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Mai dire Donna - Adriana Cavarero

Elena Ferrante l’ha indicata come ispiratrice dell’Amica geniale, solo un esempio dell’ammirazione e dell’importanza riconosciute alla filosofa politica femminista Adriana Cavarero.Fondatrice, negli anni Novanta, di Diotima, comunità filosofica che ha influito su generazioni di pensatrici, attiviste, artiste e politiche in tutto il mondo, Cavarero ha insegnato all’Università di Verona e pubblicato, fra l’altro, Il pensiero della differenza sessuale e Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione.Ora Castelvecchi ripropone tutta la sua opera, oltre al nuovo Donne che allattano cuccioli di lupo, mentre a dicembre Mondadori manderà in libreria Essere una donna (titolo provvisorio). Un anno fa, intervistata per L’Arena da Stefano Lorenzetto, osservava: “La teoria del gender fluid sostenuta dalle avanguardie Lgbt è che ci sono persone le quali fanno esperienza del cambio di sesso e verrebbero escluse dalle categorie uomo e donna. La loro polemica più accentuata è verso l’uso della parola donna. Vogliono che non si dica che le donne partoriscono, ma che ‘le persone con utero’ partoriscono... dopo duecento anni di lotte delle donne per avere una soggettività politica femminista, si elimina il soggetto che ha compiuto questa rivoluzione... Si tratta di un’operazione metafisica, fondata sulla cancellazione della realtà e della percezione, oltraggiosa per il movimento delle donne. Ora che gliel’ho detto, voleranno gli stracci “. Adriana Cavarero, che cosa è successo, dopo quell’intervista? Sapevo che il semplice dire una fattualità di cui rende conto, per esempio, la scienza biologica, avrebbe provocato la reazione della galassia lgbtqi+, ed è accaduto.E’ vietato dichiarare che i sessi sono due, la censura è fortissima.Chi lo fa, secondo costoro, si pone automaticamente a destra, con conservatori, neocattolici, reazionari. La neolingua proibisce la parola “donna”, non può essere detta né scritta. In un saggio per un libro collettaneo in inglese ho usato “women” e l’editor ha proposto, per il mio bene, di sostituirla con “persone con utero”. Il tema del mio saggio sarebbe così diventato: “Le persone con utero nella narrativa del Novecento”. Mi sono rifiutata, ho lasciato “women”. Ma io sono in pensione, libera, mentre in Inghilterra e negli Stati Uniti ti licenziano.I censori impongono la neolingua in nome di un dogma quasi religioso: bisogna credere a qualcosa che non si vede, si fa anzi l’esperienza oppostaI fautori della neolingua contestano il dato, o meglio il fatto, della differenza sessuale, per cui gli esseri umani, come gli altri animali, sono divisi in individui di sesso femminile e maschile – noi li chiamiamo uomini e donne. Questa realtà sarebbe una gabbia teorica, un pregiudizio che escluderebbe coloro che transitano da un sesso all’altro o che non si riconoscono in nessuno dei due sessi o si auto percepiscono come fluidi.Transitare da un sesso all’altro non significa che i sessi sono due?All’interno ci sono tante sfumature, ma dal punto di visto logico il transito avviene fra i due poli della differenza sessuale. L’obiezione abituale a chi afferma il fatto che i sessi sono due è l’esistenza di persone intersex, che alla nascita presentano organi genitali maschili e femminili e un quadro ormonale che non permette di catalogarli. Prima della medicina moderna non si interveniva, poi è invalsa la pratica di “correggere” chirurgicamente queste persone alla nascita, conformandole a uno dei due sessi. Oggi si riconosce che questa operazione precoce crea enormi problemi e molta sofferenza. La tesi lgbtqi+ sostiene che le persone intersex sono nel mondo tante quante quelle con i capelli rossi, ma altri studi negano che il numero sia così alto. Eppure, in nome di questa realtà marginale rispetto al funzionamento del genere umano e animale, si dice che, quando scriviamo o diciamo che i sessi sono due, noi compiamo un colpevole atto di esclusione nei confronti delle persone intersex, oltre che delle persone fluide su base non biologica. La minoranza di persone intersex assurge a paradigma regolativo, da cui la famosa frase “sesso assegnato alla nascita”, che io ritengo una summa della neolingua, visto che non vale per la stragrande maggioranza degli esseri umani, che è maschio oppure femmina perché tale “appare alla nascita” come direbbe Hannah Arendt.I protocolli della neolingua vietano le desinenze finali o frasi come “tutti e tutte”: va usato l’asterisco o la schwaL’effetto della neolingua che neutralizza la differenza sessuale è la cancellazione del femminile, e per una femminista è stupefacente, perché noi abbiamo lottato contro l’uso del maschile universale. Ricordo la mia contentezza nel sentire per la prima volta dire alla radio “ascoltatori e