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L’impegno dell’UDI contro la violenza alle donne non comincia e non finisce il 25/11
Quando le donne vanno in piazza per richieste che condividiamo, noi ci siamo sempre.Nell’incessante comporsi scomporsi e ricomporsi del movimento delle donne noi ci siamo, riconoscendo la vitalità di nuove parole e nuove soggettività che entrano sulla scena della politica che vogliamo. Nell’incessante comporsi scomporsi e ricomporsi del movimento delle donne noi ci siamo, senza dimenticare la lunga storia di cui conserviamo con orgoglio il nome, testimonianza delle conquiste che oggi sostengono i nostri passi, impegnate a lasciarne eredità fruibile da chi verrà dopo di noi, convinte che il cambiamento autentico nasce da ciò che sappiamo conservare e trasformare, come facciamo da sempre noi donne nell’arte di tenere in vita la vita. Sappiamo che ogni anno nuove donne si affacciano al mondo e hanno bisogno di sentire che siamo numerose in cammino, di sapere che molte donne prima di loro hanno aperto le strade che oggi percorriamo con maggiore libertà e identica determinazione, orgogliose di essere figlie di una lunga storia e sempre madri di noi stesse. Ci troviamo continuamente di fronte all’urgenza del rischio, al delitto di femminicidio, alla diffusione dello stupro e della cultura che lo sostiene, all’omertà sulla violenza domestica, all’arroganza delle molestie nei luoghi di lavoro, alla connivenza di chi dovrebbe essere garante del diritto, della giustizia e dell’informazione. Sappiamo che la strada è ancora lunga, ma vediamo ovunque ri-nascere la ribellione delle donne che lottando contro la violenza affermano un altro modo di vivere, la consapevolezza di uomini (ancora pochi!) che cercano altri modi di esistere fuori dai miti e riti della virilità patriarcale, giovani donne e uomini che cercano la propria identità fuori dalle gabbie degli stereotipi e delle convenzioni di genere. I diritti diventano fragili se non sono davvero per tutte e tutti, se definiscono la cittadinanza per esclusione, se non ne viene insegnata la storia, se non costruiscono dialogo politico, e infatti sono stati piano piano disattesi e poi aggrediti con arroganza, nelle strutture sanitarie, nei posti di lavoro, a scuola, nell’immaginario di quell’interazione quotidiana in cui si costruisce l’idea di mondo comune. Oggi, di fronte alla violenza che minaccia le nostre vite imponendo, neppure troppo subdolamente, vecchi stereotipi del femminile a ingabbiare i nostri sogni e mortificare la realtà, vogliamo porre alla politica domande radicali, stabilendo con chiarezza possibili alleanze e differenze ineludibili da portare nel dibattito, per costruire un tessuto di vicinanze non occasionali.Vogliamo moltiplicare le forme della visibilità politica, anche costruendo forme diverse dai tradizionali codici maschili, proseguendo la straordinaria creativa tradizione delle femministe e di tutte le donne che hanno lottato per i propri diritti. Per questo siamo presenti in piazza, nei tribunali, siamo presenti con le donne che hanno subito violenza e che vogliono riprendere in mano la propria vita, siamo presenti in ogni lotta per abbattere le molte barriere costruite intorno alle vite delle donne, confinate nelle case, nei lavori non pagati, nelle tante servitù e schiavitù. Per questo non dimentichiamo le donne che vivono accanto a noi senza cittadinanza, perché per noi i confini, reali e simbolici, sono fatti per essere attraversati liberamente.Per questo siamo presenti nel dialogo con le istituzioni e con le donne che le rappresentano perché sappiamo che solo il riconoscimento reciproco tra istituzioni democratiche e istanze della società civile, di cui le donne sono da sempre maggioranza, può generare il cambiamento di cui abbiamo bisogno. Noi ci siamo, con le nostre parole, le nostre storie, le nostre vite, le nostre proposte politiche. Le donne dell’Udi
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Non basta indignarsi non basta dire basta
La violenza sulle donne è ormai data per scontata. Questo, in realtà, significano i consigli su come non farsi stuprare, o ammazzare che abbiamo ricevuto in questi giorni e che rimandiamo al mittente. "Attente al lupo", gridano tutti, solo che il lupo viene lasciato libero di muoversi a suo piacimento, perché si veste da nonnina e anche se gli spuntano i peli sulle braccia e le orecchie sotto la cuffietta, nessuno vede o sente. Fuor di metafora ancora e ancora denunce di donne impaurite, di madri angosciate per le figlie, lasciate cadere; morti annunciate, violenze che si ripetono fino a quella fatale, luoghi abbandonati (anche le guardie mediche): dunque mai sole, di notte ma anche di giorno, mai tranquille. L'UDI partecipa e parteciperà a tutto ciò che si muove contro questa deriva, il cui sinistro contorno è l’invito a fare le Cornelie madri dei Gracchi, con i loro figli gioielli, due per donna. Ma prima e durante e dopo fiaccolate, manifestazioni, incontri con le istituzioni, incontri fra noi e altre per dire basta, UDI intende riportare al centro il problema che abbiamo davanti. Non si tratta di