1682343705000
25 aprile 2023 | La Liberazione da preservare tra passato e presente
Solo 78 anni fa si concludevano anni di lutti e privazioni di ogni genere, nonché persecuzioni e il più grande genocidio dell'era moderna. Il nostro Paese usciva a pezzi da una guerra durata 5 anni seguita a 20 anni di dittatura fascista in cui tantissimi uomini e donne avevano pagato il loro antifascismo e la loro Resistenza al regime con anni di galera e confino, o espatriando, o vivendo braccati in nascondigli, o sulle montagne come ribelli, spesso protetti o aiutati dalle donne. E 78 anni fa mai avremmo immaginato una nuova guerra in Europa, così come mai avremmo immaginato valutazioni della Resistenza come quelle ascoltate da massime cariche dello stato. Oggi siamo qui per ricordare a tutte/i che la festa della Liberazione per noi è una tappa determinante della democrazia in questo Paese, che un mondo migliore è possibile ce lo hanno insegnato le nostre madri Costituenti e le tantissime donne, oltre 80mila, che sono state l’ossatura portante della Resistenza al nazifascismo. Una formidabile generazione soprattutto di ragazze che come ebbe a dire una di loro, partigiana medaglia d’oro al valore militare e tra le fondatrici di UDI “ Non avevamo nulla di mitico, eravamo ragazze, dotate solo di sentimenti tramandati dalle generazioni precedenti come la libertà, la solidarietà, la pazienza, la tolleranza, il sacrificio, il coraggio, il dovere civile”. La Resistenza fu un movimento di popolo di donne e uomini che ci ha consegnato valori su cui affonda le sue radici la nostra Repubblica e la nostra Costituzione. È da qui che nasce una coscienza collettiva e l’affermarsi di un pensiero proiettato verso il cambiamento che le donne vogliono per un Paese completamente rinnovato. Di libertà e di diritti per le donne prima avevano parlato piccole avanguardie. È con la lotta di Liberazione che si produce la rottura storica con la tradizione che voleva le donne completamente subalterne all'uomo e relegate nella sfera domestica e apolitica. Ma le donne non ci stanno più e la parola conquistata con grandi sofferenze continuano a usarla ieri come oggi, mettendo in discussione il neo patriarcalismo e la sua politica che fa di tutto per ricacciarci indietro. Ogni giorno siamo bombardate da slogan, da parole di propaganda che dovrebbero tener occupata la mente e non farci pensare ai problemi veri e reali. Ma noi donne invece siamo vigili sui temi per cui abbiamo lottato per essere libere. Sui diritti acquisiti non si torna indietro e siamo pronte a difenderli perché sappiamo che la dignità, autonomia, emancipazione e libertà vengono da lì. I diritti sono il riconoscimento dell’essere Donne. Per restituire dignità, creare consapevolezza, realizzare solidarietà, affrontare insieme problemi per un migliore livello di coscienza, noi donne abbiamo la forza della vita e nessuno ci farà tornare al passato. W la Resistenza di ieri e di oggi W la Liberazione Il 25 aprile è la data fondamentale della nostra Repubblica
1681646400000
Maternità, Natalità E Diritti Lesi
Negli ultimi giorni abbiamo assistito con sgomento e indignazione al circo mediatico che si è sviluppato intorno alla vicenda del piccolo E., il bambino affidato alla culla per la vita della clinica Mangiagalli di Milano, e alla madre biologica che ha deciso di separarsi dal neonato dopo una settimana dal parto. Madre che è stata lesa per giorni e giorni nella sua privacy e nei suoi diritti di donna Il messaggio che ha lasciato con il piccolo è stato reso pubblico e vivisezionato per capire le motivazioni della rinuncia, per giudicarla ed etichettarla. È stato stabilito che la donna fosse in ristrettezze economiche su un’interpretazione semantica delle parole utilizzate. E a seguire sono stati lanciati diversi appelli dai toni sempre più paternalistici e surreali per convincere la donna a cambiare idea e tornare sui suoi passi. Al punto da trovare personaggi televisivi a tracciare discriminazioni tra madri “vere” (per meglio dire biologiche) e “altre che si trovano lì a occuparsi dei figli degli altri. Un’uscita infelice ma reiterata nelle scuse seguite alle polemiche, a squalificare e invalidare tutto il sistema delle adozioni. Si è offerto aiuto economico, ma non è stato ovviamente definito per quanto tempo e in che termini È abbastanza inquietante pensare che si chieda a una donna di farsi avanti promettendo denaro, quando si sa quanto effettivamente incida a livello economico la cura di un figlio in questo momento storico. Per quanto l’aiuto promesso verrebbe sostenuto? Cinicamente, viene da pensare fino alla successiva storia mediatica. E poi che succede? Inoltre, per quanto la catena di solidarietà possa apparire encomiabile, è abbastanza demoralizzante vedere come ancora una volta una donna sia stata ritenuta incapace di fare una scelta per sé e per il bambino. Il carosello mediatico che si è creato ha rafforzato gli stereotipi che da sempre circondano la figura della donna e ha reso pubbliche informazioni sensibili che hanno messo a rischio l’anonimato della madre, invitando di fatto alla caccia alle streghe. L’anonimato di una donna che decide di rinunciare al suo ruolo di genitore deve essere sempre tutelato, quali che siano i motivi e la storia che l’hanno portata a questa decisione. Motivi che devono rimanere privati e insindacabili, a prescindere da quali essi siano. Non ci deve essere moralismo quando si parla di donne che non vogliono o non possono essere madri