ascoltatrici”. Ora si dovrebbe dire “Buongiorno a tutt coloro che ascoltano? A tuttu coloro che ascoltano”? Ridicolo, oltre che cacofonico. Il femminismo ha combattuto perché la lingua riconoscesse la differenza sessuale, ora il sesso femminile è occultato e ricompreso in un neutro universale che è in verità maschile.Ma il movimento lgbt non era nostro alleato?La lotta delle donne è stata condotta anche attraverso l’alleanza con i movimenti delle minoranze sessuali. Da queste minoranze viene ora la pretesa di cancellare attraverso la neolingua la soggettività femminile, che ha sempre combattuto accanto a loro. Una situazione che giudico ingiuriosa. Eppure alcune femministe sembrano d’accordoParte del femminismo, e della sinistra, subisce l’eterno fascino delle avanguardie sovversive, e il mondo lgbtqi+ è, in tal senso, un’avanguardia. Il femminismo si è sempre considerato un’avanguardia in lotta contro l’oppressione patriarcale e il sistema autoritario, in posizione di rottura rispetto alla tradizione. Ora una rottura clamorosa ci è piombata addosso conla neolingua di minoranze sessuali che vogliono cancellare la parola “donna”. A prima vista la neolingua sembra sovversiva, e i suoi i fautori si presentano come rivoluzionari, pronti ad abbattere il castello patriarcale. Ma è un abbaglio, il cui risultato è un rafforzamento del patriarcato. Non a caso, nella galassia lgbtqi+ gli omosessuali maschi sono largamente egemoni. La mia posizione è combattere per la libertà delle donne, contro lo sfruttamento e la cancellazione della soggettività femminile. Le femministe alleate con la neolingua sbagliano, perché aderiscono a posizioni che cancellano la storia del femminismo, usato come un qualunque brand, senza rispetto né conoscenza della sua storia e del suo pensiero. In che senso sei femminista, se accetti di sostituire la parola “donna” con l’espressione “persona con utero”? Come mai la neolingua non è altrettanto accanita nel sostituire la parola “uomini” con “persone con testicoli”?Uno degli argomenti dei sostenitori della neolingua è che sarebbe uno strumento di inclusioneLa neolingua ruota intorno alla parola “inclusione” come bene assoluto, mentre il male è l’esclusione. Io diffido del concetto di inclusività. Nella mia storia di studiosa di filosofia ho sempre combattuto le parole inclusive universali, come la parola “uomo”, che ha sempre preteso di essere universale e di includere l’intero genere umano, perché sono espressione di volontà di dominio. Nella storia politica cui appartengo, quella femminista, il termine inclusione era assente, perché rimanda a una pretesa universalità. Al centro della storia del femminismo non c’è affatto la ricerca di parole inclusive bensì di parole che sottolineano la differenza, la pluralità. Quella femminista è una soggettività che sottolinea innanzitutto la sua parzialità, una parzialità reale, in carne e ossa, la parzialità reale delle donne che rivendicano un ordine simbolico e un immaginario per il loro sesso.Un altro tema centrale sul quale la polemica è aspra, perfino fra femministe, è la maternità.La critica della mistica della maternità, il rifiuto della maternità come destino, trappola funzionale all’oppressione patriarcale, fa parte della storia del femminismo. E’ prevalsa nel femminismo, soprattutto angloamericano, una tendenza a trascurare il tema della maternità. Ora ne paghiamo lo scotto, perché si è imposto un nuovo discorso sulla maternità che io chiamo un “perfezionamento della tesi di Aristotele”. Per Aristotele l’utero è un contenitore organico, addetto alla maturazione del feto che poi viene espulso. Si tratta della riduzione della donna a utero e dell’utero a contenitore del bambino che poi, però, appartiene al padre e non alla madre. Un immaginario che preannuncia l’utero in affitto. L’ingegneria genetica ha reso possibile il sogno di Aristotele: la madre gestante viene considerata un puro utero, un contenitore al servizio di altri, adatto a far crescere l’embrione, che le è stato impiantato, e a farlo diventare un bambino, che però non è suo. Gli antichi,con Eschilo, dicevano che la madre non è la generatrice bensì solo la nutrice del feto, e il bambino che partorisce è perciò del padre. Adesso invece il bambino è dei committenti. L’industria della procreazione sfrutta soprattutto le donne più povere, le costringe dentro contratti in base ai quali la donna-utero deve mangiare, curarsi, abortire o non abortire, regolare i suoi rapporti affettivi, partorire in un modo o in un altro, essere sedata dopo il parto per non disturbare i committenti con il suo dolore. Perfino i pensieri e i sentimenti delle donne-utero sono colonizzati, devono accettare consulenze psicologiche per non legarsi al feto che portano in grembo. E affrontano rischi per la salute, per via delle stimolazioni ormonali, e