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I NOSTRI EVENTI 

Comunicato sull'ammissione al RUNTS

Siamo consapevoli del fatto che l'attenzione che ci viene riservata in questo momento, a proposito dell'imminente cancellazione dal RUNTS delle UDI emiliano- romagnole tra le più storiche e radicate del Paese (UDI Ferrara, Modena e Ravenna), dipende dall'esposizione mediatica non troppo lusinghiera della Regione Emilia-Romagna a guida DEM e l'opportunità che la controparte politica ha intravisto nello screditare l'avversario sguinzagliando un giornale come Libero, che non hai mai perso l'occasione per ridicolizzare le nostre lotte per la piena cittadinanza delle donne, e che ora ha la presunzione di pensare che UDI non sia in grado di distinguere tra un'autentica manifestazione di solidarietà e una becera strumentalizzazione. A questo proposito, vogliamo rassicurare Libero della nostra capacità di raziocinio e far sapere che UDI è autonoma da qualunque partito e che non accetta che sulla propria pelle venga fatta campagna elettorale. Il problema che UDI sta facendo rilevare è molto serio perché la posta che le istituzioni locali e nazionali sono disposte a mettere in gioco è da capogiro: in ballo c'è la sopravvivenza stessa dell'associazionismo femminista separatista, quello che in 80 anni di storia - per quel che concerne l'UDI - ha lavorato strenuamente nottetempo nel solco dell'articolo 3 della Costituzione per una sua piena applicazione. Da oltre un anno, infatti, contestualmente alla trasmigrazione delle realtà del Terzo Settore al Registro Unico Nazionale, alcune UDI, non solo emiliano romagnole, sono alle prese con una situazione umiliante e dai tratti tragicomici: ci viene notificato dagli uffici regionali del RUNTS che, sulla base del decreto legislativo 117/2017 (evidentemente interpretato in modo discutibile), discrimineremmo gli uomini non consentendo loro l'affiliazione alla nostra associazione, e dunque in nome del carattere di apertura e non discriminazione che devono avere tutte le APS, pena la perdita di status e non ammissione/estromissione dal RUNTS, dovremmo farci carico di modifiche statutarie al fine di ammettere anche gli uomini fra le iscritte all'Unione donne in Italia preliminarmente passando all'uso del maschile non marcato "iscritti". Vani fino a ora i tentativi informali di spiegare che l'affiliazione esclusivamente femminile non è un dettaglio per le associazioni femminili, né una svista statutaria a cui porre con solerzia rimedio con una banale revisione di editing, ma il presupposto stesso della nostra costituzione, la ragione intrinseca e sostanziale della natura del nostro agire politico, che elaboriamo e mettiamo in atto con l'obiettivo di colmare lo svantaggio sociale che, da sempre, grava sulle donne a causa della normalizzazione secolare della disparità di potere fra i sessi definita dal Patriarcato e che solo le lotte dell’ultimo secolo delle donne hanno rilevato, tematizzato e denunciato creando mobilitazione attorno alla costruzione di una cultura e una società diversa da quella che conosciamo con le donne protagoniste. Poi cosa è successo? Anziché vedere la Regione Emilia-Romagna raccogliere la sfida con il Ministero preposto, quest'ultima ha perseverato nel comunicare il proprio dietrofront alle UDI già ammesse al RUNTS (UDI Ferrara, Modena e Ravenna) ribadendo i motivi ostativi al mantenimento della propria registrazione, già espressi ad altre UDI, e ponendo la scadenza dei 60 giorni per modificare lo Statuto e includere finalmente gli uomini, pena l'avvio della procedura di cancellazione. Così le tre UDI emiliano romagnole, di concerto con UDI Nazionale, hanno posto un quesito interpretativo del decreto 117/2017 direttamente al Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e chiesto alla Regione Emilia-Romagna di sospendere la scadenza del 21 ottobre in attesa della risposta del Ministero. A dieci giorni dalla imminente cancellazione, non abbiamo ancora avuto rassicurazioni di nessun tipo, solo dichiarazioni a mezzo stampa da parte della Ministra Roccella, alla quale a questo punto chiediamo di lavorare congiuntamente alla Ministra Calderone, in modo da essere responsabilmente conseguente a quanto da lei stessa dichiarato. Non vogliamo concessioni, né la benevolenza di qualche benefattrice o benefattore che sia: pretendiamo piuttosto il riconoscimento che ci spetta, quantomeno nel non essere umiliate da interpretazioni ottuse della legge, senza una "visione" che tenga conto della complessità, e al contempo della ragionevolezza, delle cose.     

