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Comunicato sull'ammissione al RUNTS
Siamo consapevoli del fatto che l'attenzione che ci viene riservata in questo momento, a proposito dell'imminente cancellazione dal RUNTS delle UDI emiliano- romagnole tra le più storiche e radicate del Paese (UDI Ferrara, Modena e Ravenna), dipende dall'esposizione mediatica non troppo lusinghiera della Regione Emilia-Romagna a guida DEM e l'opportunità che la controparte politica ha intravisto nello screditare l'avversario sguinzagliando un giornale come Libero, che non hai mai perso l'occasione per ridicolizzare le nostre lotte per la piena cittadinanza delle donne, e che ora ha la presunzione di pensare che UDI non sia in grado di distinguere tra un'autentica manifestazione di solidarietà e una becera strumentalizzazione. A questo proposito, vogliamo rassicurare Libero della nostra capacità di raziocinio e far sapere che UDI è autonoma da qualunque partito e che non accetta che sulla propria pelle venga fatta campagna elettorale. Il problema che UDI sta facendo rilevare è molto serio perché la posta che le istituzioni locali e nazionali sono disposte a mettere in gioco è da capogiro: in ballo c'è la sopravvivenza stessa dell'associazionismo femminista separatista, quello che in 80 anni di storia - per quel che concerne l'UDI - ha lavorato strenuamente nottetempo nel solco dell'articolo 3 della Costituzione per una sua piena applicazione. Da oltre un anno, infatti, contestualmente alla trasmigrazione delle realtà del Terzo Settore al Registro Unico Nazionale, alcune UDI, non solo emiliano romagnole, sono alle prese con una situazione umiliante e dai tratti tragicomici: ci viene notificato dagli uffici regionali del RUNTS che, sulla base del decreto legislativo 117/2017 (evidentemente interpretato in modo discutibile), discrimineremmo gli uomini non consentendo loro l'affiliazione alla nostra associazione, e dunque in nome del carattere di apertura e non discriminazione che devono avere tutte le APS, pena la perdita di status e non ammissione/estromissione dal RUNTS, dovremmo farci carico di modifiche statutarie al fine di ammettere anche gli uomini fra le iscritte all'Unione donne in Italia preliminarmente passando all'uso del maschile non marcato "iscritti". Vani fino a ora i tentativi informali di spiegare che l'affiliazione esclusivamente femminile non è un dettaglio per le associazioni femminili, né una svista statutaria a cui porre con solerzia rimedio con una banale revisione di editing, ma il presupposto stesso della nostra costituzione, la ragione intrinseca e sostanziale della natura del nostro agire politico, che elaboriamo e mettiamo in atto con l'obiettivo di colmare lo svantaggio sociale che, da sempre, grava sulle donne a causa della normalizzazione secolare della disparità di potere fra i sessi definita dal Patriarcato e che solo le lotte dell’ultimo secolo delle donne hanno rilevato, tematizzato e denunciato creando mobilitazione attorno alla costruzione di una cultura e una società diversa da quella che conosciamo con le donne protagoniste. Poi cosa è successo? Anziché vedere la Regione Emilia-Romagna raccogliere la sfida con il Ministero preposto, quest'ultima ha perseverato nel comunicare il proprio dietrofront alle UDI già ammesse al RUNTS (UDI Ferrara, Modena e Ravenna) ribadendo i motivi ostativi al mantenimento della propria registrazione, già espressi ad altre UDI, e ponendo la scadenza dei 60 giorni per modificare lo Statuto e includere finalmente gli uomini, pena l'avvio della procedura di cancellazione. Così le tre UDI emiliano romagnole, di concerto con UDI Nazionale, hanno posto un quesito interpretativo del decreto 117/2017 direttamente al Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e chiesto alla Regione Emilia-Romagna di sospendere la scadenza del 21 ottobre in attesa della risposta del Ministero. A dieci giorni dalla imminente cancellazione, non abbiamo ancora avuto rassicurazioni di nessun tipo, solo dichiarazioni a mezzo stampa da parte della Ministra Roccella, alla quale a questo punto chiediamo di lavorare congiuntamente alla Ministra Calderone, in modo da essere responsabilmente conseguente a quanto da lei stessa dichiarato. Non vogliamo concessioni, né la benevolenza di qualche benefattrice o benefattore che sia: pretendiamo piuttosto il riconoscimento che ci spetta, quantomeno nel non essere umiliate da interpretazioni ottuse della legge, senza una "visione" che tenga conto della complessità, e al contempo della ragionevolezza, delle cose.
