
L'oscena passione per la guerra

7 Novembre 2023
Mie care,
vi ricordate? abbiamo concluso la nostra riflessione di ottobre 2022 dicendo che noi donne dovremmo imparare a guardare l’umanità come il contadino guarda un campo di grano, come cosa nostra, fatta da noi. Oggi questo campo ci appare in rovina.
Eravamo in tante, chi era venuta dal sud, chi dal nord come si faceva un tempo per i nostri appuntamenti importanti. A rimetterci insieme è stata anche la nostalgia ma soprattutto la necessità di dirci a che punto stavamo e la voglia della nostra vecchia pratica, la voglia di pensare insieme.
Eccovi un altro invito: con voi questa volta, abbiamo voglia di pensare alla guerra, alla sua natura profonda, la guerra la più grande costante della storia, la grande passione degli uomini. Pensare alla guerra fuori dagli schieramenti perché, vi anticipiamo la nostra posizione, non siamo capaci di schierarci. Non siamo capaci di pensare chi ha torto, chi ha ragione di fronte non tanto alla morte quanto alla crudeltà che la guerra rende possibile e lecita.
Ci sembra ipocrita la conta dei bambini morti, ma ciò che sentiamo insopportabile è lo spavento che provano quei bambini da vivi. Il loro terrore ci sembra di non poterlo perdonare. Spaventare i bambini è un grande delitto, perché la paura non passa.
Le donne hanno perso tutte le guerre della storia anche quando i loro uomini le hanno vinte. Viviamo male in questo mondo che ha perduto l’eros, dove i corpi possono ridursi troppo facilmente a forme geometriche e con una testa perché rotonda ci si può giocare a pallone e gli occhi possono essere meravigliose biglie.
Le parole ci vengono meno, il sonno è sempre più difficile, sentiamo in noi salire una strana rabbia a cui dare senso. Da qui l’urgenza di essere ancora insieme.
l’oscena passione per la guerra
Sabato 24 Febbraio ore 10/13, 15,30/19 Domenica 25 Febbraio ore 10/ 13 ancora solo donne
Cinema Farnese piazza Campo de’ Fiori Roma
Non ci saranno interventi preordinati. La riflessione sarà libera.
Ogni quindici giorni questo invito si ripeterà, e ogni invito sarà accompagnato da un testo. Il primo è questo piccolo racconto di Virginia Woolf che alleghiamo.
Un saluto da Alessandra Bocchetti e Franca Chiaromonte
L’iscrizione è necessaria per contarci
La quota per partecipare è di 30 euro, Fondazione Rut ETS, IBAN: IT22M 0501 8032 0000 0017 1512 42 servirà per pagare il luogo che ci accoglie e spese tecniche.
Non accettiamo altri finanziamenti, non vogliamo sponsor. L’evento sarà solo nostro in tutti i sensi possibili, come sempre abbiamo fatto e come è scritto nella nostra storia.
Per comunicare
Pensieri di pace durante un’incursione aerea, scritto nell’agosto 1940
Traduzione di Nadia Fusini
La notte scorsa e quella ancora prima i tedeschi sono passati su questa casa. Eccoli di nuovo. È una strana esperienza stare sdraiati al buio e sentire il ronzio di un calabrone che in qualsiasi momento può pungerti a morte. È un rumore che impedisce ogni riflessione fredda e coerente sulla pace. Eppure è un rumore che assai più delle preghiere e degli inni nazionali dovrebbe costringerci a pensare alla pace. A meno di non riuscire a pensare alla pace, ognuno di noi, ognuna di noi – non solo questo corpo qui, il mio, steso su questo letto, bensì milioni di corpi non ancora nati – resteremo noi tutte e noi tutti così, al buio, ad ascoltare questo rantolo di morte sopra le nostre teste. Cerchiamo di pensare invece che cosa si può fare per creare il solo rifugio antiaereo efficace, mentre in alto in collina i cannoni rimbombano – pam! pam! pam! - e i riflettori tastano le nuvole, e qua e là, a volte vicino, a volte lontano, cade una bomba.
In alto nel cielo giovani uomini inglesi e giovani uomini tedeschi si combattono. Sono uomini i difensori, sono uomini gli attaccanti. Alle donne inglesi non vengono consegnate le armi, né per combattere il nemico, né per difendersi. Devono giacere al buio inermi la notte. Eppure, se si crede che il combattimento in cielo è una battaglia tra gli inglesi per proteggere la libertà, e i tedeschi per distruggere la libertà, anche le donne devono lottare, per quanto possono, dalla parte degli inglesi. Ma come si può lottare per la libertà senza armi da fuoco? Fabbricando armi, oppure uniformi, o alimenti?