La via Maestra, manifestazione e appuntamento

Appuntamento UDI del 7 prossimo davanti a Palazzo Massimo Largo di Villa Peretti, Museo nazionale di arte romana. Orario 12,30. La via Maestra?  Con le donne e il loro coraggio. Risorsa forte di una democrazia debole.Ci siamo sempre state e anche il 7 ottobre saremo a Roma alla manifestazione perché tutte le questioni e i problemi, posti in modo neutro dall’appello nazionale, hanno invece una ricaduta differente sulla vita delle donne e degli uomini. La rivoluzione non violenta grazie a cui le donne hanno conquistato la cittadinanza avrebbe richiesto un’organizzazione totalmente diversa della società. E invece non solo non si sono rimossi gli ostacoli che limitano la libertà e impediscono alle donne il pieno sviluppo della loro persona ma si è proceduto soprattutto nel Sud a smantellare lo Stato sociale e questo nonostante le donne con il loro lavoro di cura gratuito, non riconosciuto, contribuiscano per circa il 30% al PIL. Abbiamo tra le più basse percentuali di occupazione femminile il 51,9 di contro al 67,6% Europeo e le misure decise da questo governo tra cui l’aumento del lavoro a tempo determinato e l’abolizione del reddito di cittadinanza aumentano precarietà e povertà che è soprattutto femminile. Ancora oggi la maggior parte delle donne non può decidere in piena libertà se essere o non essere madre. La 194 funziona male a causa soprattutto della altissima obiezione di coscienza e c’è un preoccupante e vergognoso attivismo dell’associazione Pro Vita contro l’autodeterminazione delle donne, favorito dal governo di destra. È stata perfino presentata una proposta di legge raccapricciante in base a cui le donne che chiedono di abortire debbono prima obbligatoriamente ascoltare il battito cardiaco del feto! Riguardo alla denatalità di cui si straparla inutilmente da anni, è evidente che nella situazione italiana mettere al mondo una creatura per una giovane donna è un atto di grande coraggio o d’incoscienza, se non ha alle spalle una famiglia che possa sostenere il suo progetto. Basti ricordare che una donna su 5 è costretta a lasciare il lavoro dopo il primo figlio e che gli asili nido sono del tutto insufficienti. La particolare attenzione nei confronti della vita e degli esseri umani che spinge le donne a farsi carico dei familiari fa sì che il cattivo funzionamento della sanità, a causa ad esempio delle lunghe liste d’attesa, gravi soprattutto su di loro. Sono ancora le donne che in misura maggiore suppliscono alle carenze di una scuola non adeguata ad una società sempre più complessa che richiede un di più di sapere e di capacità critica, una scuola che tra l’altro continua a cancellarle dal patrimonio culturale che viene trasmesso. Le donne insomma pur essendo la maggioranza che tiene in vita questo paese vengono penalizzate o dimenticate dalla politica istituzionale e non si fanno neppure leggi, come quella sulla trasmissione del doppio cognome, che non avrebbero alcun costo ma servirebbero a ripristinare la giustizia, dando finalmente il legittimo riconoscimento alle donne madri.La politica istituzionale dimentica le donne, l’organizzazione sociale non le prevede e per finire gli uomini le ammazzano. Le donne devono stare sempre in guardia, difendersi dalla violenza sessuale e fare fronte anche all’incapacità maschile di confrontarsi con la libertà femminile che può sfociare in tremendi femminicidi. Si continua a fare poco e male per prevenire e contrastare efficacemente questo grave fenomeno strutturale in una società ancora per molti aspetti patriarcale. La scuola potrebbe fare molto non aggiungendo inutili e quanto mai discutibili discipline ma con una seria formazione rivolta alle/ai docenti di tutte le materie per metterli in grado di riconoscere e svelare l’autorizzazione alla violenza sulle donne che attraversa l’intera cultura patriarcale e che si trasmette senza neppure rendersene conto alle giovani generazioni. Occorre smascherare la falsa neutralità e universalità del pensiero maschile e fare conoscere le donne che hanno prodotto pensiero. Per costruire una convivenza fondata sul rispetto della differenza i ragazzi devono assumere consapevolezza della loro parzialità e le ragazze devono acquistare maggiore senso di sé e sicurezza anche attraverso l’acquisizione di una tradizione culturale femminile. Invece di investire in tutti i settori fondamentali per difendere la vita sul pianeta - la famosa/fumosa transizione ecologica - e per assicurarne a tutte/i una buona qualità, in direzione di una maggiore giustizia sociale, aumentano le spese militari e nelle scuole in modo subdolo si reintroduce una cultura militarista. Di fatto, nonostante l’art. 11 della Costituzione esplicitamente lo vieti, partecipiamo ad una guerra, inviando ormai da quasi 2 anni armi all’Ucraina, che servono ad ammazzare e a distruggere e non certo, come vorrebbero farci credere, alla pace. L’eredità che facciamo nostra è quella delle donne cancellate dalla storia che non hanno dichiarato guerra, rimediandone anzi ai mali e delle donne, come le madri costituenti, che si sono battute per affermare il valore della pace.È arrivato il momento di voltare pagina.Vogliamo, pretendiamo un’altra storia!  