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La violenza sulle Donne non va in vacanza
Nonostante il caldo, nonostante la crisi climatica e le sue devastanti manifestazioni, la violenza maschile contro le donne rimane un dato costante nel nostro paese. La cronaca dei femminicidi è oramai tale che rischia di assuefare la società ad un fenomeno che potrebbeessere percepito come ineluttabile. Malgrado tutti dichiarino di voler contrastare in ogni modo la violenza maschile sulle donne, essa non siferma, ma anzi, continua a presentare invariate le costanti nella sua fenomenologia. E basterebbe allargareil campo di lettura e non soffermarsi a dichiarazioni limitate al singolo femminicidio, per potersi rendereconto di una situazione non governata adeguatamente nonostante le leggi esistenti. Prendendo ad esempio solo le ultime due settimane, -il 21 luglio Mariella Marino è stata uccisa dall'ex marito Maurizio Impellizzieri; l'uomo era già statodenunciato e aveva ottenuto uno sconto di pena grazie all'obbligo di frequentazione di un percorso presso il CUAV (almeno il quarto femminicidio ad opera di un uomo che ha svolto un percorso presso il CUAV)- il 24 luglio Vera Maria Icardi, è stata uccisa dal marito Claudio Coli Cantone che poi si è tolto la vita;- il 28 luglio Angela Gioiello è stata uccisa dal marito Antonio Di Razza che poi si è tolto la vita, perché voleva lasciarlo a causa delle violenze subite;- il 28 luglio Mara Fait è stata uccisa a colpi di accetta a Rovereto dal vicino di casa Ilir Zyba Shehi. Alla donna, che pure aveva più volte denunciato l'uomo per stalking, era stata negata l'applicazione del Codice rosso relegando le minacce a "liti condominiali";- il 29 luglio Sofia Castelli è stata uccisa dall'ex fidanzato Zaquaria Atqaoui che non accettava di essere stato lasciato;- il 2 agosto, una donna a Reggio Calabria è stata quasi uccisa dall'ex marito che l'ha accoltellata sei volte perché non accettava la decisione di lei di separarsi da lui. La lettura in successione dei soli ultimi casi di femminicidio, per quanto in un ristretto lasso temporale, è già sufficiente a far emergere una serie di circostanze allarmanti che necessitano di riflessione. Anzitutto, come abbiamo più volte denunciato, per quanto riguarda i CUAV, l’utilizzo giuridico che si fa di questo strumento e la mancanza di monitoraggio dell'applicazione dello stesso con verifiche e metodologie chiare e condivise rischia seriamente di rendere questi servizi per gli autori di violenza un mero escamotage per accorciare ulteriormente i tempi della pena, indebolendo sia il valore del percorso di recupero, sia anche la stessa percezione di gravità dell'azione violenta e senza valutazione del rischio di recidiva come già denunciato dalle associazioni delle donne e dai centri antiviolenza all’Atto dell’intesa Stato regioni nel settembre 2022.Oltre a ciò, emerge ancora lampante quanto sia necessaria una formazione rigorosa e verificata sullaviolenza maschile sulle donne per tutte le figure istituzionali e professionali che orbitano attorno al fenomeno.La Convenzione di Istanbul ricorda che alla base della violenza maschile sulle donne vi è l’asimmetria di potere, che produce una misoginia che viene costantemente legittimata dalla società. Ed è proprio su questo aspetto che è necessario quanto fondamentale che vi siano maggiori e più incisivi interventi normativi, che puntino al cambiamento culturale in ogni livello scolastico, di finanziamento e di verifica.Come infatti è noto, il susseguirsi di femminicidi degli ultimi due mesi è stato inframmezzato da clamorose manifestazioni del sessismo interiorizzato dalla società, quali le due sentenze della quinta sezione del Tribunale di Roma (sezione che, per la specifica specializzazione, dovrebbe essere un punto di riferimento nazionale per la risposta giudiziaria alla violenza contro le donne) di cui una assolutoria per il bidello che palpeggia la studentessa minorenne in quanto «il fatto è durato meno di 10 secondi» e per il direttore di un museo che importunava una dipendente, adducendo nemmeno tanto velatamente a “complessi psicologici” della denunciante.Si pensi poi alle dichiarazioni dei dirigenti sportivi o giornalisti alle olimpiadi, senza dimenticare le parole del presidente del Senato Ignazio La Russa che, con buona pace del ruolo istituzionale che ricopre, ha pensato bene di difendere aprioristicamente il figlio denunciato per stupro minando la credibilità della denunciante. Di fronte a tali fenomeni di regressione culturale e sociale e di fronte ad un dato, quello del femminicidio, che si mantiene strutturalmente costante, non possiamo che esprimere la nostra forte preoccupazione e richiedere con forza la necessità che le istituzioni intervengano con misure di tipo soprattutto preventivo, oltre che punitivo in modo adeguato ed efficace a contrastare reiterazioni.Auspichiamo anche azioni adeguate anche da parte della Commissione bicamerale contro il femminicidio che si è insediata solo in questi giorni con grande ritardo.
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