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25 aprile 2023 | La Liberazione da preservare tra passato e presente

Solo 78 anni fa si concludevano anni di lutti e privazioni di ogni genere, nonché persecuzioni e il più grande genocidio dell'era moderna. Il nostro Paese usciva a pezzi da una guerra durata 5 anni seguita a 20 anni di dittatura fascista in cui tantissimi uomini e donne avevano pagato il loro antifascismo e la loro Resistenza al regime con anni di galera e confino, o espatriando, o vivendo braccati in nascondigli, o sulle montagne come ribelli, spesso protetti o aiutati dalle donne. E 78 anni fa mai avremmo immaginato una nuova guerra in Europa, così come mai avremmo immaginato valutazioni della Resistenza come quelle ascoltate da massime cariche dello stato. Oggi siamo qui per ricordare a tutte/i che la festa della Liberazione per noi è una tappa determinante della democrazia in questo Paese, che un mondo migliore è possibile ce lo hanno insegnato le nostre madri Costituenti e le tantissime donne, oltre 80mila, che sono state l’ossatura portante della Resistenza al nazifascismo. Una formidabile generazione soprattutto di ragazze che come ebbe a dire una di loro, partigiana medaglia d’oro al valore militare e tra le fondatrici di UDI “ Non avevamo nulla di mitico, eravamo ragazze, dotate solo di sentimenti tramandati dalle generazioni precedenti come la libertà, la solidarietà, la pazienza, la tolleranza, il sacrificio, il coraggio, il dovere civile”. La Resistenza fu un movimento di popolo di donne e uomini che ci ha consegnato valori su cui affonda le sue radici la nostra Repubblica e la nostra Costituzione. È da qui che nasce una coscienza collettiva  e l’affermarsi di un pensiero proiettato verso il cambiamento che le donne vogliono per  un Paese completamente rinnovato. Di libertà e di diritti per le donne prima avevano parlato piccole avanguardie. È con la lotta di Liberazione che si produce la rottura storica con la tradizione che voleva le donne completamente subalterne all'uomo e relegate nella sfera domestica e apolitica. Ma le donne non ci stanno più e la parola conquistata con grandi sofferenze continuano a usarla ieri come oggi, mettendo in discussione il neo patriarcalismo e la sua politica che fa di tutto per ricacciarci indietro. Ogni giorno siamo bombardate da slogan, da parole di propaganda che dovrebbero tener occupata la mente e non farci pensare ai problemi veri e reali. Ma noi donne invece siamo vigili sui temi per cui abbiamo lottato per essere libere. Sui diritti acquisiti non si torna indietro e siamo pronte a difenderli perché sappiamo che la dignità, autonomia, emancipazione e libertà vengono da lì. I diritti sono il riconoscimento dell’essere Donne. Per restituire dignità, creare consapevolezza, realizzare solidarietà, affrontare insieme problemi per un migliore livello di coscienza, noi donne abbiamo la forza della vita e nessuno ci farà tornare al passato. W la Resistenza di ieri e di oggi W la Liberazione Il 25 aprile è la data fondamentale della nostra Repubblica ​   