Calendario UDI 2024

Il CORAGGIO delle donne è il denominatore comune che accompagna le pagine di questo calendario. Verte, infatti, sul coraggio di donne o movimenti che nel contrastare dittature, governi, criminalità, per avere libertà, diritti, cultura, parità, senza esitazione hanno messo a rischio la vita. Azioni e modelli che hanno avuto eco nel mondo e sono di esempio a tutte/i noi, anche oggi. La premessa dà seguito ad immagini, didascalie, citazioni, che mese dopo mese, in un percorso storico e globale, dicono di tante donne straordinarie, che non dobbiamo dimenticare. Loro non hanno taciuto e questo è il primo atto di coraggio, spesso il più difficile.  Non si sono fermate e non si fermano le rivolte delle donne iraniane a fronte di impiccagioni e torture; le donne afghane che il potere talebano ha rese invisibili; la lotta MeToo in USA contro le molestie e stupri nei luoghi di lavoro; la cancellazione dell’autodeterminazione delle polacche; il “femminicidio” coniato e combattuto dalle messicane; la difesa della propria terra, quale valore di esistenza delle donne amazzoniche; il bisogno di diritti delle yemenite; la richiesta di giustizia e verità delle argentine di Plaza de Maio e delle donne contro la mafia in Italia; gesti di pace, di parità e riconoscimento dei propri territori delle curde e palestinesi; la rivolta delle “spose bambine” della Guiana…, sono alcuni esempi di coraggio e lotte di oggi e di ieri, che danno credito al nostro presente e ci fanno guardare avanti.  A fianco di queste donne e delle loro organizzazioni, UDI ha lavorato, in questi anni, dando sostegno politico e materiale, mettendo in campo azioni e mobilitazioni verso i governi e le istituzioni internazionali, voci di protesta, ma anche di ricostruzione e speranza.         

Manifestazione "la strada maestra"