Ancora una volta la retorica si è concentrata sul dolore e la sofferenza che sicuramente una tale scelta porta, dando per certa la ristrettezza economica della donna, come se fosse l’unica possibilità “accettabile” per rinunciare a un figlio. Ma il giudizio morale è inutile e dannoso. Sarebbe un buon risultato motivare una donna a rinunciare all’affido e a riprendere il piccolo per senso di colpa? Quali premesse affronterebbe questa famiglia, si potrebbe garantire un futuro sano e sereno per madre e figlio? Il rischio piuttosto è disincentivare le donne che si trovano a prendere questa decisione a seguire i canali più sicuri per l’affido, abbandonando piuttosto il neonato in situazioni di pericolo. Si dovrebbe contribuire a una maggiore conoscenza del DPR 296/2000, la legge che permette a una donna di rinunciare alla maternità con un parto anonimo, affidando il neonato al personale ospedaliero che attiverà le procedure con il Tribunale dei minori. Ma di cosa si sta parlando veramente? E’ solo la punta dell’iceberg del problema natalità in Italia Proprio in questi giorni l’Istat ha pubblicato un rapporto sulla natalità del Paese registrando che, per la prima volta nella storia nazionale, si sono registrati meno di 400.000 nuovi nati (per la precisione 393.000). La notizia deve essere presa sul serio, attivando politiche e incentivi a sostegno delle donne e delle famiglie in tutto il sistema Paese, senza discriminazioni regionali. Cercare di “correggere” il singolo caso di rinuncia alla maternità senza affrontare in maniera sistemica la solitudine di generazioni di donne e famiglie, senza politiche concrete per affrontare i problemi sociali, economici, relazionali e lavorativi che attanagliano quotidianamente persone singole e coppie, è grottesco e inutile. Piuttosto che portare avanti un simile accanimento sul singolo caso, ci sono diverse domande che le istituzioni politiche e gli enti sanitari dovrebbero porsi: Quali strumenti di sostegno sono messi in campo oggi per le donne che vogliono essere madri, per tutelare il loro diritto al lavoro, il loro posto di lavoro e la loro indipendenza economica? Quali servizi sono offerti alle famiglie? Quanto sono accessibili?Le donne italiane sono informate sul DPR 396/2000, su come è possibile partorire in anonimato nella sicurezza di una struttura ospedaliera senza conseguenze legali?Quali supporti sono proposti a sostegno delle famiglie con soggetti disabili o anziani bisognosi di cure? Forse si vuole continuare a ignorare che il peso dell’assistenza e della cura ricade interamente sulle donne?Come sono tutelate le madri e i bambini vittime di violenza domestica?E le donne straniere? Quale lavoro viene portato avanti con le comunità di migranti sul territorio per favorire la conoscenza dei diritti delle donne?· Questi sono i temi sui quali tutti gli enti, a partire dal governo, devono interrogarsi. Colpevolizzare le nuove generazioni perché hanno meno figli o decidono di non averne proprio è inutile. Non si può pretendere che si facciano bambini “per il bene della patria”, come un sacrificio per il bene comune. Le coppie, e in particolare le donne, devono poter vivere la decisione di avere dei figli come una scelta consapevole e desiderata. Devono poter offrire un contesto sereno, sano ed economicamente stabile ai figli e, nel caso in cui ciò non sia possibile, devono essere aiutate a cambiare tale situazione. L’Associazione UDI chiede interventi sistemici e una nuova visione della natalità e della genitorialità e che si lavori perché sempre più famiglie possano accogliere dei nuovi bambini con gioia e serenità, anziché con senso di colpa o timore per il futuro, comprese le adozioni in tempi brevi anche per i singoli. Roma, 14 aprile 2023
1680273201000
IL “DIRITTO DI NON ABORTIRE”
Condividiamo il seguente comunicato ricevuto da UDI Ferrara IL “DIRITTO DI NON ABORTIRE”: UNA SFACCIATA E DISONESTA OPERAZIONE RETORICA Su molte strade sono nuovamente comparsi manifesti, commissionati dall’associazione Pro Vita, invocanti un presunto diritto di non abortire. Ma quale diritto hanno bisogno di implorare?Il diritto di non fare qualcosa presuppone che esista un obbligo di fare qualcosa di opposto. Ma nel nostro paese non esiste nessun obbligo di abortire! Maggiori finanziamenti da destinare al welfare sociale vanno richiesti per le migliaia di madri che i figli li hanno fatti, ma che non sono in grado di mantenerli perché estremamente povere e abbandonate. Queste sono le donne a rischio, le donne che si rivolgono ai servizi sociali e alle associazioni. Questa dilagante situazione non ha a che fare con la insindacabile volontà di una donna di abortire: un gesto di responsabilità e libertà in cui confluiscono valutazioni personali e intime cui va riconosciuta piena soggettività etica e morale. In realtà, il messaggio – nemmeno troppo dissimulato – di Pro Vita è ben altro: avere un controllo sulle scelte riproduttive delle donne e rendere più difficile l’accesso all’interruzione di gravidanza, ciò che sta effettivamente accadendo a causa del numero sproporzionato di personale sanitario obiettore di coscienza che, di fatto, limita fortemente l'accesso alla legge 194. Continua così l’odiosa condanna morale che respingiamo fermamente.Ma non saranno anacronistiche condanne morali e infingimenti vari a convincere le donne, che non vogliono, a fare figli.L’ultima parola è della donna. La donna dà la vita. Pro vita non è per la vita. Pro Vita è solo contro le donne.