Invece no, c’è un modo di combattere per la libertà senza armi: possiamo combattere con la mente. Possiamo ‘fabbricare’ idee, che aiuteranno il giovane uomo inglese che combatte su in cielo a sconfiggere il nemico.
Ma affinché le idee siano efficaci, dobbiamo essere in grado di ‘spararle’. Dobbiamo metterle in atto. Così il calabrone in cielo risveglia un altro calabrone nella mente. Ce n’era uno che ronzava sul Times di stamattina. Era la voce di una donna che sosteneva: “In politica le donne non hanno voce.” Non c’è nessuna donna al Governo, né in nessun altro posto di responsabilità. Coloro che producono idee, e sono in grado di attuarle, sono tutti uomini. Ecco un pensiero che affossa il pensiero, e incoraggia l’irresponsabilità. E allora, perché non nascondere la testa nel cuscino, turarsi le orecchie e abbandonare del tutto la futile attività di produrre idee? Ci sono altri tavoli, oltre ai tavoli dei piani bellici, e delle conferenze e dei negoziati. Ma rinunciando al pensiero, sedute al tavolo da tè, non
priviamo forse il giovane inglese di un’arma che potrebbe essergli utile? Non stiamo esagerando la nostra incapacità, solo perché le nostre capacità ci esporrebbero magari all’insulto, al disprezzo? “Non cesserò di combattere con la mente,” scrive Blake. Combattere con la mente significa pensare contro corrente, e non a favore.
La corrente scorre veloce, impetuosa. È un fiume di parole che straripa dagli altoparlanti e dalle bocche dei politici. Ogni giorno ci dicono che siamo un popolo libero, che combatte per difendere la libertà. Questa è la corrente che ha trasportato il giovane pilota su in cielo, e lo tiene lì, tra le nuvole. Quaggiù, sotto la copertura di un tetto, con una maschera antigas a portata di mano, è nostro compito bucare i palloni gonfiati che cianciano e smascherare i germi di verità. Non è vero che siamo liberi e libere. Sia noi sia il pilota siamo prigionieri stasera: lui imprigionato nella sua macchina con un’arma a portata di mano, noi sdraiate al buio con una maschera antigas a portata di mano. Se fossimo liberi, saremmo all’aperto, a ballare, a teatro, oppure seduti a chiaccheare alla finestra. Che cosa ce lo impedisce? “Hitler!” gridano unanimi gli altoparlanti. Chi è Hitler? Che cos’è Hitler? Aggressione, tirannia, amore forsennato del potere, rispondono. Distruggetelo, e sarete liberi. Libere.
Sulla mia testa ora sento il rimbombo degli aerei, è come una sega contro il ramo di un albero. Vanno in tondo, e segano il ramo proprio sopra la mia casa. E nel cervello un altro rimbombo comincia. “Le donne capaci” - così diceva Lady Astor sul Times di stamani - “vengono frenate, ostacolate, sottomesse per via dell’inconscio hitlerismo presente nel cuore degli uomini.” È vero, noi tutte siamo ostacolate, bloccate, sottomesse. Stanotte siamo tutti egualmente prigionieri, sia gli uomini inglesi negli aerei, sia le donne inglesi nei loro letti. Ma se il pilota smette di pensare, può essere ucciso. E allora pensiamo noi al posto suo. Proviamo a trasportare alla coscienza l’inconscio hitlerismo che tutti e tutte ci opprime: il desiderio di aggressione, il desiderio di dominare e schiavizzare… Gli Hitler sono generati dallo schiavismo.