"(...) La Costituzione antifascista nata dalla Resistenza – nel riconoscere il lavoro come elemento fondativo, la sovranità del popolo, la responsabilità delle istituzioni pubbliche di garantire l’uguaglianza sostanziale delle persone, i diritti delle donne, il dovere della solidarietà, la centralità della tutela dell’ambiente e degli ecosistemi, il ripudio della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali – ha delineato un assetto istituzionale che, attraverso la centralità del Parlamento, fosse il più idoneo ad assicurare questi principi costitutivi e a realizzare un rapporto tra cittadini/e e istituzioni che non si esaurisce nel solo esercizio periodico del voto ma si sviluppa quotidianamente nella dialettica democratica e nella costante partecipazione collettiva della rappresentanza in tutte le sue declinazioni politiche, sociali e civili. Per contrastare la deriva in corso e riaffermare la necessità di un modello sociale e di sviluppo che riparta dall’attuazione della Costituzione, non dal suo stravolgimento, ci impegniamo in un percorso di confronto, iniziativa e mobilitazione comune che – a partire dai territori e nel pieno rispetto delle prerogative di ciascuno – rimetta al centro la necessità di garantire a tutte le persone e in tutto il Paese i diritti fondamentali e di salvaguardare la centralità del Parlamento contro ogni deriva di natura plebiscitaria fondata sull’uomo o sulla donna soli al comando.PER QUESTE RAGIONI E A SOSTEGNO DELL’INSIEME DELLE PROPOSTE INDICATE, CI IMPEGNIAMO A REALIZZARE Il 7 OTTOBRE UNA GRANDE MANIFESTAZIONE A ROMA per il lavoro, contro la precarietà, per la difesa e l’attuazione della Costituzione, contro l’autonomia differenziata e lo stravolgimento della nostra Repubblica parlamentare".ACLIACTION AIDALI - AUTONOMIE LOCALI ITALIANEALLEANZA PER LA RIFORMA DELLE CURE PRIMARIE IN ITALIAANPIANTIGONEAOI - COOPERAZIONE E SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALEARCIARTICOLO 21ASSOCIAZIONE LAUDATO SI'- UN'ALLEANZA PER IL CLIMA, LA TERRA E LA GIUSTIZIA SOCIALEASSOCIAZIONE AMORE E PSICHEASSOCIAZIONE LA BOTTEGA DEL POSSIBILEASSOCIAZIONE PER IL RINNOVAMENTO DELLA SINISTRAASSOCIAZIONE PROTEO FARE SAPEREASSOCIAZIONE SALUTE DIRITTO FONDAMENTALEASSOCIAZIONE SALUTE INTERNAZIONALEASSOCIAZIONE VICENTINA CILLSA (CITTADINI PER IL LAVORO, LA LEGALITÀ, LA SALUTE E L’AMBIENTEAUSERCAMMINARE INSIEME ODVCAMPAGNA PHC PRIMARY HEALTH CARE NOW OR NEVERCGILCIPESCIPES - CENTRO INIZIATIVE PROMOZIONE DELLA SALUTE E L'EDUCAZIONE SANITARIACITTADINANZATTIVACNCACOMITATO DI QUARTIERE CONA,FONTE BAIANO E PIANO SOLARE-CENTRALE TERAMOCOMUNITÀ SAN BENEDETTO AL PORTOCOORDINAMENTO DEMOCRAZIA COSTITUZIONALECOORDINAMENTO SALUTE MENTALECOPERSAMMCRSEMERGENCYEUROPE FOR PEACEFAIRWATCHFEDERCONSUMATORIFONDAZIONE ALESSANDRO E TULLIO SEPPILLI  E.T.S.FONDAZIONE FRANCA E FRANCO BASAGLIAFONDAZIONE GIMBEFONDAZIONE NILDE IOTTIFORUM DISEGUAGLIANZE DIVERSITÀFORUM DROGHEFORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L'ACQUAFORUM PER IL DIRITTO ALLA SALUTEFORUM SALUTE MENTALEGREENPEACEGRUPPO ABELEGRUPPO SOLIDARIETÀISTITUTO FERNANDO SANTIISTITUTO GRAMSCI DI FERRARALEGAMBIENTELIBERALIBERTÀ E GIUSTIZIALINKLISBON INSTITUTE OF GLOBAL MENTAL HEALTMEDICINA DEMOCRATICAMOVIMENTO PER LA SANITÀ PUBBLICANONNA ROMAOSSERVATORIO STOP OPGPRIMA LA COMUNITÀPSICHIATRIA DEMOCRATICARETE ITALIANA PACE E DISARMORETE NUMERI PARIRETE SALUTE WELFARE TERRITORIORETE STUDENTI MEDISALUTE DIRITTO FONDAMENTALESALVIAMO LA COSTITUZIONESBILANCIAMOCISIEPSOLARIS ODVSOS SANITÀSUNIATAVOLO INTER ASSOCIATIVO SALTAMURITAVOLO NO AUTONOMIA DIFFERENZIATAUDI - UNIONE DONNE IN ITALIAUDSUDUUISPUNASAMVE.R.SO VENETO RICERCA SOCIALEWWF  Link manifestazione: https://www.collettiva.it/copertine/lavoro/2023/08/04/news/la-via-maestra-insieme-per-la-costituzione-7-ottobre-cgil-appello-3298933/    