perché il loro corpo deve adattarsi a ospitare l’ovulo di un’altra, con un diverso patrimonio genetico. Per non parlare del neonato, di cui sono violati i diritti umani fondamentali, nessuno escluso.Eppure ci sono donne favorevoli in nome dell’autodeterminazioneSi tratta piuttosto un’accettazione pedissequa del principio individualista neoliberale moderno, quello che nasce con Locke e con Kant. Fossero oneste, direbbero: io abbraccio affettuosamente il paradigma dell’individualismo neoliberista funzionale al mercato globale, contrariamente al femminismo che ha invece sempre parlato di soggettività relazionale e ha nutrito un’estrema diffidenza verso il feticcio dell’individuo che si autodetermina. Non solo la critica femminista, ma pressoché tutte le scienze umane hanno da tempo denunciato la figura dell’individuo che si autodetermina come fasulla, mostrando come qualsiasi decisione sia condizionata dalla situazione in cui ci troviamo: le donne povere affittate come uteri subiscono moltissimi condizionamenti materiali e culturali, altro che autodeterminazione. Un altro aspetto del tutto estraneo alla critica femminista è l’assolutizzazione del desiderio di maternità e di paternità, la trasformazione in diritto, un delirio fomentato e indotto dall’industria della procreazione. Il femminismo teorizza e pratica la cultura del limite e della parzialità, in diretto contrasto con il sogno maschile di onnipotenza. Mi indigna l’ipocrisia di coloro, miei fratelli e sorelle di sinistra, che si dicono contrari alla gestazione per altri commerciale ma salvano quella “solidale”, in cui la madre surrogata “dona” il bambino ai committenti. Come prova portano i racconti delle “donatrici” che esprimono felicità, frutto di un marketing della narrazione che sa il fatto suo. Ammettiamo che ci siano casi in cui una donna fa dono di un figlio a una sorella sterile, casi rarissimi che non mobiliterebbero l’opinione pubblica e la legge. Ma non nascondiamoci dietro un dito: si tratta di dire sì o no a mercati procreativi che sfruttano i corpi delle donne e riducono i bambini a oggetti producibili e scambiabili. Il problema non è complesso, come ipocritamente si dice, e la soluzione è ancor più semplice: allargare l’adozione.La teoria gender viene fatta risalire alla filosofa americana Judith Butler. Avete collaborato e anche scritto insieme: credi che delle sue teorie sia stato fatto un uso che va oltre le intenzioni dell’autrice?Butler è una pensatrice geniale, generosa e capace di evoluzione, perché i suoi interessi sul gender, sviluppati negli anni Novanta, si sono ora spostati su temi quali la vulnerabilità, la precarietà e la non violenza. All’epoca imperava nel femminismo angloamericano la tesi di una distinzione fra sex (sesso biologico) e gender, inteso come costruzione culturale del femminile e del maschile. Butler sostiene che non solo il gender, ma anche il sex è una costruzione culturale, ossia che anche il sesso biologico, lungi dall’essere un mero fatto, è effetto del discorso. Nasce da qui la riappropriazione da parte del mondo queer della tesi di Butler, enfatizzata nel suo permettere di dire che il sesso con cui nasciamo non è un fatto che ci inchioda a un’identità sessuale bensì qualcosa che dipende dalla nostra auto percezione, fluido e modificabile. Estremizzando queste premesse, dal mondo queer è sorta la neolingua di cui abbiamo parlato. Non credo che questo esito fosse nelle intenzioni di Butler. Credo che in lei ci sia ascolto rispetto agli esiti delle sue tesi giovanili ma anche un certo imbarazzo rispetto al danno che ne è venuto al femminismo, di cui sempre si è dichiarata paladina.      

La violenza sulle Donne non va in vacanza

Nonostante il caldo, nonostante la crisi climatica e le sue devastanti manifestazioni, la violenza maschile contro le donne rimane un dato costante nel nostro paese. La cronaca dei femminicidi è oramai tale che rischia di assuefare la società ad un fenomeno che potrebbeessere percepito come ineluttabile. Malgrado tutti dichiarino di voler contrastare in ogni modo la violenza maschile sulle donne, essa non siferma, ma anzi, continua a presentare invariate le costanti nella sua fenomenologia. E basterebbe allargareil campo di lettura e non soffermarsi a dichiarazioni limitate al singolo femminicidio, per potersi rendereconto di una situazione non governata adeguatamente nonostante le leggi esistenti. Prendendo ad esempio solo le ultime due settimane, -il 21 luglio Mariella Marino è stata uccisa dall'ex marito Maurizio Impellizzieri; l'uomo era già statodenunciato e aveva ottenuto uno sconto di pena grazie all'obbligo di frequentazione di un percorso presso il CUAV (almeno il quarto femminicidio ad opera di un uomo che ha svolto un percorso presso il CUAV)- il 24 luglio Vera Maria Icardi, è stata uccisa dal marito