numeri, di etnie, di stupri o femminicidi, o acido sulla faccia o botte, dove perché e chi. Continuiamo a pensare, e abbiamo avuto ragione nel dire, che la violenza maschile è innanzi tutto un fatto di potere, costruito culturalmente nei secoli, nel rapporto uomo-donna, con tutte le sfumature etniche o religiose possibili o immaginabili. Ci vuole rigorosa certezza della pena, ci vuole contrasto alla violenza agita, ma ci vuole soprattutto prevenzione di quella futura. Ovviamente non indicandoci i percorsi sì e quelli no, ma prendendo i futuri lupi dall'età scolare, anzi da prima, a partire dalle famiglie spesso indifferenti o persino tolleranti, e costringerli a misurarsi con il genere femminile e rispettarlo, coprire di disapprovazione e ostracismo sociale i violenti e tutti coloro che ne sono complici, ma anche tagliare ogni risorsa a chi usa nei media, nell'informazione, nella formazione stereotipi sessisti e costruisce l’inferiorità delle donne e l’uso del loro corpo senza autodeterminazione. Le istituzioni tutte facciano la loro parte: troppo della Convenzione di Istanbul non è applicato! Le Convenzioni internazionali non basta firmarle ma vanno rese operative. Dunque nuove azioni e nuovi strumenti subito, applicare in fretta e in modo efficace le leggi esistenti e dare un nuovo impulso a tutte le forme di prevenzione, di formazione, anche nei centri di accoglienza (perché no? ci piacerebbe infatti sapere che cosa si dice sulle donne a chi, da uomo, arriva nel nostro paese, forse nulla, visto che al nostro paese delle donne, italiane e straniere, importa davvero poco), certezza della pena, contrasto e sicurezza nelle strade, senza mai dimenticare che i violenti hanno anche la chiave di casa e che troppe donne sono più sicure per strada che a casa loro. Non c'è dunque altra arma che smascherare e indebolire fino a determinarne la scomparsa, la violenza maschile storica, sociale e culturale che tollera, copre, minimizza o peggio del peggio, giustifica dicendo che le donne se lo sono cercata e insegna alle donne come e dove devono essere, camminare e vestirsi per evitare la violenza dei maschi. Che sono provocati dalle donne e li trascinano in istinti più grandi di loro! Questo è indegno di un paese civile e cataloghiamo queste aberrazioni come atti di complicità con violenti e stupratori. UDI è vicina alle donne e ragazze colpite da questa violenza, alle loro famiglie, non smetterà mai di agire perché si renda giustizia alle vittime, perché si creino gli strumenti non solo per fermare i violenti prima che agiscano, ma per cambiare la nostra società prima di fabbricare mostri. Roma 21 settembre 2017Vittoria Tola, Laura PirettiResponsabili nazionaliUDI-Unione Donne in Italia
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Dopo Rimini, Firenze? Fermiamoli
Se confermati -e gli indizi sembrano davvero significativi- avremmo negli stupri di Firenze un formidabile esempio di quanto uguale a se stessa, seppur apparentemente diversa, sia la violenza sulle donne. Ad esercitarla possono essere immigrati, balordi, criminali, oppure addirittura appartenenti a forze dell'ordine, per giunta in servizio, con tanto di "gazzella" al seguito: la violenza è sempre la stessa, seriale, brutale, con la pretesa dell'impunità. Alla faccia del manifesto colonial-fascista dell'uomo nero che ghermisce la donna bianca. Ma a tanta somiglianza, imbarazzante, oltre che "sinistra", nel caso di forze dell'ordine alle quali le nostre mamme, quando eravamo piccole, dicevano di rivolgersi in caso di necessità, non produce gli stessi effetti nell'informazione. Anatemi, grida e maledizioni in un caso; stupore, dispiacere, molti condizionali e congiuntivi, non solo per rispettare le indagini in corso, dall'altra. Lo abbiamo detto, lo diciamo e lo diremo sempre: la violenza maschile sulle donne non ha colore, non ha religione, non ha ceto. Essere un immigrato non è una scusante, ma essere un carabiniere in servizio neppure, bensì è un'aggravante. Fra timidi commenti, dolorosamente stupiti e dunque già pronti alle attenuanti, noi chiediamo che cosa si fa di fronte a queste violenze continue, ripetute , gravi e crudeli; quali strumenti si stanno mettendo in campo, che cosa si fa e si farà: quale massiccia campagna formativa /informativa nelle scuole, nei testi scolastici, nei media; quali riforme nei processi, quale certezza della pena, quale sostegno nel lavoro alle donne che subiscono violenza, quali risorse si destinano alle associazioni femminili che lavorano sul campo. Infine una nota: la nostra esperienza ci dice che purtroppo la violenza, anche sessuale, esercitata da forze dell'ordine non è affatto rappresentata da casi isolati. Dunque le donne hanno anche in questo minori tutele e sicurezze degli uomini. Ci dispiace, ma è così e dunque si apre un problema specifico nella formazione di chi ha compiti di tutela della sicurezza di donne e uomini. Le caratteristiche e la formazione di questi soggetti dovrebbero rispondere, tramite severa valutazione e selezione, ad una scrupolosa, approfondita, educazione alla parità di genere. Le responsabili nazionali Vittoria TolaLaura Piretti
