le donne il riconoscimento di rifugiate politiche.Per passare dalle parole ai fatti, dai proclami teorici alle soluzioni concrete, sono tante le donne in Italia, pronte ad accogliere altre donne, quante si ritrovano nella lista di proscrizione dei talebani. Come negli anni '40, la Resistenza internazionale contro ogni violenza e sopruso non è mai finita e l’UDI, coerentemente con le proprie radici storiche, partecipa attivamente ancora oggi alla nuova Resistenza, partendo dalle donne e dall’accoglienza.    ​

Dichiarazione dell’ENoMW sulla situazione in Afghanistan

 We deplore the against Women and the that surrounds it. Women human rights are everything what Taliban is NOT. Misogynist regime cannot be Afghan women’s future. Women must not be prevented from leaving Afghanistan and finding refuge in a safe country as the catastrophic situation in Afganistan prevails. should do everything to admit and support - not keep out - girls and women from Afghanistan. Our statement [EN, FR, ES, RU, PT, FARSI] + invitation to public event on 28/08 ​

La contrattazione di genere: una visione per il possibile

di Rosangela Pesenti Piattaforma per una contrattazione di genere: questo è il titolo che abbiamo dato a un testo elaborato nel 2017 da un gruppo nazionale dell’UDI al termine di un percorso, durato tre anni, che ha visto il momento culminante nel seminario “Lasciateci lavorare”, di cui sono disponibili gli atti.A tre anni di distanza ci troviamo collocate nella discontinuità introdotta dal Covid19 e quindi in un tempo che richiede almeno la revisione e aggiornamento dei criteri con i quali ci siamo mosse nella politica.Nella storia dell’Udi considero questo testo il punto d’arrivo di una lunga storia di contrattazioni efficaci che hanno contribuito a conquistare una democrazia paritaria, come si usa dire, vincendo la lunga lotta per l’emancipazione, parola che la mia generazione, le femministe degli anni ’70, ha compreso pienamente solo nell’età adulta, quando abbiamo imparato a conoscere e vedere le lotte delle donne e la loro lungimiranza dentro il contesto di epoche e leggi che, proprio grazie a loro, ci sono state risparmiate.Il testo (allegato in fondo) è già di per sé il frutto di una contrattazione collettiva sul significato dei termini come sulle richieste e se da un lato rappresenta una significativa elaborazione dell’associazione dall’altro non ha trovato realizzazione per la mancanza di condizioni concrete che consentano davvero la contrattazione, che non può mai essere solo un atto unilaterale, una dichiarazione di piazza, un piano attuabile direttamente, ma ha bisogno di pratiche agite da soggetti dentro luoghi, istituzionali e sociali, e perfino privati.Questo testo non ha trovato una sua utilizzazione concreta ed è stato di fatto accantonato, spero temporaneamente, anche dall’Udi, perciò mi assumo la responsabilità di rendere visibili alcuni pensieri sparsi che mi hanno accompagnata nel lavoro e che non ho avuto modo di condividere.Un contratto, come sappiamo, è più di un accordo e persino di un patto perché nella legislazione è anche un istituto giuridico regolato che riguarda prevalentemente il patrimonio.Il patrimonio è, nel significato originario, il dovere del padre, ciò che spetta di fare al padre e a lungo la legislazione ha protetto la linea paterna e maschile delle proprietà ed eredità dei patrimoni.La contrattazione stessa era ambito e prerogativa maschile, mentre le donne erano costrette a muoversi sul terreno ambiguo della manipolazione, dissimulazione, compiacenza, menzogna, servilismo, ancillarità per godere dei benefici dei capitali in circolazione, non solo di quelli economici ma anche dei capitali culturali e sociali, perfino minuscoli.Imparare o meno a scrivere, anche in una famiglia proletaria, faceva la differenza tra maschi e femmine, così come poter accedere liberamente a luoghi esterni alla famiglia, fruendo di quel piccolo capitale sociale di conoscenze umane che favoriva le relazioni tra maschi mentre quelle tra donne, spesso molto più significative proprio ai fini della sopravvivenza individuale e famigliare, restavano invisibili e senza valore.La maggior parte delle donne si è mossa a lungo in forme di contrattazione sommersa, implicita, allusiva più che prescrittiva e quando donne e gruppi hanno voluto presentarsi sulla scena politica hanno conosciuto la repressione violenta.Del resto anche oggi i femminicidi sono sempre l’esito dell’incapacità da parte dell’assassino di tollerare l’autonomia femminile, rappresentano il rifiuto della contrattazione perfino quando è definita dalla legge.Mi limito a questi cenni frettolosi per evocare una lunga e complessa storia che riguarda l’uscita delle donne dallo stato di minorità al quale erano state condannate dalla legislazione moderna e i diversi posizionamenti di donne e gruppi femminili dentro questa storia politica e sociale.Tutta la storia umana può essere riletta anche dal punto di vista della capacità contrattuale delle soggettività sociali e politiche in relazione all’acquisizione delle risorse per la vita, quelle risorse che Bordieu definisce e rilegge appunto come la complessa intersezione di piani tra capitale economico culturale e sociale dentro il mondo che noi definiamo come “storia accumulata”[1].Il contratto passa da pratica economica al pensiero politico proprio attraverso quella locuzione di contratto sociale che ipotizza il processo di