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NON CHIAMATELI RAPTUS: fermiamo la strage della violenza patriarcale
In soli quattro giorni, in un’estate che continua a restituirci il drammatico bilancio della violenza contro le donne, abbiamo assistito a una nuova sequenza di femminicidi che attraversa il Paese da nord a sud.Maria D'Alessandro a Sant'Angelo a Cupolo, Tania Terrin a Camponogara, Ornella Forastefano a Trebisacce, Michela Rubiu, morta dopo venticinque giorni di agonia, Joanna Rouissi a Colleferro e Carmela Bifano a Corigliano-Rossano.Sei vite spezzate che si aggiungono a un bilancio già drammatico: ad oggi, stante la “Lista Orribile” curata dalle nostre compagne di UDI Monteverde ed UDI Lucca, i femminicidi sono saliti a 55Dietro questi numeri non ci sono disgrazie o raptus improvvisi, ma un fenomeno sociale e culturale strutturale che ha un nome preciso: femminicidio.Definire il femminicidio significa riconoscere l'atto estremo di un continuum di violenza: l'uccisione di una donna in quanto donna, che può rappresentare il culmine di dinamiche di controllo, sopraffazione e possesso.È la manifestazione più estrema di una cultura che ancora fatica a riconoscere pienamente alle donne il diritto all'autodeterminazione e alla libertà, anche quando scelgono di interrompere una relazione o di sottrarsi a un ruolo subordinato.E come spesso accade, molte di queste donne avevano già manifestato la propria paura, avevano segnalato e cercato aiuto, allertando la rete sociale, familiare e anche le autorità competenti.Eppure ancora una volta abbiamo assistito allo strazio di femminicidi annunciati, dovendo constatare ancora una volta l’impotenza di uno stato di fronteggiare e contrastare efficacemente la volontà femminicida, una volta che si innesca.Probabilmente perché, quando essa si innesca, potrebbe essere già troppo tardi.E allora oggi, mentre ci si interroga sulla capacità delle istituzioni nel far fronte all’emergenza, è ancora più necessario e urgente porre al centro del dibattito, delle logiche politiche e delle azioni concrete che si pongano come obiettivo primario il creare le condizioni sociali e culturali affinché non si creino dinamiche di violenza, affinché la donna sia concepita davvero come soggetto libero e autodeterminato.Le misure di protezione e gli strumenti restrittivi sono necessari, ma da soli non possono rappresentare la risposta a un fenomeno strutturale.La prevenzione deve diventare una scelta politica stabile e trasversale: significa non solo formazione capillare e continua degli operatori delle istituzioni e delle forze dell'ordine, ma anche e soprattutto agire con la logica di un cambiamento culturale, a partire dalle scuole, per contrastare alla radice la cultura patriarcale e le disuguaglianze che la alimentano.Prevenire significa intervenire prima che la violenza raggiunga il suo esito estremo, costruendo nel tempo una società nella quale ogni donna possa vivere libera dalla paura e possa scegliere per sé senza che la propria libertà diventi una minaccia da punire.Non possiamo limitarci a contare le vittime dopo che è accaduto e attribuire responsabilità a posteriori. Dobbiamo costruire le condizioni perché ciò non accada affatto!