Mai dire Donna - Adriana Cavarero

Elena Ferrante l’ha indicata come ispiratrice dell’Amica geniale, solo un esempio dell’ammirazione e dell’importanza riconosciute alla filosofa politica femminista Adriana Cavarero.Fondatrice, negli anni Novanta, di Diotima, comunità filosofica che ha influito su generazioni di pensatrici, attiviste, artiste e politiche in tutto il mondo, Cavarero ha insegnato all’Università di Verona e pubblicato, fra l’altro, Il pensiero della differenza sessuale e Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione.Ora Castelvecchi ripropone tutta la sua opera, oltre al nuovo Donne che allattano cuccioli di lupo, mentre a dicembre Mondadori manderà in libreria Essere una donna (titolo provvisorio). Un anno fa, intervistata per L’Arena da Stefano Lorenzetto, osservava: “La teoria del gender fluid sostenuta dalle avanguardie Lgbt è che ci sono persone le quali fanno esperienza del cambio di sesso e verrebbero escluse dalle categorie uomo e donna. La loro polemica più accentuata è verso l’uso della parola donna. Vogliono che non si dica che le donne partoriscono, ma che ‘le persone con utero’ partoriscono... dopo duecento anni di lotte delle donne per avere una soggettività politica femminista, si elimina il soggetto che ha compiuto questa rivoluzione... Si tratta di un’operazione metafisica, fondata sulla cancellazione della realtà e della percezione, oltraggiosa per il movimento delle donne. Ora che gliel’ho detto, voleranno gli stracci “. Adriana Cavarero, che cosa è successo, dopo quell’intervista? Sapevo che il semplice dire una fattualità di cui rende conto, per esempio, la scienza biologica, avrebbe provocato la reazione della galassia lgbtqi+, ed è accaduto.E’ vietato dichiarare che i sessi sono due, la censura è fortissima.Chi lo fa, secondo costoro, si pone automaticamente a destra, con conservatori, neocattolici, reazionari. La neolingua proibisce la parola “donna”, non può essere detta né scritta. In un saggio per un libro collettaneo in inglese ho usato “women” e l’editor ha proposto, per il mio bene, di sostituirla con “persone con utero”. Il tema del mio saggio sarebbe così diventato: “Le persone con utero nella narrativa del Novecento”. Mi sono rifiutata, ho lasciato “women”. Ma io sono in pensione, libera, mentre in Inghilterra e negli Stati Uniti ti licenziano.I censori impongono la neolingua in nome di un dogma quasi religioso: bisogna credere a qualcosa che non si vede, si fa anzi l’esperienza oppostaI fautori della neolingua contestano il dato, o meglio il fatto, della differenza sessuale, per cui gli esseri umani, come gli altri animali, sono divisi in individui di sesso femminile e maschile – noi li chiamiamo uomini e donne. Questa realtà sarebbe una gabbia teorica, un pregiudizio che escluderebbe coloro che transitano da un sesso all’altro o che non si riconoscono in nessuno dei due sessi o si auto percepiscono come fluidi.Transitare da un sesso all’altro non significa che i sessi sono due?All’interno ci sono tante sfumature, ma dal punto di visto logico il transito avviene fra i due poli della differenza sessuale. L’obiezione abituale a chi afferma il fatto che i sessi sono due è l’esistenza di persone intersex, che alla nascita presentano organi genitali maschili e femminili e un quadro ormonale che non permette di catalogarli. Prima della medicina moderna non si interveniva, poi è invalsa la pratica di “correggere” chirurgicamente queste persone alla nascita, conformandole a uno dei due sessi. Oggi si riconosce che questa operazione precoce crea enormi problemi e molta sofferenza. La tesi lgbtqi+ sostiene che le persone intersex sono nel mondo tante quante quelle con i capelli rossi, ma altri studi negano che il numero sia così alto. Eppure, in nome di questa realtà marginale rispetto al funzionamento del genere umano e animale, si dice che, quando scriviamo o diciamo che i sessi sono due, noi compiamo un colpevole atto di esclusione nei confronti delle persone intersex, oltre che delle persone fluide su base non biologica. La minoranza di persone intersex assurge a paradigma regolativo, da cui la famosa frase “sesso assegnato alla nascita”, che io ritengo una summa della neolingua, visto che non vale per la stragrande maggioranza degli esseri umani, che è maschio oppure femmina perché tale “appare alla nascita” come direbbe Hannah Arendt.I protocolli della neolingua vietano le desinenze finali