Claudio Coli Cantone che poi si è tolto la vita;- il 28 luglio Angela Gioiello è stata uccisa dal marito Antonio Di Razza che poi si è tolto la vita, perché voleva lasciarlo a causa delle violenze subite;- il 28 luglio Mara Fait è stata uccisa a colpi di accetta a Rovereto dal vicino di casa Ilir Zyba Shehi. Alla donna, che pure aveva più volte denunciato l'uomo per stalking, era stata negata l'applicazione del Codice rosso relegando le minacce a "liti condominiali";- il 29 luglio Sofia Castelli è stata uccisa dall'ex fidanzato Zaquaria Atqaoui che non accettava di essere stato lasciato;- il 2 agosto, una donna a Reggio Calabria è stata quasi uccisa dall'ex marito che l'ha accoltellata sei volte perché non accettava la decisione di lei di separarsi da lui.  La lettura in successione dei soli ultimi casi di femminicidio, per quanto in un ristretto lasso temporale, è già sufficiente a far emergere una serie di circostanze allarmanti che necessitano di riflessione. Anzitutto, come abbiamo più volte denunciato, per quanto riguarda i CUAV, l’utilizzo giuridico che si fa di questo strumento e la mancanza di monitoraggio dell'applicazione dello stesso con verifiche e metodologie chiare e condivise rischia seriamente di rendere questi servizi per gli autori di violenza un mero escamotage per accorciare ulteriormente i tempi della pena, indebolendo sia il valore del percorso di recupero, sia anche la stessa percezione di gravità dell'azione violenta e senza valutazione del rischio di recidiva come già denunciato dalle associazioni delle donne e dai centri antiviolenza all’Atto dell’intesa Stato regioni nel settembre 2022.Oltre a ciò, emerge ancora lampante quanto sia necessaria una formazione rigorosa e verificata sullaviolenza maschile sulle donne per tutte le figure istituzionali e professionali che orbitano attorno al fenomeno.La Convenzione di Istanbul ricorda che alla base della violenza maschile sulle donne vi è l’asimmetria di potere, che produce una misoginia che viene costantemente legittimata dalla società. Ed è proprio su questo aspetto che è necessario quanto fondamentale che vi siano maggiori e più incisivi interventi normativi, che puntino al cambiamento culturale in ogni livello scolastico, di finanziamento e di verifica.Come infatti è noto, il susseguirsi di femminicidi degli ultimi due mesi è stato inframmezzato da clamorose manifestazioni del sessismo interiorizzato dalla società, quali le due sentenze della quinta sezione del Tribunale di Roma (sezione che, per la specifica specializzazione, dovrebbe essere un punto di riferimento nazionale per la risposta giudiziaria alla violenza contro le donne) di cui una assolutoria per il bidello che palpeggia la studentessa minorenne in quanto «il fatto è durato meno di 10 secondi» e per il direttore di un museo che importunava una dipendente, adducendo nemmeno tanto velatamente a “complessi psicologici” della denunciante.Si pensi poi alle dichiarazioni dei dirigenti sportivi o giornalisti alle olimpiadi, senza dimenticare le parole del presidente del Senato Ignazio La Russa che, con buona pace del ruolo istituzionale che ricopre, ha pensato bene di difendere aprioristicamente il figlio denunciato per stupro minando la credibilità della denunciante. Di fronte a tali fenomeni di regressione culturale e sociale e di fronte ad un dato, quello del femminicidio, che si mantiene strutturalmente costante, non possiamo che esprimere la nostra forte preoccupazione e richiedere con forza la necessità che le istituzioni intervengano con misure di tipo soprattutto preventivo, oltre che punitivo in modo adeguato ed efficace a contrastare reiterazioni.Auspichiamo anche azioni adeguate anche da parte della Commissione bicamerale contro il femminicidio che si è insediata solo in questi giorni con grande ritardo.     

Perché dobbiamo temere la nuova religione dell’identità di genere

di Monica Lanfranco Martedi, 25/07/2023 - Il 30 dicembre del 2021 fa scrissi su  una sorta di , provando a ragionare di argomenti politici spinosi sui quali lavorare come attiviste, nel dopo covid.Dopo aver letto  di qualche giorno fa sul Foglio a Paola Concia, attivista femminista, lesbica ed ex parlamentare nel Pd dal 2008 al 2013 mi ha colpito come, senza esserci parlate, Concia abbia toccato in modo analogo alcuni di quegli stessi temi. Scrivevo allora: ”Comincio con chi insiste a modificare la parola femminismo, come se da sola, priva di suffisso, o al singolare, o senza specifiche aggiuntive fosse incompleta e inadeguata. Perché non si parla così spesso di socialismi, comunismi, liberalismi, ma è solo il femminismo che viene nominato plurale? Posto che ovviamente si è libere di pluralizzare a piacere, domando e mi domando: come mai la visione femminista da sola appaia, per talune, obsoleta, e da qualche tempo vi si anteponga la