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Quando la forza sostituisce la legge:una deriva che non possiamo accettare
Negli ultimi giorni due episodi diversi, ma profondamente inquietanti, hanno riportato al centro del dibattito pubblico una domanda che non possiamo eludere: quale società stiamo costruendo quando la forza viene percepita come la risposta più immediata, quando la violenza viene giustificata come strumento di difesa, di controllo o di affermazione del proprio potere? Da un lato, la vicenda del gioielliere condannato per l’uccisione di due persone in fuga ha riaperto una discussione pericolosa: quella secondo cui il cittadino potrebbe sostituirsi allo Stato, alla magistratura e agli strumenti previsti dalla legge, trasformando la paura e la rabbia in una licenza all’uso della forza. Dall’altro, il caso avvenuto al Pilastro, dove un uomo è morto dopo essere stato fermato e trattenuto a terra da agenti delle forze dell’ordine, pone interrogativi altrettanto gravi sul rapporto tra autorità, uso della forza e tutela della vita delle persone. Saranno gli accertamenti necessari a chiarire ogni responsabilità, ma non possiamo ignorare il significato politico e culturale di questi episodi. Sono segnali di una società nella quale sembra crescere l’idea che la forza fisica, la sopraffazione, l’intimidazione possano diventare strumenti legittimi per risolvere conflitti, esercitare controllo, imporre la propria ragione. Una società nella quale la parola, il confronto, il diritto e le garanzie democratiche rischiano di essere percepiti come ostacoli anziché come conquiste fondamentali. Eppure la nostra storia culturale racconta altro. A chi oggi richiama continuamente le “radici” della nostra identità, ricordiamo che le radici del pensiero italiano ed europeo affondano nella parola, nel confronto e dibattito pubblico delle assemblee, nell’elaborazione delle regole di diritto. La nostra tradizione non nasce dalla pistola, dalla vendetta privata o dalla legge del più forte. Nasce dalla capacità degli esseri umani di costruire regole comuni, di affidarsi al diritto, di riconoscere il valore della vita e della dignità di ogni persona. La violenza non è una risposta alla paura. La violenza non è sicurezza. La violenza non è giustizia. Come UDI denunciamo con forza una deriva culturale e politica che normalizza l’uso della forza come linguaggio delle relazioni sociali e pubbliche. Non possiamo accettare che l’idea di giustizia venga sostituita dalla logica della punizione, che l’autorità venga confusa con la sopraffazione, che la vita delle persone venga considerata un elemento secondario. Una democrazia si misura dalla capacità di garantire diritti, protezione e giustizia senza abbandonare i principi che la fondano. Noi non ci stiamo.Continueremo a difendere una cultura della parola, del diritto, della responsabilità e della non violenza
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Non vogliamo una guerra tra sessi
Gli haters sono una delle piaghe dei social network, un fenomeno che da anni cerchiamo di comprendere e contrastare, anche attraverso attività di sensibilizzazione nelle scuole rivolte alle ragazze e ai ragazzi.Oggi ci troviamo però di fronte a una forma di odio ancora più specifica e aggressiva: la misoginia diffusa e normalizzata negli spazi digitali.In un contesto in cui siamo ormai esposti quotidianamente a immagini e linguaggi di estrema violenza, persino nei confronti dei più piccoli, proliferano gruppi e comunità online che alimentano l'ostilità verso le donne, le mogli, le compagne e le femministe, rappresentandole come un problema da combattere o da eliminare.A questo linguaggio, a queste pratiche e a questa normalizzazione dell'odio verso le donne diciamo con forza: non ci stiamo.Non vogliamo una guerra tra i sessi, sia nel mondo virtuale che in quello reale. Vogliamo una società in cui donne e uomini possano vivere insieme nel rispetto reciproco, riconoscendo nelle differenze una ricchezza e non una minaccia.Per questo continuiamo a impegnarci contro ogni forma di violenza e discriminazione!
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Manifestazione per la pace - 21 giugno 2026
Nel corso della manifestazione per la pace del 21 giugno 2026 a Piazza del Campidoglio a Roma, promossa dalla rete 10 100 1000 piazze di donne per la pace. L'UDI nazionale ha letto stralci del discoso di Maria Maddalena Rossi, madre costituente e presidente dell'UDI, del 7 dicembre 1948, fatto al 2 ° Congresso della Federazione internazionale delle donne democratiche a Budapest.L'attualità delle parole della Rossi hanno colpito tutte le presenti. Tre anni or sono, al 1° Congresso Internazionale Femminile, le rappresentanti di 40 paesi solennemente giurarono, in nome di milioni di donne, di lottare instancabilmente per assicurare al mondo una pace duratura, unica garanzia per la serenità dei nostri focolari, per la felicità dei nostri bimbi.Esse hanno giurato di «lottare instancabilmente per l’estirpazione del fascismo in tutte le sue forme, per la instaurazione di una vera democrazia in tutto il mondo».Questo giuramento destò una profonda eco nei cuori delle donne di tutto il mondo, alle quali la guerra scatenata dagli invasori fascisti aveva apportato