o frasi come “tutti e tutte”: va usato l’asterisco o la schwaL’effetto della neolingua che neutralizza la differenza sessuale è la cancellazione del femminile, e per una femminista è stupefacente, perché noi abbiamo lottato contro l’uso del maschile universale. Ricordo la mia contentezza nel sentire per la prima volta dire alla radio “ascoltatori e ascoltatrici”. Ora si dovrebbe dire “Buongiorno a tutt coloro che ascoltano? A tuttu coloro che ascoltano”? Ridicolo, oltre che cacofonico. Il femminismo ha combattuto perché la lingua riconoscesse la differenza sessuale, ora il sesso femminile è occultato e ricompreso in un neutro universale che è in verità maschile.Ma il movimento lgbt non era nostro alleato?La lotta delle donne è stata condotta anche attraverso l’alleanza con i movimenti delle minoranze sessuali. Da queste minoranze viene ora la pretesa di cancellare attraverso la neolingua la soggettività femminile, che ha sempre combattuto accanto a loro. Una situazione che giudico ingiuriosa. Eppure alcune femministe sembrano d’accordoParte del femminismo, e della sinistra, subisce l’eterno fascino delle avanguardie sovversive, e il mondo lgbtqi+ è, in tal senso, un’avanguardia. Il femminismo si è sempre considerato un’avanguardia in lotta contro l’oppressione patriarcale e il sistema autoritario, in posizione di rottura rispetto alla tradizione. Ora una rottura clamorosa ci è piombata addosso conla neolingua di minoranze sessuali che vogliono cancellare la parola “donna”. A prima vista la neolingua sembra sovversiva, e i suoi i fautori si presentano come rivoluzionari, pronti ad abbattere il castello patriarcale. Ma è un abbaglio, il cui risultato è un rafforzamento del patriarcato. Non a caso, nella galassia lgbtqi+ gli omosessuali maschi sono largamente egemoni. La mia posizione è combattere per la libertà delle donne, contro lo sfruttamento e la cancellazione della soggettività femminile. Le femministe alleate con la neolingua sbagliano, perché aderiscono a posizioni che cancellano la storia del femminismo, usato come un qualunque brand, senza rispetto né conoscenza della sua storia e del suo pensiero. In che senso sei femminista, se accetti di sostituire la parola “donna” con l’espressione “persona con utero”? Come mai la neolingua non è altrettanto accanita nel sostituire la parola “uomini” con “persone con testicoli”?Uno degli argomenti dei sostenitori della neolingua è che sarebbe uno strumento di inclusioneLa neolingua ruota intorno alla parola “inclusione” come bene assoluto, mentre il male è l’esclusione. Io diffido del concetto di inclusività. Nella mia storia di studiosa di filosofia ho sempre combattuto le parole inclusive universali, come la parola “uomo”, che ha sempre preteso di essere universale e di includere l’intero genere umano, perché sono espressione di volontà di dominio. Nella storia politica cui appartengo, quella femminista, il termine inclusione era assente, perché rimanda a una pretesa universalità. Al centro della storia del femminismo non c’è affatto la ricerca di parole inclusive bensì di parole che sottolineano la differenza, la pluralità. Quella femminista è una soggettività che sottolinea innanzitutto la sua parzialità, una parzialità reale, in carne e ossa, la parzialità reale delle donne che rivendicano un ordine simbolico e un immaginario per il loro sesso.Un altro tema centrale sul quale la polemica è aspra, perfino fra femministe, è la maternità.La critica della mistica della maternità, il rifiuto della maternità come destino, trappola funzionale all’oppressione patriarcale, fa parte della storia del femminismo. E’ prevalsa nel femminismo, soprattutto angloamericano, una tendenza a trascurare il tema della maternità. Ora ne paghiamo lo scotto, perché si è imposto un nuovo discorso sulla maternità che io chiamo un “perfezionamento della tesi di Aristotele”. Per Aristotele l’utero è un contenitore organico, addetto alla maturazione del feto che poi viene espulso. Si tratta della riduzione della donna a utero e dell’utero a contenitore del bambino che poi, però, appartiene al padre e non alla madre. Un immaginario che preannuncia l’utero in affitto. L’ingegneria genetica ha reso possibile il sogno di Aristotele: la madre gestante viene considerata un puro utero, un contenitore al servizio di altri, adatto a far crescere l’embrione, che le è stato impiantato, e a farlo diventare un bambino, che però non