contrattazione nell’emergere della società dallo stato di natura.Chi ha potere assoluto fa un piano e lo impone, diversamente si contratta a tutti i livelli delle relazioni umane a cominciare da quelle più intime, da legami che sembrano naturali ma passano immediatamente dalla cosiddetta natura alla cultura sociale acquisita e poi rielaborata.Chiunque abbia cresciuto una bambina o un bambino, anche in una relazione non genitoriale, conosce bene la complessità dialogica che si instaura quando emerge nelle piccole persone il bisogno di affermare la propria esistenza e l’intuizione che i propri sentimenti riguardano la vita e quindi la libertà di esprimerla nella sua potenzialità.Il termine contrattazione riesce a nominare il confronto tra parti che misurano il reciproco interesse, perfino attraverso una valutazione non sempre cosciente, e quindi spesso difficile da esplicitare, delle proprie istanze fondamentali e del loro valore.La contrattazione infatti riguarda sempre uno scambio di valore, che sia economico, simbolico o sociale e l’abilità delle parti riguarda il potere di stabilire i criteri del valore.L’operazione sembra essere più facile sul piano economico ma i piani si intersecano e l’esempio più vistoso è proprio quello dell’appropriazione di tutto il lavoro o attività erogate prevalentemente dalle donne a sostegno invisibile, e quindi non riconosciuto, di tutto il piano economico degli scambi e accumulazione della ricchezza.La parola contratto viene ripresa da Carol Pateman nel 1988[2] con l’intento di dimostrare in che modo proprio la narrazione che attiene al contratto sociale come fondamento del mondo politico moderno sia solo metà della storia, perché occulta il contratto sessuale respinto nell’oscurità del dato naturale per il quale il processo della riproduzione umana è analogo alla fertilità della terra, ricchezze naturali appunto di cui si regola l’appropriazione da parte degli uomini.La cultura politica moderna è la strada maestra attraverso la quale il patriarcato si conserva modificando e adattando le strutture del dominio che restano prevalentemente inconsce, frutto di dispositivi che scattano prima che possiamo perfino pensarli, come avviene del resto per la lingua che parliamo, prima e più importante forma di espressione dell’essere umano e umana e deposito della cultura di lunghissima durata.Aver presente la cultura implicita dentro la quale emerge ogni nuova contrattazione, anche la più minuta e concreta è quel processo che noi femministe abbiamo definito autocoscienza e significa affinare continuamente la capacità di ripercorrere le strutture simboliche e reali del dominio non solo nelle grandi scelte di vita ma nelle minuzie del vivere quotidiano e dell’interazione continua con persone istituzioni e complessità delle reti sociali nelle quali siamo inserite.Per questo a me sembra utile la parola CONTRATTAZIONE per definire la cornice delle questioni che possiamo considerare ancora aperte per la piena esistenza sociale delle donne.Contrattare significa prima di tutto aver consapevolezza di sé e del valore che abbiamo a disposizione, per la collettività delle donne significa affermare nuovi criteri di attribuzione del valore e renderne visibile l’oggettiva presenza nella vita reale.Il fatto che lo sciopero, azione nonviolenta potente inventata dal movimento operaio, che dovremmo cominciare a definire anche in modo diverso per rendere visibile l’apporto fondamentale delle donne e quella presenza che, soprattutto in Italia, vide il protagonismo di categorie capaci di sfidare anche il fascismo, come quella delle mondine, non sia del tutto praticabile per i lavori della riproduzione, da quella biologica e domestica ad alcuni lavori sociali come la sanità e l’assistenza, ci deve suggerire che dobbiamo cercare un’altra strada collettiva e molto più incisiva e potente perché il tempo è arrivato.Non mi dilungo su questa parte, sulla quale ho già scritto molto, ma l’ho accennata solo per ricordare che le lotte vincenti sono quelle che hanno radici profonde nella vita reale e quindi nella vita reale delle donne.Una lotta può richiedere impegno e fatica, non mi piace usare la parola sacrificio che ha un’aura sacrale pericolosa, soprattutto per le donne alle quali il sacrificio è stato per secoli indicato come copione di vita, ma una lotta collettiva deve saper commisurare impegno e fatica con la meta e i risultati possibili.Per questo avere chiara una piattaforma per la contrattazione è, a mio avviso, necessario per definire un percorso, le tappe, le azioni ma anche, non meno importante, le alleanze e, fondamentale, la rete di legami solidali che storicamente abbiamo definito sorellanza, anche e soprattutto per chiarire che la parola fratellanza, nella famosa trilogia politica rivoluzionaria, non ci comprendeva e quindi non ci riguardava.Legami spesso ancora invisibili e fragili, tanto più oggi che la raggiunta emancipazione ha immesso le generazioni delle donne cresciute a partire dagli anni ’80 nell’opportunità di acquisire posizioni sociali pari agli uomini e di questa parità giuridica farne anche, purtroppo, omologazione al maschile, quando non direttamente asservimento e perfino approvazione acclamazione consenso, tornando inconsapevolmente proprio a quelle forme di dipendenza o addirittura  subalternità, non del tutto occultate dallo status raggiunto, che le lotte per la parità volevano comunque superare.  