tante sofferenze, dolori, lacrime e lutti immensi. Milioni di donne avevano perduto i loro cari, i loro mariti, i loro fratelli, i loro figli. Centinaia di migliaia di donne e di bambini erano periti nei campi della morte fascisti, erano stati torturati a morte dagli hitleriani nei territori da essi temporaneamente usurpati. […]Le donne, che avevano dato un importante contributo alla causa della lotta contro gli invasori fascisti, alla causa della conquista della pace, proclamarono solennemente, alla tribuna del nostro primo Congresso Internazionale, che non avrebbero permesso che scoppiasse una nuova guerra ancor più sanguinosa. Con tutte le loro forze esse aspirano ad una pace duratura, incrollabile, all’instaurazione delle democrazie in tutti i paesi. […]Tre anni sono passati. Ed oggi, al 2° Congresso, dobbiamo constatare, col cuore colmo d’ira e d’amarezza, che le nubi della guerra nuovamente si addensano sul mondo. Coloro che guadagnano dei miliardi durante la guerra non possono infatti che odiare la pace.Un importante banchiere e monopolista degli Stati Uniti, Bernard Baruch, dichiarava apertamente che «dopo la guerra, l’idea sola della pace sembra detestabile ».Gli ambienti monopolistici degli Stati Uniti conducono una politica antidemocratica ed espansionista. Essi sognano di dominare tutti i paesi del mondo, di asservirli economicamente e politicamente, di privarli della loro indipendenza nazionale.Con un nuovo conflitto mondiale essi sperano di realizzare profitti ancora maggiori, risollevando in pari tempo le sorti del capitalismo. Essi vogliono soprattutto evitare la pace e la pacifica collaborazione internazionale tra i popoli.Sentendo il terreno scottare sempre più sotto i piedi e constatando che i popoli aspirano alla pace e al progresso sociale, i circoli imperialisti reazionari cercano la loro salvezza in una nuova guerra sanguinosa. Essi vogliono precipitare il mondo nel caos della guerra e regolare i conti con le forze democratiche.[…] Vengono create organizzazioni antidemocratiche internazionali femminili, altre già esistenti sono incrementate, per servire da strumento alla reazione e per opporsi alla nostra Federazione, allontanarne le masse femminili e trascinarle al loro seguito.Alcune di queste organizzazioni agiscono apertamente nell'interesse dell’imperialismo e della reazione; altre, invece, si nascondono dietro parole ’ordine democratiche per ingannare e disorientare le donne. Altre ancora si coprono con la maschera dell’«apoliticità» ed invitano le donne a non fare politica. Come già i fascisti, esse esortano le donne a consacrarsi esclusivamente alla cucina, alla chiesa e ai figli. È proprio ciò che vogliono i reazionari: eliminare dalla vita politica e sociale milioni di donne significa indebolire le forze della democrazia e del progresso, le forze che combattono la guerra e la reazione.[…] Ma oggi, quando l’ombra sanguinosa della guerra oscura sempre più l’orizzonte, quando i nostri bambini, la nostra felicità e la nostra stessa vita sono minacciati, dobbiamo chiederci se la nostra Federazione e le nostre Sezioni nazionali hanno fatto tutto il possibile per sventare il pericolo che incombe.Sono state messe in opera tutte le possibilità di cui disponiamo per difendere la causa della pace e i nostri diritti democratici?È nostro dovere moltiplicare gli sforzi per difendere la pace e spingere tutte le donne alla lotta contro il pericolo di una nuova guerra.Siamo in grado di farlo. L’esperienza delle nostre Sezioni nazionali nella denuncia degli aggressori e nella difesa della pace ci indica il mezzo più efficace per agire.[…] La lotta per la pace è inseparabile dalla lotta per la democrazia.Gli ambienti imperialisti attaccano le libertà democratiche e il livello di vita dei lavoratori per finanziare la corsa agli armamenti.Per questo la lotta per i diritti economici e sociali è anche lotta per la pace. […]Le repressioni contro i movimenti progressisti dimostrano l’offensiva della reazione contro le libertà democratiche.È compito di tutte le donne difendere queste libertà, opporsi alle leggi anti-sciopero e sostenere i diritti dei lavoratori.Dobbiamo esigere libertà per le organizzazioni femminili e democratiche e miglioramenti economici per la popolazione.Le donne devono chiedere più fondi per l’infanzia, meno spese militari, e investimenti in scuole, ospedali e abitazioni.Devono esigere salari più alti, prezzi più bassi e la riduzione delle spese militari.[…] Unite saremo una forza invincibile. Dobbiamo organizzare in ogni paese manifestazioni, assemblee e petizioni per la pace firmate da milioni di donne.Dobbiamo dimostrare che le donne sono vigili e determinate a difendere la pace. Il nostro movimento deve diventare sempre più ampio e potente. Saremo invincibili se resteremo unite.L’unità delle nostre file è l’arma principale contro la guerra e la reazione. Le donne costituiscono la metà dell’umanità: se restano unite nella loro volontà, i piani degli aggressori falliranno. Dobbiamo rafforzare l’unità internazionale del movimento femminile e i legami con le altre organizzazioni democratiche. […]Avanti per una pace duratura, per la libertà e la democrazia, contro la reazione che vuole precipitare l’umanità in una nuova guerra mondiale!