è suo. Gli antichi,con Eschilo, dicevano che la madre non è la generatrice bensì solo la nutrice del feto, e il bambino che partorisce è perciò del padre. Adesso invece il bambino è dei committenti. L’industria della procreazione sfrutta soprattutto le donne più povere, le costringe dentro contratti in base ai quali la donna-utero deve mangiare, curarsi, abortire o non abortire, regolare i suoi rapporti affettivi, partorire in un modo o in un altro, essere sedata dopo il parto per non disturbare i committenti con il suo dolore. Perfino i pensieri e i sentimenti delle donne-utero sono colonizzati, devono accettare consulenze psicologiche per non legarsi al feto che portano in grembo. E affrontano rischi per la salute, per via delle stimolazioni ormonali, e perché il loro corpo deve adattarsi a ospitare l’ovulo di un’altra, con un diverso patrimonio genetico. Per non parlare del neonato, di cui sono violati i diritti umani fondamentali, nessuno escluso.Eppure ci sono donne favorevoli in nome dell’autodeterminazioneSi tratta piuttosto un’accettazione pedissequa del principio individualista neoliberale moderno, quello che nasce con Locke e con Kant. Fossero oneste, direbbero: io abbraccio affettuosamente il paradigma dell’individualismo neoliberista funzionale al mercato globale, contrariamente al femminismo che ha invece sempre parlato di soggettività relazionale e ha nutrito un’estrema diffidenza verso il feticcio dell’individuo che si autodetermina. Non solo la critica femminista, ma pressoché tutte le scienze umane hanno da tempo denunciato la figura dell’individuo che si autodetermina come fasulla, mostrando come qualsiasi decisione sia condizionata dalla situazione in cui ci troviamo: le donne povere affittate come uteri subiscono moltissimi condizionamenti materiali e culturali, altro che autodeterminazione. Un altro aspetto del tutto estraneo alla critica femminista è l’assolutizzazione del desiderio di maternità e di paternità, la trasformazione in diritto, un delirio fomentato e indotto dall’industria della procreazione. Il femminismo teorizza e pratica la cultura del limite e della parzialità, in diretto contrasto con il sogno maschile di onnipotenza. Mi indigna l’ipocrisia di coloro, miei fratelli e sorelle di sinistra, che si dicono contrari alla gestazione per altri commerciale ma salvano quella “solidale”, in cui la madre surrogata “dona” il bambino ai committenti. Come prova portano i racconti delle “donatrici” che esprimono felicità, frutto di un marketing della narrazione che sa il fatto suo. Ammettiamo che ci siano casi in cui una donna fa dono di un figlio a una sorella sterile, casi rarissimi che non mobiliterebbero l’opinione pubblica e la legge. Ma non nascondiamoci dietro un dito: si tratta di dire sì o no a mercati procreativi che sfruttano i corpi delle donne e riducono i bambini a oggetti producibili e scambiabili. Il problema non è complesso, come ipocritamente si dice, e la soluzione è ancor più semplice: allargare l’adozione.La teoria gender viene fatta risalire alla filosofa americana Judith Butler. Avete collaborato e anche scritto insieme: credi che delle sue teorie sia stato fatto un uso che va oltre le intenzioni dell’autrice?Butler è una pensatrice geniale, generosa e capace di evoluzione, perché i suoi interessi sul gender, sviluppati negli anni Novanta, si sono ora spostati su temi quali la vulnerabilità, la precarietà e la non violenza. All’epoca imperava nel femminismo angloamericano la tesi di una distinzione fra sex (sesso biologico) e gender, inteso come costruzione culturale del femminile e del maschile. Butler sostiene che non solo il gender, ma anche il sex è una costruzione culturale, ossia che anche il sesso biologico, lungi dall’essere un mero fatto, è effetto del discorso. Nasce da qui la riappropriazione da parte del mondo queer della tesi di Butler, enfatizzata nel suo permettere di dire che il sesso con cui nasciamo non è un fatto che ci inchioda a un’identità sessuale bensì qualcosa che dipende dalla nostra auto percezione, fluido e modificabile. Estremizzando queste premesse, dal mondo queer è sorta la neolingua di cui abbiamo parlato. Non credo che questo esito fosse nelle intenzioni di Butler. Credo che in lei ci sia ascolto rispetto agli esiti delle sue tesi giovanili ma anche un certo imbarazzo rispetto al danno che ne è venuto al femminismo, di cui sempre si è dichiarata paladina.      