Dal crollo del fascismo in Italia fino alla fine degli anni ’90 del Novecento le lotte delle donne, sparse, organizzate in associazioni, riunite in varie aggregazioni fino a quello che abbiamo definito Movimento, hanno conquistato la cittadinanza giuridica modificando gli accessi sociali come la cultura delle relazioni anche attraverso pratiche di contrattazione efficaci tra pensieri e condizioni diverse ma soprattutto tra donne con ruoli istituzionali e donne della società civile organizzata.Una storia per molti versi invisibile che investe proprio la capacità di incontro, mediazione e quindi contrattazione tra donne per darsi reciprocamente forza e valore e farne buon uso nei luoghi istituzionali dove la presenza era numericamente scarsa.L’incontro tra UDI e femminismo fu visibile nelle piazze ma trovò piena espressione al X congresso, dove le delegate provinciali regolarmente espresse dai circoli, così si chiamavano i gruppi dell’UDI che facevano riferimento a un Comitato provinciale, sono state invitate a portare una femminista, che nella maggior parte dei casi si iscrisse all’Udi mutandone in parte la rappresentazione politica.Resta ancora sconosciuta e invisibile, nonostante pubblicazioni e testimonianza, anche a causa delle gravi deficienze di scuola e università, la storia delle relazioni tra donne dentro il Parlamento, dalla Costituente agli anni ’90, appunto, che si fondava anche su vaste e consolidate relazioni con l’associazionismo femminile.L’UDI stessa è stata a lungo il luogo di forza per le donne elette nelle istituzioni da un partito per la contrattazione dentro il partito stesso. Ricordo sempre che nella comunicazione informale del PCI si distingueva tra le donne comuniste e le comuniste dell’Udi.     Una storia ancora da indagare, che ci sarebbe utile conoscere proprio per le competenze inventate e accumulate sul piano della capacità di contrattazione, dietro la quale c’era la consapevolezza dell’esistenza collettiva che, pur nelle multiformi differenze, riusciva a costruire condivisioni vincenti.La stessa contrattazione ha attraversato il cattolicesimo grazie alle donne dentro le associazioni tradizionali e poi, soprattutto, nelle riflessioni e pratiche religiose di molti luoghi, come ad esempio le Comunità di base.Con il femminismo abbiamo reso visibile l’intollerabilità dei vissuti femminili nelle relazioni più intime e abbiamo reso visibile la contrattazione dentro le coppie e le famiglie, riassumendo la pratica disseminata nelle tante storie di vita con lo slogan “il personale è politico”.Personale per dire che tutto ciò che attiene all’esistere come persone ha un aspetto politico, a cominciare dall’attribuzione del genere alla nascita e dal significato sociale attribuito alla differenza sessuale femmina-maschio in relazione alla sessualità e riproduzione.Abbiamo contrattato continuamente, ma non abbiamo quasi mai usato la parola contrattazione per definire l’azione politica che agivamo, politica anche quando era personale.La vita viene prima delle parole che la raccontano perché la vita accade e le parole ci servono per comunicarla, dovrebbero servirci per comprenderla ed esprimerla ma qualche volta la cancellano, la camuffano, la distorcono.Per questo trovare la parola efficace per dire, come evocava il bel titolo di un libro di Marie Cardinal, ci porta su un piano di esistenza e, per noi, di esistenza politica.Entriamo nella vita sociale con un nome e un cognome che indicano una contrattazione avvenuta, in privato per il nome, dentro le leggi che disegnano il patto sociale per il cognome.L’attribuzione del cognome indica l’affiliazione da parte di adulti e adulte nei confronti di un/una minore e indica sempre il piano simbolico delle relazioni umane innanzitutto tra i due generi maschile e femminile, e di conseguenza il piano materiale delle condizioni in cui veniamo collocate e collocati con la concretezza dei diritti ereditari economici, determinati nelle leggi, ma anche l’accesso ai capitali culturali e sociali veicolato dalla prossimità e appartenenza famigliare.La democrazia è prima di tutto un sistema di regole condivise per la costruzione di un terreno di contrattazione, sempre mobile e aperto all’invenzione delle soggettività politiche.Inizialmente escluse come genere, incluse in forme paritarie che ci assomigliano poco, ora forse è tempo di inventare il nuovo, proprio a partire dalla consapevolezza della nostra capacità contrattuale.La Piattaforma dell’Udi è stata un tentativo in questa direzione e può avere un valore perfino oltre la mera testimonianza storica, me lo auguro.  In DONNE E POLITICA IERI OGGI E DOMANI: UNIAMOCI PER ESSERE LIBERE TUTTE, Atti del Convegno dell’A.DO.C. Assemblea Donne del PCI, Milano 3 ottobre 2020, Ed. La città del sole, 2021[1] Cfr.: Pierre Bourdieu, Forme di capitale, Armando editore, Roma 2015[2] Cfr.: Carol Pateman, Il contratto sessuale, Editori Riuniti, Roma 1997 UDI- UNIONE DONNE IN ITALIA PIATTAFORMAPER UNA CONTRATTAZIONE DI GENERE  Noi donne, come genere, siamo state a lungo escluse dal governo della terra che abitiamo e di cui riproduciamo la vivibilità per la nostra specie.Da sempre le parole dell’economia non sono adeguate a comprendere i corpi viventi femminili, tutta una enorme parte dell’agire umano, e questo perché l’economia si è concentrata su un’astrazione, quella dell’homo oeconomicus produttivo, che in realtà risulta nei fatti essere il maschio bianco