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DDL Valditara: non possiamo rispondere alla fame di sapere, alla necessità di capire sé e il mondo con gli steccati e i divieti, affidando ai genitori una responsabilità che non compete loro.
La libertà di esistere ed essere soggetti di diritto, indipendentemente dalla famiglia in cui si nasce, è uno dei fondamenti della Costituzione, il pensiero che ha accompagnato soprattutto le madri costituenti convergendo sull’idea di una famiglia come luogo di possibilità e non di interdizioni. Sono occorsi trent’anni e oltre per cancellare la potestà del padre e poi anche la parola potestà nel definire la relazione dei genitori con i figli mutandola in responsabilità. La scuola pubblica di una democrazia dovrebbe essere lo spazio di crescita nella libertà ed eguaglianza di possibilità offerta a tutte e tutti, affidata ad insegnanti capaci di educare e non solodi istruire.Nella scuola democratica ogni sapere, teorico pratico relazionale, dovrebbe essere a disposizione delle giovani generazioni in crescita e via via offerto alla loro crescente capacità critica rispondendo ai bisogni e ai desideri che vivono nell’infanzia e nella giovinezza chiedendo nutrimento.Non possiamo rispondere alla fame di sapere, alla necessità di capire sé e il mondo con gli steccati e i divieti, affidando ai genitori una responsabilità che non compete loro. Il rinnovato familismo introduce un dispositivo contrario all’art. 3 della costituzione con il quale la Repubblica democratica si impegna a rimuovere ogni ostacolo che, di fatto, introduce discriminazioni e differenze.Già nel 1984 l’introduzione della scelta dell’ora di religione cattolica affidata ai genitori ha aperto una crepa nell’ordinamento scolastico e ne ha incrinato la laicità.Quella scelta introduceva un fattore di autorità nella relazione tra genitori figli e scuola che spostava il diritto a crescere i propri figli nella cultura famigliare e lo trasformava in vincolo riducendo la libertà anche dei piccoli e delle piccole nel muovere i primi passi nel mondo garantiti dall’istituzione. Ancora più grave la decisione del ministro sull’educazione affettiva e sessuale, che diventa fattore divisivo delle classi, complicazione della già difficile gestione scolastica ma soprattutto riscrive la responsabilità genitoriale, condivisa con le istituzioni a tutela di tutti i nati e le nate, in potestà. Il fondamento individuale della libertà, tutelato dalla nascita in democrazia, viene attaccato a favore di una famiglia proprietaria che non va certo incontro al diritto di essere serenamentegenitori. Oggi i genitori hanno bisogno di una scuola che accompagni la genitorialità, non di nuove potestà.Nell’attuale sistema comunicativo che riversa sull’infanzia e l’adolescenza contenuti senza filtri, la scuola dovrebbe essere il luogo di un dialogo maieutico che consente di acquisire gli strumenti per affrontare i propri sentimenti e desideri, la crescita e mutamento del corpo, le relazioni amorose e gli alfabeti creativi che le governano senza violenza o costrizione. Il decreto di Valditara è insensato oltre che antidemocratico, non imbriglierà la realtà di bambini e bambine il cui destino è comunque crescere, di giovani che guardano al mondo come orizzonte, ma rappresenta una picconata alla democrazia e questo renderà più difficile la vita a quei giovani che pensa di tutelare con un moralismo ipocrita e una decisione pilatesca. Rosangela Pesenti Segreteria nazionale UDI