parola trans, o si trovi necessario aggiungere intersezionale? Ho il dubbio, (e spero di sbagliare), che in noi femministe, in quanto donne, (persino le più salde e avvertite), scatti un atavico meccanismo di oblatività compulsiva, che nel caso del termine transfemminismo intenda modificare, non sono certa se in modo davvero inclusivo quanto piuttosto deviante, un percorso politico ancora molto lungo e bisognoso di focalizzazione. Restando sempre sulle parole (che nel 1955 Carlo Levi definiva «pietre», con immagine quanto mai fondativa per chi fa cultura e politica) vorrei fare un cenno al casus belli provocato dall’improvviso disagio nel pronunciare il sostantivo donna (al suo posto sarebbe più corretto, si dice in alcuni ambienti per non offendere, usare la locuzione persona con le mestruazioni, già adottata sulle confezioni di assorbenti in Inghilterra) e alla difficoltà a nominare il femminile, una pratica che la maestra Lidia Menapace diceva di primaria importanza politica perché «essere nominate significa esistere». In alcuni ambienti femministi la soluzione trovata per la scrittura sarebbe quella di usare il segno grafico schwa. Peccato: avevamo da pochissimo iniziato a sessuare il linguaggio, a nominarlo questo femminile così scomodo, a prezzo di fatiche immani sia nelle redazioni giornalistiche così come nella scuola e nelle conversazioni pubbliche, ed ecco che al neutro maschile patriarcale che cancellava le donne si sostituisce una nuova forma di obsolescenza, ma questa volta con la benedizione di alcune femministe e di parte del movimento omosessuale. Come è possibile che l’inclusione e la lotta contro la discriminazione risulti essere strumento di rimozione delle donne e della differenza sessuale da parte di pezzi del movimento femminista? E come è successo che mettere al centro del dibattito politico la prima differenza umana, quella sessuale, attira odio e persino persecuzioni, come nel caso della scrittrice J.K. Rowling?”.A due anni di distanza, oggi, Concia affronta un nuovo casus belli: questa volta si tratta di un manifesto dei Radicali italiani che invita a firmare a favore di una legge per l’aborto libero, (vecchio cavallo di battaglia dei radicali negli anni ’70) che questo volta diventa legge per tutt*, e, nel nome della ‘trans inclusività’ si suggerisce che nell’articolo 17 comma 2 della attuale legge 194 la parola “donna” venga sostituita con il termine “persona gestante”. “Lo schema mentale è sempre quello”, dice Concia nell’intervista, eliminare la donna. La rivista Lancet, quasi due anni fa, definì le donne corpi con vagina. Ma non ricordo che qualcuno abbia mai descritto l’uomo corpo con scroto”.Concia non vive in Italia, e in Europa la situazione del conflitto nel mondo femminista a proposito del cosiddetto linguaggio inclusivo, che si trascina dietro anche temi come la gpa e la libertà di prostituirsi è pesante: dell’Inghilterra si è detto, e grazie ai webinar organizzati da qualche mese dal movimento  () c’è allarme e grande attenzione a quello che sta avvenendo, soprattutto in alcune università, dove docenti e studiose femministe che criticano la sostituzione della categoria del sesso con l’identità di genere vengono censurate e spesso è loro impedito di partecipare a incontri e dibattiti, in Francia, Germania, Belgio, per non parlare della Spagna e, fuori dai confini Europei, negli Usa e in Canada.Vale la pena di leggere la  e di riflettere sul mantra dell’inclusione così come si sta delineando. Se, tornando al senso profondo delle parole e al loro mettere al mondo il mondo, ci soffermiamo sul verbo includere e sulla sua radice, troviamo questo: chiudere dentro. Non dubito che molte delle amiche e compagne di strada che in ottima fede vogliono spezzare le catene dell’oppressione, del pregiudizio e degli stereotipi sessisti abbiano a cuore la libertà e la liberazione dagli orribili vincoli dentro i quali la cultura patriarcale opprime donne e uomini. Ma il sempre più pericoloso (e non certo nuovo) meccanismo di cancellazione delle donne con la presunta inclusività di segni e simboli che estromettono il femminile del mondo dal linguaggio (e quindi dalla realtà) dovrebbe farci paura allo stesso modo in cui temiamo le destre radicali e i fondamentalismi religiosi che avanzano nel mondo, spesso grazie anche al relativismo culturale caro ad una parte della sinistra.Il femminismo, con il suo sguardo critico fondamentale, da sempre apre, illumina, sconvolge gli equilibri e rimodula in modo non violento visioni e pratiche collettive: mai dovrebbe rinchiudere e abdicare al suo compito politico, ovvero quello di porre la differenza sessuale come lente centrale di osservazione del mondo.Oggi il rischio è quello di auto cancellare in forma simbolica, e quindi anche concreta, l’esistenza politica di oltre la metà del mondo.