occidentale adulto sano, il soggetto dominante nella rappresentazione culturale che cancella e/o mistifica la realtà della differenza di genere e di tutte le differenze, oltre che del transitare umano nelle diverse età della vita. La femminilizzazione della povertà si accompagna da sempre a quello che è stato definito sviluppo economico capitalista, attraverso il controllo e il mutamento di significato sociale della presenza femminile, lo sfruttamento e l’assoggettamento dei corpi, l’uso della violenza e la manipolazione dell’immaginario.Il carattere patriarcale della società è sopravvissuto a grandi mutamenti intrecciandosi a ogni nuova forma dell’economia, dentro le leggi, la forma dello Stato e delle istituzioni.Dobbiamo ricordare che la cittadinanza in Europa nasce proclamando libertà e uguaglianza ma escludendo, a lungo, in modo violento il genere femminile.Noi donne siamo state troppo a lungo straniere senza diritti, dentro le nostre stesse case, per non capire il legame profondo tra gli attacchi alla nostra autodeterminazione nelle scelte procreative e di vita, le nuove forme di sfruttamento e subordinazione del lavoro e il rinascente sessismo che, insieme a omofobia e razzismo, rilancia arroccamenti identitari affermati con la violenza.Il diritto al lavoro, fondamento della Repubblica italiana, è il mezzo attraverso il quale affermiamo la nostra autonomia e la libertà della nostra esistenza, che non possono essere assoggettate a un modello monosessuato mortificante e lesivo per i nostri corpi e la nostra dignità.Non è più tempo di chiedere tutele, inclusioni, parità: non siamo una minoranza che chiede di essere ammessa a godere dei diritti pensati escludendoci.Le nostre vite sono il criterio con cui vogliamo misurare la politica perché un mondo a misura di donne è un mondo a misura di tutti. LE QUESTIONI DA CUI SIAMO PARTITE           1)- Stare al mondo, mettere al mondo, venire al mondo.La vita delle donne è strettamente legata al tema della maternità che coinvolge sessualità, contraccezione, salute riproduttiva e parto. Ancora oggi il corpo delle donne è più oggetto di ricatti e baratti politici che di attenta e approfondita riflessione; questo ci riguarda per l’enorme difficoltà di circoscrivere, nei termini possibili per una legge o per più politiche, temi come la maternità, la contraccezione, il desiderio di maternità, il rifiuto della maternità, la sterilità, e avere piena soggettività personale e sociale nelle scelte relative alla riproduzione. Per quanto riguarda la gravidanza per altri pensiamo che il corpo delle donne non si affitta e non si compra  perché bambine e bambini non possono essere oggetto di mercato. Ricordiamo gli innumerevoli problemi di salute fisica e psichica della donna che si presta a tale pratica. La salvaguardia della vita e il desiderio di maternità rischiano oggi di essere assoggettati ai criteri del rendimento produttivo trasformando figlie e figli in oggetti di investimento a disposizione di chi vuole governare il destino dell’umanità attraverso la riproduzione delle gerarchie sociali ed economiche. 2) Quale mondo?L’assoggettamento dell’agricoltura alle logiche capitaliste del profitto e del mercato ha compromesso gravemente l’equilibrio degli ecosistemi e nel nostro paese ha significato un dissennato abuso del territorio insieme al rilancio del lavoro schiavile, cancellato dalle leggi e quindi governato dalla criminalità organizzata.Allo stesso modo oggi la forma neoliberista del rilancio capitalista sta conquistando l’area della riproduzione umana assoggettando al binomio sfruttamento-profitto tutto il lavoro di manutenzione della vita e la sua stessa riproduzione biologica e culturale.La resistenza delle donne che alimenta il modello cooperativo delle relazioni umane, fondamento della conservazione della vita, vuole oggi rendersi visibile come base concreta per il rilancio del patto democratico costruito dopo i disastri delle guerre mondiali nel Novecento, che oggi viene mortificato e aggredito da fondamentalismi vecchi e nuovi, dall’autoreferenzialità della classe politica che si riproduce negli ambiti e sotto l’ala del potere economico sottraendo agibilità democratica alla cittadinanza e diffondendo modelli passivizzanti e aggressivi nelle relazioni umane.L’equilibrio tra territorio e urbanizzazione deve rimettere al centro il diritto alla casa come luogo in cui si riproduce la vita umana, presidio di buona gestione della quotidianità, riparo e sicurezza per ogni individua/o contro rendite e speculazioni che, in Italia, hanno svuotato i centri storici e tengono artificiosamente elevati i costi di mercato per chi cerca casa.           3)- L’importanza della cultura.I contenuti della trasmissione culturale nelle istituzioni fondamentali del territorio, scuola università sistema informativo e mediatico, pubblici e privati, vanno adeguati alle tante raccomandazioni per un uso non sessista (e nemmeno razzista, xenofobo, etnocentrico e omofobico) della lingua e della cultura in generale.La modifica dei libri di testo scolastici è inscindibile da una riforma della scuola che metta al centro la relazione educativa tra i soggetti attraverso le condizioni più adeguate di spazio, tempo e numero di insegnanti, educatrici/educatori, operatrici/operatori, organizzate/i secondo principi democratici rispettosi delle soggettività di chi lavora e di chi fruisce del lavoro. Vogliamo potenziare e diffondere l’impegno a segnalare, contrastare, eliminare, con azioni e lotte, tutti i tipi di messaggio sessista e offensivo che possiamo trovare nelle nostre vite, nelle strade, nei libri scolastici, nella pubblicità, nelle trasmissioni tv e, non ultimo, nei reparti ospedalieri e sale parto dove la donna è troppo spesso vittima di prepotenze,  condizionamenti, intimidazioni, distrazioni, minimizzazioni di carattere sessista. 