Cade una bomba. I vetri della finestra tremano. Le contraeree entrano in azione. Là, in cima al colle, sotto una rete mimetica a toppe di stoffa verde e marrone, che imitano i colori delle foglie d’autunno, si nascondono i cannoni. Ora sparano tutti insieme. Il giornale radio delle nove ci dirà: “Quarantaquattro aerei nemici sono stati abbattuti nella notte, dieci dal fuoco delle contraeree.” Una delle condizioni della pace, dicono gli altoparlanti, dev’essere il disarmo. Non ci dovranno essere mai più né armi, né esercito, né marina, né forza aerea nell’avvenire. I giovani uomini non saranno più addestrati a combattere con le armi. Il che sveglia un altro calabrone nelle camere del cervello - un’altra citazione: “Combattere contro un nemico in carne e ossa, guadagnarmi così
l’onore immortale e la gloria, uccidendo dei perfetti sconosciuti, tornare a casa con il petto coperto di medaglie e di decorazioni, quello era il colmo della speranza… A questo scopo avevo dedicato tutta la mia vita, la mia educazione, la mia formazione, tutto, finora …” Sono le parole di un giovane inglese che ha combattuto nell’ultima guerra. Davanti alle quali, gli attuali pensatori possono onestamente credere che, scrivendo “disarmo” su un pezzo di carta in una conferenza dei ministri, avranno fatto tutto ciò che si doveva fare per fermare la guerra? Otello potrà anche non farà più il suo mestiere, ma sarà sempre Otello. Il giovane pilota su in cielo non è guidato soltanto dalle voci degli altoparlanti; è guidato da voci che ha dentro di sé – istinti antichi, istinti incoraggiati e nutriti dall’educazione e dalla tradizione. È da biasimare per questo? Noi donne potremmo forse sopprimere l’istinto materno, se così ci comanda un gruppo di politici seduti intorno a un tavolo? Facciamo conto che fra le condizioni di pace ci fosse questa, imperativa: “Procreare è ristretto a una piccolissima classe di donne appositamente selezionate” - lo accetteremmo? O non diremmo: “L’istinto materno è la gloria della donna. A questo scopo è dedicata la sua vita, la sua educazione, la sua preparazione del corpo, tutto…” Ma se fosse necessario, per il benessere dell’umanità, per la pace nel mondo, che la maternità venisse controllata, e l’istinto materno represso, le donne ci proverebbero. Gli uomini le aiuterebbero. Le onorerebbero per la loro rinuncia a fare figli. Offrirebbero altre possibilità alla loro potenza creativa. Anche questo dovrebbe fare parte della nostra lotta per la libertà. Noi donne dobbiamo aiutare i giovani uomini inglesi a strapparsi dal cuore l’amore per le medaglie e per le decorazioni. Dobbiamo creare attività più onorevoli per chi prova a dominare dentro di sé l’istinto bellico, l’inconscio hitlerismo. Dobbiamo compensare l’uomo per la perdita delle armi.
Il rumore di sega sulla mia testa aumenta. Tutti i riflettori sono ora puntati su in alto. Verso un punto che sta esattamente sopra questo tetto. In qualunque momento può cadere una bomba in questa stanza. Uno due tre quattro cinque sei… I secondi passano. La bomba non è caduta. Ma durante quei secondi di attesa, il pensiero s’è bloccato. Tutte le sensazioni si sono bloccate, tranne la sensazione opaca della paura. Un chiodo crocefigge l’essere mio tutto intero contro un’asse di legno solido. La paura e l’odio sono emozioni sterili, improduttive. Non appena la paura passa, la mente si riprende e d’istinto torna a vivere, a creare. Siccome la stanza è al buio, si può creare soltanto grazie alla memoria. La mente si protende verso il ricordo di altri mesi d’agosto - a Bayreuth, a sentire a Wagner; a Roma, a passeggio per la campagna romana; a Londra. Riaffiorano le voci degli amici. Frammenti di poesia. Ognuno di questi pensieri, anche nel ricordo, è assai più positivo, rinfrescante, consolatore e creativo dell’opaco spavento fatto di paura e di odio. Perciò, se vogliamo compensare
quel giovane uomo della perdita della gloria e delle armi, dobbiamo aprirgli l’accesso ai sentimenti creativi. Dobbiamo fare, creare la felicità, dobbiamo liberarlo dalla macchina, dobbiamo tirarlo fuori dalla sua prigione, trascinarlo all’aperto. Ma a che cosa serve liberare il giovane inglese, se il giovane tedesco e il giovane italiano rimangono schiavi?
I riflettori accesi sulla pianura hanno finalmente scovato l’aereo. Dalla finestra si vede un piccolo insetto argentato che rotea nella luce. I cannoni sparano e sparano, pam, pam, pam! Poi cessano. Probabilmente, dietro il colle, l’aereo incursore è stato abbattuto. L’altro giorno, un pilota tedesco è atterrato sano e salvo in un campo qui vicino. In un buon inglese, ha detto a chi l’ha catturato: “Come sono contento che il combattimento è finito!” Al che l’uomo inglese gli ha dato una sigaretta, e la donna inglese gli ha offerto una tazza di tè. Questo starebbe a dimostrare che se si riesce a liberare l’uomo dalla macchina da guerra, il seme non cade in un suolo completamente sterile. Il seme può ancora fecondare…