
Un tribunale sudcoreano condanna Tokyo a risarcire le "schiave del sesso"

Articolo originale da RaiNews.it
Si tratta del primo caso giudiziario riguardo alle ragazze fatte schiave del sesso dalle truppe di occupazione giapponese che eufemisticamente venivano etichettate come "donne di conforto". Tokyo e Seul sono entrambe grandi alleate degli Stati Uniti, ma le loro relazioni sono tese a causa del dominio coloniale giapponese dell'inizio del XX secolo e ulteriormente peggiorate negli anni del governo sudcoreano di centro-sinistra guidato da Moon Jae-in. Gli storici ritengono che fino a 200.000 donne, per lo più coreane, ma anche di altre parti dell'Asia, compresa la Cina, furono costrette a lavorare come prostitute per i militari giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale. La sentenza giunge dopo un processo durato otto anni fa. Da allora alcuni dei querelanti originari sono morti e sono sono stati sostituiti dalle rispettive famiglie. Tokyo, in questi anni, ha boicottato il procedimento e sostiene che tutte le questioni di risarcimento derivanti dal suo dominio coloniale sono state risolte con il Trattato del 1965 che normalizza le relazioni diplomatiche con i Paesi i vicini. Il governo giapponese nega inoltre di essere direttamente responsabile degli abusi di guerra, insistendo sul fatto che le vittime erano state reclutate da civili e che i bordelli militari erano gestiti da privati. La disputa si è inasprita nonostante Seul e Tokyo avessero trovato un accordo nel 2015 volto a risolvere la questione "definitivamente e irreversibilmente" con le scuse giapponesi e la creazione di un fondo da un miliardo di yen per i sopravvissuti. Ma il governo sudcoreano di Moon ha dichiarato difettoso l'accordo raggiunto sotto il suo predecessore conservatore e lo ha di fatto annullato, citando la mancanza del consenso delle vittime. La mossa ha portato a un'aspra disputa diplomatica che ha finito per incidere sui legami commerciali e di sicurezza fra i due Paesi. Lo stesso tribunale di Seul si pronuncerà la prossima settimana su una causa simile intentata contro Tokyo da altre 20 donne e dalle loro famiglie.