4)- Quale lavoro?Noi donne, nell’interezza delle nostre vite, vogliamo stare ovunque al centro dell’organizzazione del lavoro, quindi delle contrattazioni nazionali e locali.Osserviamo che  l’attacco al lavoro in generale rappresenta anche un’appropriazione indebita del tempo di vita, soprattutto di quello delle donne che erogano servizi fondamentali dentro le case e nelle relazioni famigliari a tutti i livelli di età, configurando una vera e propria economia sommersa di cui fruisce chi si appropria della ricchezza del paese.Consideriamo tutti i lavori della riproduzione fondamentali per ogni società perché garantiscono lo sviluppo della vita umana primo fattore indispensabile anche per la produzione che l’ha inglobata definendola forza-lavoro.Riteniamo che la produzione debba essere al servizio della vita e non viceversa, misuriamo quindi lo sviluppo economico dalla qualità di tutti i lavori della riproduzione biostorica, domestica e sociale che devono rappresentare, nella complessità della loro erogazione, il sistema di indicatori che definiscono il benessere individuale e collettivo qualificando quindi la cittadinanza democratica.Sanità, scuola, pubblica amministrazione, servizi alle persone e all’ambiente, formazione e ricerca, alfabetizzazione e sviluppo culturale, sono lavori che richiedono un modello organizzativo specifico, investimenti e garanzie relative alla dignità delle persone e delle loro relazioni perché il benessere dell’utenza non solo dipende ma coincide con il benessere di operatrici e operatori.Riteniamo che vada costantemente rilevato il lavoro della parte di popolazione femminile definita inoccupata, compresa quella di donne che fruiscono del pensionamento.Si tratta di una mole enorme di lavoro di educazione, cura, assistenza e accompagnamento di bambine/i, anziane/i, malate/i, persone temporaneamente o stabilmente in condizioni di disabilità, erogato nella forma dello scambio famigliare e/o amicale che rappresenta una parte fondamentale di economia sommersa e contribuisce al benessere del territorio e delle persone che lo abitano.Riteniamo che vada costantemente rilevato il lavoro cosiddetto di volontariato, svolto prevalentemente dalle donne nei settori indispensabili al mantenimento del benessere collettivo, compresi l’accoglienza e l’insediamento delle/dei migranti, in particolare per quanto riguarda l’organizzazione delle associazioni e le differenze tra dirigenza e operatrici/operatori in relazione al genere.E’ dunque fondamentale una capillare raccolta dati, divisa per generi e per settori, che dia un’esatta idea di come si sta configurando tutto il lavoro femminile;  in particolare per quanto riguarda i lavori della riproduzione e cioè tutti i settori della scuola, formazione e sanità, compresa l’assistenza e il sostegno a disabili, e tutti i settori della pulizia e cura degli ambienti, dalle case ai luoghi pubblici, dalla viabilità al territorio. Riteniamo che per tutti/e le/i dipendenti dei settori della cooperazione occupate nei lavori della riproduzione sociale (assistenza, educazione, servizi alle persone nelle varie età e condizioni della vita) debba essere fissato un minimo di pagamento orario che complessivamente non possa dare un reddito mensile al di sotto del necessario per vivere dignitosamente e che quindi l’orario di servizio non sia frazionabile oltre una quota oraria che dia il reddito di cui sopra.Vogliamo assumerci la responsabilità politica di sostenere concretamente le donne che svolgono tutti i lavori di servizio domestico e personale per una contrattazione che le renda cittadine a pieno titolo.La visibilità di tutto il lavoro svolto dalle donne è la prima condizione per la crescita di un’economia sana.Chiediamo che venga definito il diritto al tempo per sé, come tempo per la manutenzione della propria vita, l’autoformazione, la cura delle relazioni e quindi se ne tenga conto nella contrattazione del lavoro anche in relazione alle distanze da percorrere tra luogo di abitazione e luogo di lavoro, in particolare in presenza di figlie/i minori.Ne consegue che:           a)- Una contrattazione di genere è necessaria affinché la concretezza dei corpi delle donne trovi risposte adeguate. b)- La piena applicazione della legge 194 richiede una nuova regolamentazione dell’obiezione di coscienza, che garantisca (insieme al diritto individuale del medico) una presenza effettiva ed adeguata di medici non obiettori in tutte le strutture pubbliche preposte all’attuazione della legge. Le donne vanno sostenute nelle libere scelte che intendono operare in ordine a procreazione, parto, allattamento, puerperio. Consideriamo qualsiasi imposizione che metta il benessere del figlio/a prima di quello della madre, inducendo sensi di colpa e scelte lesive del benessere psicofisico della gestante/partoriente/puerpera, come una forma di violenza.  