Umbria, nuovo attacco alla libertà delle donne

di Fabrizio Ricci Istituito un fondo per la vita nascente, sul modello del Piemonte: psicoterapia in gravidanza e associazioni pro-vita nei consultori. Ghiglione (Cgil): vogliono limitare l'autodeterminazione L'idea di fondo è che la donna che decide di ricorrere all'interruzione volontaria di gravidanza vada fermata. Ad esempio offrendole sedute di psicoterapia, oppure facendo entrare nei consultori associazioni pro-vita, magari anche finanziandole con fondi pubblici. Sembra questo l'obiettivo del nuovo “Fondo per la vita nascente”, introdotto in Umbria con una mozione delle destre che governano la Regione (solo 4 voti contrari in consiglio regionale). Un fondo pensato e costruito sul modello di quanto già creato in Piemonte, con un intento dichiarato esplicitamente: "Prevenire le interruzioni volontarie di gravidanza", attraverso "interventi volti a rimuovere gli ostacoli di natura economica e sociale che impediscono la costituzione e lo sviluppo di nuove famiglie". E il diritto delle donne all'autodeterminazione sul proprio corpo, principio cardine della 194? Non pervenuto.  Criminalizzare le donnePer Barbara Mischianti, segretaria regionale della Cgil dell’Umbria, l’atto approvato rischia di “criminalizzare” le donne che scelgono di ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza. "Siamo sconcertate dalla deriva ideologica nei confronti della libertà delle donne che sta portando avanti la Regione Umbria a guida leghista. Una crociata contro il diritto di autodeterminazione, una crociata contro le istituzioni laiche come i consultori, un tempo fiore all’occhiello questa regione”.  Porte aperte ai pro-lifeNell'atto approvato dal consiglio regionale umbro non c'è traccia di temi quali contraccezione gratuita, educazione sessuale e affettiva, libera somministrazione di RU486. “Avremmo voluto leggere di campagne informative riguardo al parto in anonimato, di assunzioni e potenziamenti strumentali nei consultori – continua Mischianti - ma siamo in Umbria, dove nel 2023 si aprono le porte dei servizi pubblici alle associazioni pro-life e alle loro attività ideologiche. Come Cgil - conclude la segretaria - saremo al fianco dei movimenti delle donne, che in questa regione si sono già mobilitati per respingere l’attacco delle forze politiche conservatrici e i loro continui tentativi di rimettere in discussione il diritto all'autodeterminazione conquistato dalle donne”.  Precarietà e autodeterminazioneE proprio i movimenti delle donne, riuniti in Umbria nella rete RU2020, non ci stanno: “Questo è l’ennesimo tentativo, da parte delle forze politiche conservatrici, di ostacolare il percorso che le donne intraprendono nei servizi pubblici previsto dalla legge 194/78”, scrivono in una nota. “A nulla vale sostenere che si tratta di politiche volte a eliminare gli ostacoli di natura economica che impediscono alle donne di scegliere liberamente se portare avanti o meno una gravidanza, tutte le statistiche ci dicono che la scelta di abortire è meno legata a problemi economici e più alla precarietà del lavoro e alla legittima scelta di autodeterminare le proprie vite”. Asili nido dimenticatiSecondo la rete RU2020, “se realmente si volessero perseguire politiche volte a incentivare la natalità, le scelte su come investire i soldi pubblici ricadrebbero sull’introduzione, anche a livello regionale, di forme di sostegno per le donne che lavorano e si punterebbe sull’aumento dei posti negli asili nido (che sono stati invece dimenticati come destinatari di fondi del Pnrr) e nelle scuole dell’infanzia e su misure che incentivano la riduzione del lavoro precario e sottopagato”.  Ghiglione: mappatura sui territoriRegioni come il Piemonte e come l'Umbria stanno facendo un'opera di “apripista” in Italia a un progetto di limitazione dell'autodeterminazione delle donne, che le destre stanno cercando di realizzare a livello internazionale. Ne è convinta Lara Ghiglione, segretaria nazionale della Cgil, secondo la quale le associazioni antiabortiste, in concerto con rappresentanti delle istituzioni compiacenti, stanno conducendo una vera e propria “crociata per cercare di acquisire spazi e consenso”. “Come Cgil nazionale – afferma Ghiglione - stiamo monitorando e denunciando tutte le situazioni nelle quali si tenta di colpevolizzare le donne che scelgono liberamente di ricorrere all'interruzione volontaria di gravidanza, considerando queste modalità una vera e propria violenza psicologica. Stiamo anche conducendo una mappatura di tutti i territori – continua la segretaria Cgil  per cercare di monitorare i casi in cui l'obiezione di coscienza rischia di ostacolare la libera scelta”. “Il problema della natalità non si risolve facendo pressione psicologica sulle donne – conclude Ghiglione - ma garantendo occupazione di qualità, aumentando i salari e assicurando servizi pubblici a sostegno delle famiglie. Tutto il resto è becera propaganda oscurantista”.     