Mirella Alloisio

 Mirella Alloisio nasce a Sestri Ponente nel 1926 da una famiglia operaia e antifascista, il nonno era socialista e pacifista. Durante la temporanea separazione dei genitori, si trasferisce a studiare in un collegio a Recco e torna a casa solo per le vacanze. La sua vita scolastica è scandita dalle date delle “imprese” del fascismo: l’Africa, la Spagna e infine l’entrata in guerra dell’Italia a giugno del 1940. Le città iniziano a essere pesantemente bombardante; anche se Sestri Ponente sembra essere risparmiata dalle incursioni, molti abitanti, inclusi i suoi zii e i suoi nonni, abbandonano la città per rifugiarsi in campagna. Mirella con i suoi genitori, nel frattempo tornati a vivere insieme, resta in città. Nell’anno scolastico 41/42 inizia a frequentare l’Istituto Magistrale San Tommaso D’Aquino, unica scuola d’istruzione superiore di Sestri Ponente. Le insegnanti si uniformano maggiormente alle direttive del regime rispetto a quelle del collegio – “purtroppo non eravamo abituate alla dialettica, assorbivamo senza approfondire, senza chiedere di andare oltre” –. Intanto la guerra prosegue con i razionamenti dei generi alimentari e con le corse nei rifugi per il rischio dei bombardamenti; il suo rifugio é la cantina puntellata con travi e con un cassone di legno riempito di sabbia davanti alla porta, cassone che servirà a molti del palazzo impegnati nella Resistenza per nascondere armi e manifestini. Con la caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, la gente festeggia andando a caccia di simboli del regime da distruggere, scoprendo anche quante e quali scorte alimentari nascondevano i gerarchi fascisti quando in città la gente faceva la fame. Conosce l’amico dello zio antifascista di una sua amica, Germano Jori, un comunista che aveva viaggiato molto come cameriere di bordo e aveva trascorso qualche anno in carcere dove, a contatto con altri politici, aveva allargato la sua cultura – ”con linguaggio semplice mi spiegava che si poteva costruire una società più giusta, in cui anche le donne avrebbero avuto uguali diritti” –. Poi viene l’8 settembre, il giorno dell’Armistizio, a cui seguono giorni di confusione, le fughe disperate dei soldati; davanti a ogni stabilimento sostano i tedeschi in assetto di guerra e molti uomini vengono deportati. A quel punto Mirella comprende che “la giovinezza era forzatamene finita, che niente era cambiato e che bisognava tutti fare qualcosa” e riprende i contatti con Jori. Inizia la sua attività nella Resistenza con il nome di battaglia “Olga”; si occupa della propaganda, impara a curare i feriti e a usare le armi. L’organizzazione clandestina a Sestri va sempre più allargandosi e sorgono i Gap (Gruppi di Azione Patriottica) e molte Sap (Squadre d’Azione Patriottica), delle quali anche il padre di Mirella fa parte. La rete dei Gdd (Gruppi di Difesa della Donna e per l’assistenza ai combattenti della libertà) si allarga e, a causa del tradimento di due ragazzi, Mirella è costretta a cambiare nome e diviene “Marika”. La dirigente dei Gdd della Liguria è “Elena” (Marcellina Oriani), nata a Cusano Milanino, antifascista di vecchia data, condannata dal Tribunale Speciale e incarcerata nel penitenziario di Perugia. Dopo la caduta del fascismo opera subito nella Resistenza lombarda; ricercata e minacciata di fucilazione viene trasferita a Genova. È lei a decidere che Mirella deve occuparsi del materiale propagandistico e perciò una notte le porta un’enorme macchina da scrivere (all’epoca pericolosa perché tutto il materiale propagandistico era battuto a macchina e perciò la sua presenza insospettiva i fascisti che facevano le perquisizioni).All’inizio di luglio del 1944 “Elena” le dice che è arrivato il momento di un compito di maggiore responsabilità: dovrà far parte della segreteria del Comitato di Liberazione regionale, tenendo i collegamenti con i Cln (Comitato di Liberazione Nazionale) periferici, con il gruppo degli intellettuali e con la segretaria del Comando militare. Nell’inverno del ’44, il professor Federici viene arrestato dalle Brigate Nere e, non resistendo alle torture, fa il nome di “Marika”; quindi Mirella deve per la terza volta cambiare il nome di battaglia, che sarà “Rossella”. Nel frattempo si iscrive alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere di Cà Foscari, perché fa parte dei suoi progetti di vita, ma anche perché pensa che possa servirle per giustificare i movimenti che la sua attività nella Resistenza richiedevano. Nel frattempo l’Italia del Sud viene liberata e giunge l’eco di cambiamenti radicali; in particolare a Mirella interessa il Comitato Pro Voto, nato a Roma nell’ottobre del ’44, grazie al quale si otterrà   il diritto di voto. La notizia del voto alle donne giunge attraverso la stampa clandestina: in edizione ciclostilata viene infatti diffuso Noi Donne, organo dei Gdd. É questo uno strumento importante di propaganda, di preparazione di scioperi e manifestazioni, grazie alle edizioni regionali che consentono un rapporto più diretto con le realtà locali: in Liguria escono cinque numeri. La Liberazione di Genova avviene il 26 aprile 1945 con la resa delle forze tedesche ai Volontari della Libertà; le truppe americane entreranno in città il giorno seguente con sindaco, prefetto e questore già nominati e le strutture principali già funzionanti. Mirella si ritiene una privilegiata per avere vissuto direttamente un momento eccezionale, forse unico nella storia, quello di vedere un esercito regolare che si arrende a un esercito di popolo – “Quei giorni, quelle ore li ho vissuti intensamente, con una emozione così forte che per molto tempo non ho potuto ricordarli, come per molto tempo non ho voluto parlare del periodo della Resistenza: pudore di sentimenti troppo forti? ricordi dolorosi di tanti giovani morti? Impegni troppo gravosi per la mia giovane età? Forse tutto un insieme di questi controversi sentimenti. Quello che è certo è che scriverne mi costa ancora molto” –. Per la sua attività di partigiana viene insignita della Croce di Guerra al Valor Militare. Dopo la Liberazione Mirella si rende conto che proprio la pluralità di idee arricchisce la società e pertanto ritiene di dover scegliere e orientarsi verso un partito; si iscrive così al Partito Socialista di Unità Proletaria. La politica viene da lei vissuta con spirito di servizio a favore della collettività, come preminenza del bene pubblico sugli interessi particolari, senza dimenticare mai i valori e l’urgenza morale. Rimarrà nel Partito Socialista fino al 1980. Si occupa anche dell’Udi (Unione Donne Italiane), l’organizzazione nata dai Gdd, di cui è segretaria provinciale. Nella prima metà del 1946 è impegnata per il Referendum istituzionale: il 2 giugno, infatti, si deve scegliere tra Monarchia e Repubblica e sulle donne pesa la diffidenza di tutti, in particolare della sinistra. Le donne sono il 53%, quindi la maggioranza dell’elettorato, ed è la prima volta che votano. All’Udi si decide di sostenere la campagna per la Repubblica, con riunioni e dibattiti e con la pubblicazione di un numero di Noi Donne dove si spiega l’importanza della Repubblica e si presentano le candidate all’Assemblea Costituente. È l’occasione per la sua prima esperienza nel giornalismo. Nel 1947 entra come impiegata alla Sepral (Sezione provinciale dell’alimentazione) e il 3 marzo del 1949 si laurea; dal mese di ottobre inizia a insegnare francese alla Scuola di Avviamento Industriale maschile di Sampierdarena. Nella primavera del 1951, alle elezioni amministrative riservate al nord del Paese, Mirella fa campagna elettorale, questa volta da candidata, accanto ai nomi più prestigiosi del socialismo genovese e risulta la prima dei non eletti. Nel Centro-Sud le elezioni vengono fissate per la primavera del 1952 e poiché l’Udi partecipa alla campagna elettorale, sostenendo i partiti di sinistra, Mirella viene trasferita a Perugia e qui conosce il senatore Francesco Alunni Pierucci che sposerà e con il quale avrà il figlio Donatello. In Umbria Mirella continua a insegnare fino a settembre del 1979: “Nel buon rapporto che riuscivo ogni volta a stabilire – cambiai gradi di scuole, cambiai paesi – credo avesse il suo peso il mio impegno politico, che mi consentiva di essere aggiornata su argomenti che potevano interessare anche i ragazzi e che comunque mi faceva apparire un po’ fuori della norma”. Alle elezioni amministrative del 1956 viene eletta alla Provincia e le viene affidato l’Assessorato alla Pubblica Istruzione. Dopo questo impegno, nel 1960, riprende la collaborazione con il quotidiano di Genova Il Lavoro e intensifica la collaborazione con l’Avanti!. I suoi interessi si focalizzano sempre di più su due temi: la questione femminile e la scuola, temi che aveva avuto modo di seguire e approfondire nelle due commissioni nazionali del Partito socialista di cui faceva parte. Nel 1985 inizia a collaborare con Patria Indipendente, rivista dell’ANPI, dove affronta temi che, pur avendo origini nell’antifascismo, trovano nell’attualità riferimenti precisi. Oggi il suo impegno continua nelle Associazioni antifasciste, attraverso la stesura di articoli e la partecipazione a incontri. (Biografia tratta da Inseguendo un sogno, Editoriale Umbra, Collana Memorie, 2009)  Mirella Alloisio è presidente onoraria del Comitato Provinciale dell’A.N.P.I. di Perugia e dell’A.N.P.I.Bonfigli Tomovic di Perugia. Tra le sue pubblicazioni:Mille volte no: testimonianze di donne della Resistenza, AA.VV., Edizioni UDI, 1965Mille volte no: dai no di ieri ai no di oggi, con testi di Ferruccio Parri, Editori Riuniti, 1975La donna nel socialismo italiano, tra cronaca e storia (1892-1978), con la prefazione di Riccardo Lombardi, Edizioni Lerici, 1978Domani la pillola, in collaborazione con G.B. Fenu, Intermedical Edizioni, con Giuliana Gadola Mazzotta, 1981 – 1985, 2003Inseguendo un sogno, Editoriale Umbra, Collana Memorie, 2009  Inoltre, Mirella Alloisio compare nel documentario Bandite di Alessia Proietti e Giuditta Pellegrini, 2009   ​