d)- Va ormai riconosciuto in modo oggettivo e non negoziabile che il lavoro, nella vita di una donna, si intreccia spesso, anche se non sempre, con la maternità e che questa non può più essere vista come una “sospensione”, ma ne può rappresentare una “diversa fase attuativa”. e) Occorre promuovere e rifinanziare i fondi pubblici destinati a sostenere i congedi parentali, con riferimento a tutte le forme di lavoro, compreso il lavoro autonomo, dando veramente corpo al valore sociale e politico della maternità ed ai sostegni alla genitorialità.Il congedo parentale maschile non può essere solo simbolico , come è ora di un giorno estendibile a tre e rivolto unicamente ai padri con rapporto di lavoro dipendente, ma di sostanza, con un numero di giorni congruo dal momento del parto, per significare pienamente la condivisione della nascita e dell’immediato contesto. Il congedo di paternità all’atto del parto, non può tuttavia essere inteso come condivisione del lavoro genitoriale che invece riguarda la cura della crescita di figlie/i e che necessita di norme precise e finalizzate ad hoc. g)- Le politiche di conciliazione, di condivisione e di welfare, riguardanti uomini e donne in un percorso di genitorialità e/o di assistenza e cura, e di lavori domestici in ogni fase della vita debbono basarsi sullo stretto collegamento fra principi di welfare di carattere universale e generale, non derubricabili ed eludibili, e quelli di carattere locale e/o aziendale, che si aggiungono all’importante welfare familiare, dando valore al lavoro di sostegno degli anziani e di non autosufficienti,  h)- Occorre adeguare e rivalutare le forme di sostegno al reddito e gli sgravi fiscali previsti per  la cura delle persone non autosufficienti. La cura delle persone è un lavoro che, al di là della cura familiare gratuita e relazionale –  pur sempre spesso affidata alle donne di casa, quando non è sostenuta solo dal lavoro gratuito delle donne – è nella maggioranza dei casi esercitata da donne che lasciano il loro paese e le loro famiglie per occuparsi delle nostre famiglie. Questa contraddizione ci spinge a chiedere qualificazione e riconoscimento per il lavoro di assistenza e servizio alle persone che viene genericamente definito “di cura”. i)- La condivisione del lavoro domestico e  di cura di bimbi e anziani, ma anche la necessaria rivalutazione di tempo libero per sè e per gli altri, di benessere non legato al processo produzione-consumo; insieme alla rivalutazione dell’assunto “lavorare meno lavorare tutti”,  richiede una riduzione dei tempi di lavoro per tutte e tutti. l) Si raggiunga su tutto il territorio nazionale il numero di nidi adeguato alle aspettative  europee che insieme con le scuole per l’infanzia, pubbliche, laiche ed inclusive, sono da considerare dentro al percorso educativo (0-6) di chi nasce e debbono  essere gratuiti. m) Va sostenuta e diffusa la cultura di una contrattazione di genere in tutte le relazioni affettive e/o di convivenza, affinché la DIFFERENZA paritaria diventi patrimonio comune e diffuso di responsabilità. In conclusione Una contrattazione di genere interroga in modo specifico le istituzioni, sia nazionali che locali (anche nel dialogo con soggetti diversi: imprese, sindacati, servizi, utenti degli stessi, associazioni di categoria, ecc.) e può davvero essere un punto di svolta per cambiare anche il volto della contrattazione sul lavoro e l’espressione complessiva di un diritto del lavoro che necessita di essere urgentemente rifondato in un’ottica inclusiva e di effettiva regolamentazione del rapporto, rimettendo al centro donne e uomini con i loro corpi e le loro relazioni. E’ a partire dalle istanze delle donne che si devono ripensare le attuali strategie di superamento della crisi economica e sociale del Paese, rilanciando un dibattito trasparente e diffuso sulle scelte collettive relative al modello produttivo e ai parametri di valutazione dello sviluppo. Questo, dal punto di vista delle aziende, è il concetto di responsabilità sociale; dal punto di vista delle leggi e delle Istituzioni è necessario consentire e costruire politiche che rilancino il lavoro inteso come diritto, come elemento di crescita umana e non solo economica; per le donne significa mettere al centro esigenze che diventano occasione di miglioramento collettivo.Assumendo questo punto di vista possiamo affermare che le persone non sono il problema per la generale sostenibilità del sistema produttivo e sociale, ma il nodo nevralgico che ci obbliga a rivendicare una presa in carico collettiva del tessuto e del vissuto umano tramite l’istituzione del cosiddetto reddito di cittadinanza a difesa di una vita degna. Nuovi lavori e nuove modalità di lavoro non sono esenti da altissimi livelli di precarietà e proprio su questo occorre intervenire, non bloccando le sperimentazioni, che spesso rispondono ad esigenze primarie di lavorare, ma governandole il più possibile immettendo criteri di sempre maggiore sicurezza e stabilità. Il ritorno, con modalità differenti,  alle attività nel settore agricolo, se è osservabile fra i giovani in generale,  per le donne sembra davvero collegato, il più delle volte, ad un nuovo modo di vivere, di concepire orari e relazioni familiari e sociali e spesso si rivela essere una scelta per conciliare la propria vita con il lavoro oltre che con la difesa dell’ambiente e della salute.           Vogliamo aprire una contrattazione con le istituzioni perché tutte le decisioni politiche riguardano la nostra vita: le donne non sono il problema, ma parte fondamentale della  soluzione.

