Sea Watch 3

L’anno scorso, sempre in estate, nel culmine della crisi della nave Diciotti, scrivemmo un comunicato dal titolo “Pietà l’è morta”. 


Che cosa scrivere ora per l’odissea dei quarantadue donne e uomini naufraghi della Sea Watch 3, della sua “capitana” che, novella Antigone, fa appello all’antichissima legge del mare oltre a leggi non scritte di pietà e di giustizia, contro l’uso strumentale di leggi dello stato? Più volte abbiamo l’impressione che ormai manchino le parole per commentare, per raccontare. 


Siamo soprattutto stanche e veramente preoccupate di vivere in un paese governato con parole, e fatti, privi di umanità e di intelligenza, di essere invase da una campagna elettorale permanente, con tutto il rispetto per le campagne elettorali, di vedere soprattutto un tasso di cinismo tale per cui non si ha neppure più riguardo di salvare almeno le apparenze. 


Senza che nessuno lo dica apertamente, a Lampedusa sbarcano centinaia di migranti, poco alla volta, su barche e barchini. Intanto le navi ONG, quelle sì sono nel mirino, non tanto per i pochi naufraghi che raccolgono, quanto perché, dovendo chiedere il permesso per entrare, con quelle ci si può battere il petto villoso gridando: i porti sono chiusi! 

 

Allora diciamo che siamo solidali con le donne e gli uomini da tanti giorni segregati in mezzo al mare, respinti e persino derisi. Tacciati di voler fare i turisti a nostre spese. Per loro chiediamo immediato sbarco, accoglienza e rispetto.

 

E siamo orgogliose che a dire no sia una donna, Carola Rackete, capitana coraggiosa, su cui si addensano pericoli noti e ignoti (vedi insulti e minacce), ma non ci facciamo imprigionare da icone e stereotipi, seppur in senso contrario al solito. In Carola Rackete non vediamo una nuova Giovanna D’Arco, ma una donna che si è assunta un compito importante e lo porta avanti con coerenza. 

 

Però diciamo che, al termine prevedibile di questa vicenda, fra i nostri prossimi compiti potrebbe esserci quello di presidiare la “capitana” e il suo iter giudiziario, facendo valere tutto ciò che potremo far valere, in parole ed azioni, in sua difesa. 

 

Infine diciamo che “siamo tutte ONG” nel senso che essere dichiaratamente “non governative”, a questo punto, ci sembra l’unica condizione possibile.​