La violenza sulle Donne non va in vacanza

Nonostante il caldo, nonostante la crisi climatica e le sue devastanti manifestazioni, la violenza maschile contro le donne rimane un dato costante nel nostro paese. La cronaca dei femminicidi è oramai tale che rischia di assuefare la società ad un fenomeno che potrebbeessere percepito come ineluttabile. Malgrado tutti dichiarino di voler contrastare in ogni modo la violenza maschile sulle donne, essa non siferma, ma anzi, continua a presentare invariate le costanti nella sua fenomenologia. E basterebbe allargareil campo di lettura e non soffermarsi a dichiarazioni limitate al singolo femminicidio, per potersi rendereconto di una situazione non governata adeguatamente nonostante le leggi esistenti. Prendendo ad esempio solo le ultime due settimane, -il 21 luglio Mariella Marino è stata uccisa dall'ex marito Maurizio Impellizzieri; l'uomo era già statodenunciato e aveva ottenuto uno sconto di pena grazie all'obbligo di frequentazione di un percorso presso il CUAV (almeno il quarto femminicidio ad opera di un uomo che ha svolto un percorso presso il CUAV)- il 24 luglio Vera Maria Icardi, è stata uccisa dal marito Claudio Coli Cantone che poi si è tolto la vita;- il 28 luglio Angela Gioiello è stata uccisa dal marito Antonio Di Razza che poi si è tolto la vita, perché voleva lasciarlo a causa delle violenze subite;- il 28 luglio Mara Fait è stata uccisa a colpi di accetta a Rovereto dal vicino di casa Ilir Zyba Shehi. Alla donna, che pure aveva più volte denunciato l'uomo per stalking, era stata negata l'applicazione del Codice rosso relegando le minacce a "liti condominiali";- il 29 luglio Sofia Castelli è stata uccisa dall'ex fidanzato Zaquaria Atqaoui che non accettava di essere stato lasciato;- il 2 agosto, una donna a Reggio Calabria è stata quasi uccisa dall'ex marito che l'ha accoltellata sei volte perché non accettava la decisione di lei di separarsi da lui.  La lettura in successione dei soli ultimi casi di femminicidio, per quanto in un ristretto lasso temporale, è già sufficiente a far emergere una serie di circostanze allarmanti che necessitano di riflessione. Anzitutto, come abbiamo più volte denunciato, per quanto riguarda i CUAV, l’utilizzo giuridico che si fa di questo strumento e la mancanza di monitoraggio dell'applicazione dello stesso con verifiche e metodologie chiare e condivise rischia seriamente di rendere questi servizi per gli autori di violenza un mero escamotage per accorciare ulteriormente i tempi della pena, indebolendo sia il valore del percorso di recupero, sia anche la stessa percezione di gravità dell'azione violenta e senza valutazione del rischio di recidiva come già denunciato dalle associazioni delle donne e dai centri antiviolenza all’Atto dell’intesa Stato regioni nel settembre 2022.Oltre a ciò, emerge ancora lampante quanto sia necessaria una formazione rigorosa e verificata sullaviolenza maschile sulle donne per tutte le figure istituzionali e professionali che orbitano attorno al fenomeno.La Convenzione di Istanbul ricorda che alla base della violenza maschile sulle donne vi è l’asimmetria di potere, che produce una misoginia che viene costantemente legittimata dalla società. Ed è proprio su questo aspetto che è necessario quanto fondamentale che vi siano maggiori e più incisivi interventi normativi, che puntino al cambiamento culturale in ogni livello scolastico, di finanziamento e di verifica.Come infatti è noto, il susseguirsi di femminicidi degli ultimi due mesi è stato inframmezzato da clamorose manifestazioni del sessismo interiorizzato dalla società, quali le due sentenze della quinta sezione del Tribunale di Roma (sezione che, per la specifica specializzazione, dovrebbe essere un punto di riferimento nazionale per la risposta giudiziaria alla violenza contro le donne) di cui una assolutoria per il bidello che palpeggia la studentessa minorenne in quanto «il fatto è durato meno di 10 secondi» e per il direttore di un museo che importunava una dipendente, adducendo nemmeno tanto velatamente a “complessi psicologici” della denunciante.Si pensi poi alle dichiarazioni dei dirigenti sportivi o giornalisti alle olimpiadi, senza dimenticare le parole del presidente del Senato Ignazio La Russa che, con buona pace del ruolo istituzionale che ricopre, ha pensato bene di difendere aprioristicamente il figlio denunciato per stupro minando la credibilità della denunciante. Di fronte a tali fenomeni di regressione culturale e sociale e di fronte ad un dato, quello del femminicidio, che si mantiene strutturalmente costante, non possiamo che esprimere la nostra forte preoccupazione e richiedere con forza la necessità che le istituzioni intervengano con misure di tipo soprattutto preventivo, oltre che punitivo in modo adeguato ed efficace a contrastare reiterazioni.Auspichiamo anche azioni adeguate anche da parte della Commissione bicamerale contro il femminicidio che si è insediata solo in questi giorni con grande ritardo.     

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ULTIME NOTIZIE

 

#SENZACONSENSOE'STUPRO

 

Attraverso l’azione politica, culturale e sociale, lavoriamo da ottant'anni per l'autodeterminazione della donna, per affermare il rispetto e l’inviolabilità dei corpi, contro ogni forma di sfruttamento e mercificazione. Crediamo che i diritti delle donne siano una misura fondamentale dei diritti umani e una condizione indispensabile per una società più giusta. Riaffermiamo con immutata convinzione il ripudio della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali e promoviamo la pace tra i popoli, la nonviolenza e la difesa non armata. 

 

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