Gpa, non confondiamo libertà con subalternità

di Silvia Niccolai,  Il femminismo di ogni tempo lotta contro la subalternità delle donne, ma che cosa significa essere “subalterne”? Farsi dettare l’agenda, sia pure per reazione, dalla politica dei partiti, ecco la vera subalternità: non c’è modo migliore di mostrare che la politica delle donne viene dopo, e sta letteralmente sotto, l’unica politica vera e che conta (per le subalterne), cioè quella dei partiti.Di questa subalternità dà prova chi, come ha fatto Lea Melandri su queste colonne, accusa di dare argomenti alla destra le molte donne di ogni età e di ogni paese che, del tutto indipendentemente da chi è, è stato, o sarà al governo, sono da sempre contrarie alla surrogazione di maternità. Ma bisogna esser grate all’autorevole scrittrice perché ha messo il dito sulla piaga, mostrando un tema di cui sarebbe davvero ora di (tornare a) discutere: quale sarebbe lo spazio di un’autonoma presa di parola femminile se dovessimo ogni volta preoccuparci di modulare questa presa di parola a seconda di chi governa? Dove starebbe la radicalità, in questi esercizi di timorata moderazione, con cui il discorso femminile scade a brutta copia di quello dominante?Per esempio, invocare l’autocoscienza, come fa Melandri, per poi confondere la surrogazione di maternità (o gpa, gestazione per altri) con l’esistenza di famiglie omogenitoriali, quando alla gpa ricorrono al 90% coppie etero, e per il resto non le “coppie omogenitoriali” ma, solitamente, le coppie maschili, è fare qualcosa di molto simile al populismo. Il quale per l’appunto – a destra come a sinistra – si basa sulla confusione, sull’alzare polveroni e far di tutta l’erba un fascio. A vantaggio di chi? Certo non della Costituzione che pure, a colpi di Bella ciao, di tanto in tanto si ama invocare contro il governo “fascista”.È in nome della Costituzione che la giurisprudenza, in un percorso complesso, tanto impegnativo quanto luminoso, ha riconosciuto che la gpa contrasta coi valori di dignità e libertà della persona umana (i più alti consessi internazionali, penso tra molti esempi a una dichiarazione del Consiglio Onu per i diritti dei bambini del 2018, la definiscono senz’altro un mercato dei bambini). Per questo non è possibile in quei casi trascrivere in modo automatico e integrale gli atti di nascita. La trascrizione integrale e automatica è funzionale alle esigenze dei mercanti di gpa, poiché riduce “i costi amministrativi e processuali che impediscono la più efficace allocazione delle risorse nel mercato transnazionale della riproduzione” (così, criticamente, la privatista Valentina Calderai), non risponde al diritto del bambino allo status di figlio. Questo è garantito naturalmente nei confronti del genitore biologico e viene realizzato col dovere dell’altro di ricorrere all’adozione in casi particolari.Soluzione quest’ultima del tutto compatibile con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, afferma la Corte di Strasburgo, e certamente non discriminatoria per orientamento sessuale. Sta scritto a chiare lettere ovunque, nella nostra giurisprudenza (ma qualcuna la ha letta?), che il rifiuto della gpa non ha a che vedere con dubbi sull’idoneità genitoriale degli omosessuali, ma col divieto costituzionale di disporre di altri esseri umani per soddisfare i bisogni di taluno, di qualunque natura quei bisogni siano.Finalmente è dunque stato riconosciuto che una cosa è la gpa, con cui una donna si impegna a portare a termine una gravidanza per conto di terzi, e altra cosa è la procreazione medicalmente assistita (pma), in cui la donna che si sottopone al trattamento intende diventare madre del bambino che ne nascerà; ed è stato riconosciuto che solo la prima offende il nostro ordine pubblico costituzionale, fatto di libertà, eguaglianza, tutela delle persone vulnerabili (i bambini, in questo caso, di cui gli adulti, surrogate comprese, dispongono). Ora si tratta di fare passi avanti, e per questo serve un femminismo capace di criticare le forze politiche e di opinione se travisano questi importanti arresti giurisprudenziali facendone mazze di una politica difensiva della famiglia tradizionale, come mi pare sia accaduto, e soprattutto capace di essere propositivo e di sviluppare temi e urgenze in maniera autonoma e non reattiva, capace cioè di guidare le forze politiche (di destra e di sinistra), anziché di limitarsi a rincorrerle.In particolare, a me sembra che, con le cose messe in chiaro sulla gpa, ora siamo a un passo dal riconoscere l’evidenza: tutte le famiglie sono generate da una donna, ed è questa la “essenziale funzione familiare della donna” di cui parla la Costituzione, con un vasto guadagno per tutte (non sta forse qui il vero superamento della “famiglia tradizionale”?), ma anche con l’apertura di questioni molto delicate che andrebbero discusse con la più autentica libertà, cioè autonomia. Per esempio, riformare la legge 40 per autorizzare anche in Italia la pma alle coppie di donne o alle donne singole può chiamare in causa i danni alla salute legati alle tecniche più invasive di eterologa, che allarmano molte, e in specie le ecofemministe.Parliamone, litighiamo, ma per favore non mettiamoci da sole il bavaglio (questo non si dice perché somiglia a quel che dice la Meloni...). È tempo di