19 giugno - Giornata internazionale per l’Eliminazione della Violenza Sessuale nei Conflitti armati​

Gli stupri e le violenze sessuali, durante e dopo i conflitti, costituiscono ancora oggi un ostacolo alla pace e alla sicurezza internazionale in molte zone del mondo, come appare evidente dalle violenze in corso - ad esempio, nella regione del Nord Etiopia nel Tigray, nello Yemen, nel Myanmar, in Somalia -  dall’ultimo Rapporto di Antònio Gutterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite (S/2021/312 ) e da Pramila Patten, Rappresentante Speciale sulla violenza sessuale durante i conflitti armati (SRSG-SVC, ); stupri e violenze sessuali sono utilizzate come armi, pianificate strategicamente, per annientare e distruggere le persone che ne sono vittime e le comunità di appartenenza.Le conseguenze di queste violenze sono fisiche (es. lesioni invalidanti, malattie sessualmente trasmissibili, problemi ginecologici persistenti, gravidanze indesiderate), psicosociali e mentali (es. sentimenti di paura, impotenza, tristezza, disorientamento, stigmatizzazione sociale, vergogna, sindrome da stress post traumatico, depressione, disturbi di ansia, difficoltà a stabilire delle relazioni affettive, abuso di sostanze o dipendenze, suicidio). Il 19 giugno è la Giornata internazionale per l’Eliminazione della Violenza Sessuale nei Conflitti armati istituita nel 2015 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (A/RES/69/293) per sollecitare il dibattito della società civile rispetto agli stupri e alle violenze sessuali nei conflitti, oltre che per onorare le persone (donne, uomini e bambini) che di queste orribili violenze sono vittime.A livello internazionale, sono stati compiuti importanti passi avanti; le violenze perpetrate durante i conflitti nell’ex Jugoslavia e nel Rwanda, nonché i movimenti delle donne, hanno spinto la Comunità internazionale a riconoscere lo stupro quale fattispecie costitutiva dei crimini di diritto internazionale; oggigiorno, dallo Statuto di Roma della Corte Penale internazionale, i crimini di natura sessuale sono inclusi nelle categorie di crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio e tortura considerando la pervasività delle sofferenze fisiche e psicologiche provocate alla persona vittima oltre agli intenti discriminatori, punitivi, coercitivi o intimidatori che soggiacciono a questa specifica forma di violenza, soprattutto se commessa da un pubblico ufficiale o con l’acquiescenza di questi.Tuttavia, il cammino è ancora lungo e si ravvisano ancora criticità e zone d’ombra; in particolare, il risarcimento alle vittime è un’eccezione, sono ancora poche le condanne dei responsabili delle violenze a tutti i livelli e sono scarsamente considerate le implicazioni di alcuni accordi di cooperazione e del commercio sulle armi.         Il 2020 è stato un anno di importanti anniversari che afferiscono la tematica considerata,  il 25° della IV Conferenza mondiale delle donne di Pechino - la cui Piattaforma d’Azione costituisce la pietra miliare per l’affermazione dei diritti delle donne come diritti umani -, il 20° dall’entrata in vigore del Protocollo addizionale alla Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (CEDAW-OP), il 20° dall’adozione del Protocollo sulla tratta di persone in particolare donne e minori, addizionale alla Convenzione contro la criminalità organizzata transnazionale, il 22° dall’adozione dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale (CPI), il 15° dall’adozione del Principio della Responsabilità di proteggere ed il 75° della Carta delle Nazione Unite, il 20° della Risoluzione 1325/2000 del Consiglio di Sicurezza che riconosce esplicitamente l’impatto dei conflitti armati sulle donne, evidenzia il loro ruolo nella soluzione dei conflitti e nella costruzione della pace e delinea una serie di obiettivi da raggiungere mediante il paradigma delle tre ”P” - Prevenzione, Partecipazione e Protezione delle donne -, nonché costituisce, unitamente alle risoluzioni successive, il corpus giuridico dell’Agenda Donne Pace e Sicurezza (DPS).In Italia, il Comitato Interministeriale per i Diritti Umani (CIDU) ha approvato, il 30 novembre 2020 in seduta plenaria, il IV° Piano di Azione Nazionale su DPS 2020-2024 (PAN, ), per l’attuazione della risoluzione 1325/2000 del Consiglio di Sicurezza Onu; il IV° Piano si compone di quattro obiettivi generali, in linea con l’Agenda Onu 2030 sullo Sviluppo Sostenibile, con i quali si intende contribuire a promuovere e rafforzare nei processi decisionali e nelle operazioni di pace il ruolo delle donne, la prospettiva di genere, l’empowerment e la protezione dei diritti umani di donne e bambine/i  in aree di conflitto e post-conflitto; oltre che, la comunicazione strategica e l’advocacy result-oriented, partecipazione e formazione, a vari livelli, collaborando con la società civile al fine di supportare efficacemente l’attuazione dell’Agenda DPS.Il Piano è concepito come un “documento vivente, capace di adeguarsi al mutare delle esigenze e degli ostacoli che ancora si frappongono alla piena realizzazione femminile”; come donne e associazioni di donne abbiamo rinvenuto nel IV° PAN, alcune delle proposte condivise al termine di un seminario di tre giorni di studio del fenomeno ( ), presso la Casa internazionale delle donne, durante le quali persone vittime, testimoni e studiose hanno raccontato e condiviso esperienze e progettualità; auspichiamo che molte delle nostre proposte siano considerare nell’attuazione del PAN italiano; riteniamo, infatti, necessario ed essenziale un più ampio coinvolgimento, nonché una nuova mobilitazione della società civile, soprattutto delle donne, agenti attive di cambiamento e pace.      