
Lotte di tipo nuovo per i diritti delle donne africane

Traduzione di un articolo di Coumba Kane, giornalista francofona che dedica uno sguardo attento alle dinamiche sociali in vari Paesi africani. - 30 ottobre 2022.
Più che altrove in Africa essere donna vuol dire subire un’esistenza costellata di violenze. Già una ricerca dell’ONU del 2019 (ONU FEMMES) documentava che “l’Africa è la regione del mondo dove le donne hanno il più alto rischio di essere uccise dal partner o da un membro della famiglia. Tra i paesi più pericolosi per le donne c’è il Sud Africa : in media ogni ora muoiono tre donne per mano di un loro congiunto”.
Il flagello mondiale del femminicidio inghiotte in Africa in primo luogo le casalinghe e le lavoratrici del sesso, ma anche donne anziane e ragazzine orfane accusate di stregoneria in paesi devastati dalla guerra come la Repubblica Democratica del Congo.
L’omicidio è spesso la conclusione di una serie di violenze fisiche, sessuali, economiche e sociali . Qualificata dall’ONU come la più diffusa forma di violazione contro i diritti umani, ma anche la meno visibile, il femminicidio colpisce le africane in modo massivo.
Un’indagine del 2018 dell’OMS rileva che il 65% delle donne in Africa Centrale e il 40% delle donne in Africa Occidentale sono vittime di violenze. Probabilmente le cifre reali sono ancora più spaventose. La paura di non essere credute ed emarginate scoraggia spesso le vittime, che non denunciano il loro aggressore. Una recente indagine sulla situazione in Niger ha mostrato che il 99% delle vittime di stupro non si rivolge alla giustizia e quando lo fanno le condanne per i responsabili non sono mai adeguate alla gravità dei reati.
Tra mille ostacoli e ritardi la lotta contro le violenze di genere in Africa si è inserita timidamente nelle agende politiche degli stati africani negli ultimi anni, con provvedimenti come i numeri verdi dedicati, il ministero della donna , programmi di sostegno all’autonomia finanziaria femminile. I paesi africani hanno presentato ‘prove’ del loro impegno verso i diritti delle donne ai grandi finanziatori dei fondi internazionali.
Ma queste politiche di genere faticano a produrre risultati. “Tutte queste campagne non mettono in discussione le dinamiche di potere che caratterizzano le relazioni uomo-donna”. Con questa dichiarazione la sociologa senegalese Fatou Sow ha indicato il cuore del problema, e ha aggiunto : “Invece di versare microcrediti alle donne, bisogna permettere il loro accesso a tutti i settori di attività, compresi quelli oggi riservati agli uomini, facendosi carico della loro formazione e delle dotazioni finanziarie societarie per le loro attività. Senza queste scelte il rischio è di contribuire a mantenerle nell’emarginazione/segregazione sociale”.
La dominazione maschile si misura anche sulla base dell’indice di ineguaglianza di genere (IIG) fissato dall’ONU che stabilisce una classifica internazionale che colloca molti stati sub sahariani in coda alla graduatoria : su un totale di 162 paesi considerati, il Senegal è al posto 130, il Burkina Faso al 147, il Mali al 158. Questi dati sono aggiornati solo al 2019, e quindi non comprendono i peggioramenti prodotti dalla crisi sanitaria Covid 19.
L’Africa sub sahariana detiene il più alto tasso di mortalità femminile per parto. Dietro queste cifre si nascondono violenze di vario tipo che a volte si accumulano, soprattutto per le donne più povere. Sono i matrimoni precoci e forzati, le violenze coniugali e sessuali , la mancanza di risorse economiche. Il punto più elevato di rischio è al momento del parto, soprattutto per le adolescenti.
Parliamo ora della pratica delle mutilazioni genitali femminili, esercitata in misura spaventosa . Ancora oggi in Guinea la subisce il 97% delle ragazze, in Burkina Faso il 90%. In Senegal il 25% delle ragazze oltre i 15 anni subisce l’infibulazione. In Mali, Sierra Leone e Liberia l’infibulazione non è perseguibile come reato. In Mali il 73% delle ragazze sotto i 14 anni e l’89% delle donne tra i 14 e i 49 anni ha subito la mutilazione degli organi genitali.