pensiero. Certo, ci si può sempre accontentare di confondere libertà con trasgressione, sposando un ribellismo reattivo che ci configge nella nostra subalternità (mi avete voluto madre, ora guardate un po’ io ci sputo sopra e faccio business del mio pancione). Sarebbe però onesto dire, almeno, che proprio sulla confusione tra mero ribellismo e ricerca di libertà corre, da sempre, la “spaccatura” del femminismo moderato e subalterno con quello radicale, il vituperato femminismo della differenza che Melandri dipinge come vecchio e superato, datandolo agli anni Ottanta. Potrebbe ben dire i Settanta, se per questo, quando alcune, per contrapporsi al patriarcato, non trovarono di meglio che chiedere il diritto di abortire a nove mesi e le radicali fecero notare che non si fa politica con richieste irreali come il diritto all’infanticidio. Oggi, per sentirsi libere, si reclama il diritto di vendere o regalare i bambini. Chi mette vino vecchio in otri nuovi?(il manifesto, 12 luglio 2023)     

Petizione "Fermiamo i figlicidi"

FIRMA LA PETIZIONE In Italia in 20 anni 535 i figlicidi. Stato ancora assenteAssociazione ‘Federico nel cuore’, urgente ddl 91 Roma, 5 luglio - In Italia, negli ultimi 20 anni, i casi di figlicidio sono stati 535. Dal 2000 al 2013 sono 340 i bambini uccisi. L’anno nero è stato il 2014, con 39 figlicidi, seguito dal 2018, con 33. E solo dal 2020 ad oggi se ne contano già 31. Questo il quadro emerso oggi al Senato durante la presentazione del Disegno di legge n. 91 - prima firmataria la senatrice Valeria Valente - che si propone di colmare i vuoti legislativi in materia di provvedimenti dei figli nei casi di violenza di genere o domestica. A presentare il ddl, insieme alla senatrice, Antonella Penati e l’avv. Federico Sinicato, rispettivamente presidente e vicepresidente dell’associazione Federico nel cuore, oltre a Vittoria Tola, responsabile nazionale dell’UDI (Unione Donne Italiane), e Alessandra Menelao, responsabile dei centri di ascolto mobbing e stalking. A riportare gli ultimi dati è l’Associazione Federico nel cuore, tramite la voce di Antonella Penati, madre di Federico Barakat, ucciso nel 2009 a 8 anni con 37 coltellate dal padre, poi suicidatosi. La situazione è in linea con quella fotografata da Eures, istituto di ricerche economiche e sociali, la cui indagine riporta i dati fino al 2017 (447 vittime) e che oggi è stata aggiornata dalla stessa associazione. La Penati precisa che, nella rilevazione del dato, si è fatto riferimento alla cronaca sui figlicidi di minori /adolescenti e, in ogni caso, i numeri sono da considerarsi in difetto. La finalità è quella di dare un quadro di riferimento dal momento che in Italia non esiste una rilevazione seria e sistematica del fenomeno. L’87% dei responsabili dei figlicidi è costituito da uomini, essenzialmente padri, e la quasi totalità è italiana. Il 13% è imputabile alle madri, le cui motivazioni sono quasi tutte riconducibili a situazioni di violenza/sofferenza o di pericolo, in molti casi più volte denunciate e non considerate. Il figlicidio paterno rappresenta invece quasi sempre una vendetta trasversale di uomini contro le proprie ex. Gli autori degli omicidi dei minori hanno un’età compresa tra i 40 e i 45 anni e appartengono al ceto medio-alto. “Questo ddl – dichiara Valeria Valente -, confermato dalle decine di audizioni svolte in Commissione, è tanto semplice quanto radicale e profondo: un compagno, un marito violento non può essere un buon padre. Il nostro auspicio è che possa essere esaminato e approvato al più presto con ampio consenso, visto che si inserisce tra le indicazioni approvate all’unanimità nella relazione conclusiva della Commissione di inchiesta del Senato sul Femminicidio, che ha concluso i suoi lavori con la fine della passata legislatura”. “Fino ad oggi – spiega Penati - nessuno è stato ritenuto responsabile del delitto di Federico sebbene mio figlio si trovasse in un ambiente ‘protetto’, mente era sotto la custodia dello Stato. Eppure, tutte le autorità coinvolte, pubbliche e private, erano a conoscenza della pericolosità dell’uomo, date le mie dieci precedenti denunce”. Vittoria Tola interviene a questo proposito sottolineando che “il ddl vuole anche impedire che le donne che denunciano siano ritenute, come spesso avviene, madri non adeguate o calunniatrici. Paradosso che ha comportato un preoccupante incremento di minori affidati ai servizi sociali, spesso privi della necessaria formazione”. Altro punto fondamentale nel documento è la responsabilità dei giudici nel valutare la pericolosità del soggetto denunciato e, di conseguenza, la eventuale sospensione di ogni suo contatto con il minore. L’associazione rimarca con forza che questo disegno di legge è in linea con i contenuti della Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013. Inoltre, è notizia di pochi giorni, il Comitato per l’eliminazione delle discriminazioni contro le donne (CEDAW), strumento giuridico internazionale il cui giudizio è vincolante, ha di fatto ritenuto ammissibile la denuncia della mamma di Federico Barakat contro lo Stato italiano per non aver tutelato né lei né protetto il figlio dall’omicidio.    Ufficio StampaIlaria Li Gambi FerpressPiazza di Firenze, 2400186 RomaCell 345 3723110     

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