Chiediamo/proponiamoAllo Stato italiano nell’attuazione del IV° Piano e nei rapporti di cooperazione e collaborazione con gli altri Paesi di:● Favorire una maggiore conoscenza del fenomeno a livello nazionale;● Riconquistare la memoria del passato per costruire la base di un futuro condiviso inserendo nei programmi e nei libri di testo destinato alle scuole anche la storia vista dal punto di vista delle donne; una storia che consideri il ruolo delle donne che l’hanno vissuta e sofferta in modi diversi, subendo anche gli stupri di guerra;● Rivedere gli accordi di cooperazione e lo stanziamento di aiuti economici a favore dei Paesi di origine e di transito dei flussi migratori, affinché tali accordi non siano finalizzati al blocco dei flussi migratori misti, ma piuttosto ad interventi volti a ridurre le vulnerabilità dei/delle migranti, e a vincolare i Paesi di origine al rispetto – effettivo - dei diritti umani, con precisi impegni a favore della promozione dei diritti delle donne;● Supportare le Reti di donne sopravvissute alle violenze e le organizzazioni femminili che si occupano di promozione dei diritti delle donne nelle zone di conflitto nelle diverse fasi del processo di costruzione della pace (prevenzione, negoziati, disarmo, smobilitazione e reinserimento, processi elettorali, riforme istituzionali e programmi di ricostruzione);● Promuovere misure ed interventi proattivi volti a modificare atteggiamenti, combattere stereotipi di genere e hate speech; interventi di prevenzione e protezione dovrebbero essere adottati, in particolare, nei confronti delle bambine, ragazze e donne appartenenti a gruppi minoritari più vulnerabili, maggiormente esposti a discriminazione, razzismo e violenze;● Favorire consultazioni periodiche con la società civile che lavora sul campo;● Definire mezzi, strumenti e strategie per promuovere l’empowerment delle donne, ridurre la povertà e supportare l’istruzione di donne e bambine/i nei contesti di conflitto, anche nelle fasi successive alla fine ufficiale del conflitto;● Facilitare la formazione e l’accesso di donne peacekeepers;● Applicare il Trattato sul commercio delle armi (ATT), in particolare le disposizioni contenute negli artt. 6 e 7(a); monitorare tenendo conto della dimensione di genere e interruzione del trasferimento di armi verso Paesi in cui esiste il rischio che queste possano essere utilizzate per facilitare o commettere gravi violazioni del diritto internazionale, del diritto umanitario e dei diritti umani;● Implementare la Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica del 2011 e delle Raccomandazione n. 19 e 35 della CEDAW;● Aderire e ratificare la Convenzione europea sull’imprescrittibilità dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra (Consiglio d’Europa, STE n° 082); l’11 ottobre 2020 risultano aver ratificato soltanto 8 Paesi; Favorire una maggiore conoscenza rispetto alla tratta e alle diverse tipologie di violenze sessuali nei conflitti armati; nonché la consapevolezza che la tratta delle donne è una forma di violenza di genere che si verifica sistematicamente – sia a scopo di sfruttamento sessuale che lavorativo – in connessione con i conflitti; Agire per ri-orientare l’applicazione del Protocollo addizionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale per prevenire, reprimere e punire la tratta delle persone, in particolare donne e minori (2000), al fine di assicurare che la legislazione nazionale in materia di immigrazione, asilo e tratta sia ispirata ad un autentico approccio di diritti umani e tenga conto di una prospettiva di genere; intensificare l’assistenza tecnica e rafforzare la cooperazione con i Paesi di origine al fine di prevenire la tratta senza limitare il diritto di emigrare;Proteggere le persone vittime di tratta e assicurare i criminali alla giustizia; attuare la legislazione interna in coerenza con il rispetto e la promozione dei diritti delle persone vittime di tratta (permessi di soggiorno, accesso alla giustizia, inclusione sociale e riparazioni, ivi compreso il risarcimento), e in modo non condizionato alla loro collaborazione con le forze di polizia;All’Unione europea, nell’ambito dell’importante ruolo di favorire la stabilità, la sicurezza, le libertà fondamentali, lo stato di diritto e la pace nel mondo, così come contemplato dal Trattato di Lisbona, di:● Promuovere e difendere i valori sanciti nello Statuto di Roma e supportare la CPI, dando seguito alle Decisioni 2006/33/PESC e 2011/68/PESC e al relativo Piano d’Azione;● Rafforzare il sostegno alla giustizia penale internazionale, promuovere l’assunzione di responsabilità e tutelare i diritti delle persone vittime di reati internazionali;● Promuovere l’applicazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che costituiscono il corpus giuridico dell’Agenda Donne Pace e Sicurezza;● Supportare la piena, effettiva e significativa partecipazione e il coinvolgimento delle donne in tutte le fasi dei processi politici di risoluzione dei conflitti e di costruzione e mantenimento della pace affinché sia efficace e sostenibile;● Implementare la Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica del 2011 e delle Raccomandazione n. 19 e 35 della CEDAW;● Aderire e ratificare la Convenzione europea sull’imprescrittibilità dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra (Consiglio d’Europa, STE n°082); l’11 ottobre 2020 risultano aver ratificato soltanto 8 Paesi;● Vincolare la candidatura all’Ue da parte degli Stati alla ratifica dei trattati internazionali sui diritti umani, soprattutto alla loro applicazione; particolare attenzione dovrebbe essere prestata all’effettiva applicazione dei diritti delle donne e alla prevenzione, protezione e assistenza da tutte le forme di violenza;● Rivedere gli accordi di cooperazione e lo stanziamento di aiuti economici a favore di Paesi di origine e di transito dei flussi migratori, affinché tali accordi non siano finalizzati all’esternalizzazione delle responsabilità dell’UE, né al blocco dei flussi migratori misti, ma piuttosto ad interventi volti a ridurre le vulnerabilità delle/dei migranti vincolando i Paesi di origine al rispetto – effettivo - dei diritti umani con precisi impegni a favore della promozione dei diritti delle donne;● Definire mezzi, strumenti e strategie per promuovere l’empowerment delle donne, ridurre povertà e discriminazione, supportare l’istruzione di donne e bambine/i nei contesti di conflitto, anche nelle fasi successive alla fine ufficiale del conflitto.Alle organizzazioni della società civile, e in particolare alle associazioni femministe e femminili:  permanente per il rispetto dei diritti delle donne nei contesti di conflitto e/o in connessione con i conflitti, il cui funzionamento potrebbe essere modellato su quello degli Ombudsman o dei Difensori dei diritti.  Seguono le firmeSimona La RoccaMaria Grazia GiammarinaroVittoria Tola    Propongo: Osservatorio  ​"Tre Giornate" - a cura di Isabella Peretti e Patrizia Salerno     

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