La pratica è vietata in circa 50 paesi, ma gli Stati africani firmatari dei trattati internazionali per la lotta contro queste violenze faticano a rispettare gli impegni concordati, anche si è registrata l’adozione di leggi più severe negli ultimi anni. Le autorità politiche in realtà sono ostacolate nel loro intervento dalla prassi consolidata e dal diritto tradizionale che è preminente rispetto al diritto moderno, soprattutto nelle aree rurali. Questo favorisce una cultura dell’impunità, come in Guinea dove ‘accordi amichevoli tra le parti’ ostacolano l’applicazione delle leggi in materia di violenza sessuale. A fronte della costante inefficacia delle istituzioni sono comparsi sulla scena nuovi protagonisti che vogliono cambiare la mentalità e proteggere la vita della donne. Là dove fallisce il lancio di campagne di sensibilizzazione per convincere mariti e uomini ad abbandonare la violenza contro le donne, capi religiosi, autorità locali e donne influenti si pongono come intermediari più legittimi rispetto alla ONG che operano in questi ambiti e che spesso sono viste come estranee alla realtà delle vita delle popolazioni.
In Togo, ad esempio, operano le ‘fiosron’, che parlano all’orecchio dei mariti influenti nella comunità per farli intervenire contro i mariti ch maltrattano le donne.
In Ciad, dove il 60% delle ragazze sono sposate prima dei 18 anni , le ‘super banat/ le super ragazze’ – giovani militanti femministe – fanno da mediatrici presso le famiglie.
In Senegal, dove la cronaca dedica ampio spazio ai femminicidi, anche qualche imam si occupa del problema. Nella preghiera del Venerdì chiedono ai mariti di non violentare le mogli. Dal 1995 si dedica a questa campagna anche la Rete Islam e il Raggruppamento dei Saggi Mussulmani che girano il Paese in incontri in cui presentano argomenti religiosi per convincere i mariti, ad esempio, dell’importanza di lasciare intervalli di tempo tra una gravidanza e l’altra della moglie per proteggere la vita delle madri e spiegano come sia lecito l’uso dei contraccettivi. Sono attività che incontrano tuttavia una forte resistenza nel Paese attraversato in questi anni recenti da una fase ultraconservatrice. La Presidente dell’Associazione Senegalese per il Futuro della Donna, Fatimata Sy, racconta: “la maggioranza dei religiosi complica la nostra attività di sensibilizzazione contro i matrimoni precoci e l’infibulazione. Ci accusano di essere delle ‘bianche’, in senso dispregiativo, e di voler distruggere le nostre tradizioni. Le nostre nonne ci raccontano di essere state infibulate e considerano questa una buona pratica”.
La strumentalizzazione politica del concetto di genere è un altro ostacolo all’azione dei mediatori. Continua a spiegare Fatimata Sy : “Non usiamo più il termine genere nelle nostre campagne e nei nostri incontri perché i religiosi l’associano alla promozione dell’omosessualità. Noi parliamo di ‘contrasto alle violenze contro le donne e le ragazze’ per evitare che la gente non ci ascolti o addirittura reagisca con aggressività.
Una prova di queste pressioni sono i cambiamenti introdotti a settembre, con l’insediamento del nuovo governo (conservatore): il Ministero della Donna ha cambiato nome, oggi si chiama Ministero della Donna, della Famiglia e della Protezione dell’Infanzia.
Un ostacolo veramente duro è rappresentato da molte donne anziane che dovrebbero dare un contributo fondamentale per contrastare le pratiche violente e che invece continuano a ripeterci di essere state infibulate da giovanissime e di considerare questa una buona prassi. Queste loro convinzioni sono un freno alle nostre lotte perché spesso sono proprio loro che fanno mutilare figlie e nipoti.
Una altro terreno di lotta riguarda il contrasto all’interiorizzazione di stereotipi sessisti da parte delle donne stesse. Ad esempio in Niger il 60% delle donne intervistate per una ricerca del Ministero della Popolazione affermano che “un uomo ha il diritto di picchiare sua mogli quando lei si rifiuta di avere rapporti sessuali o quando è polemica con lui.” Più del 35% delle donne giustificano un marito che picchia la moglie quando fa bruciare il pranzo.
In questa fase in cui le voci femministe del Continente trovano sempre maggiore ascolto, appare cruciale il sostegno a chi interviene sulle comunità e indispensabile la realizzazione dell’obiettivo della scolarizzazione di massa delle bambine per contrastare in modo deciso l’epidemia silenziosa della violenza basata sul genere.
Conclude Fatamita Sy : “La vita delle donne in Africa conta così poco ! Questo deve finire.”
A cura Carla Pecis