Maternità, Natalità E Diritti Lesi

Negli ultimi giorni abbiamo assistito con sgomento e indignazione al circo mediatico che si è sviluppato intorno alla vicenda del piccolo E., il bambino affidato alla culla per la vita della clinica Mangiagalli di Milano, e alla madre biologica che ha deciso di separarsi dal neonato dopo una settimana dal parto. Madre che è stata lesa per giorni e giorni nella sua privacy e nei suoi diritti di donna Il messaggio che ha lasciato con il piccolo è stato reso pubblico e vivisezionato per capire le motivazioni della rinuncia, per giudicarla ed etichettarla. È stato stabilito che la donna fosse in ristrettezze economiche su un’interpretazione semantica delle parole utilizzate. E a seguire sono stati lanciati diversi appelli dai toni sempre più paternalistici e surreali per convincere la donna a cambiare idea e tornare sui suoi passi. Al punto da trovare personaggi televisivi a tracciare discriminazioni tra madri “vere” (per meglio dire biologiche) e “altre che si trovano lì a occuparsi dei figli degli altri. Un’uscita infelice ma reiterata nelle scuse seguite alle polemiche, a squalificare e invalidare tutto il sistema delle adozioni. Si è offerto aiuto economico, ma non è stato ovviamente definito per quanto tempo e in che termini È abbastanza inquietante pensare che si chieda a una donna di farsi avanti promettendo denaro, quando si sa quanto effettivamente incida a livello economico la cura di un figlio in questo momento storico. Per quanto l’aiuto promesso verrebbe sostenuto? Cinicamente, viene da pensare fino alla successiva storia mediatica. E poi che succede? Inoltre, per quanto la catena di solidarietà possa apparire encomiabile, è abbastanza demoralizzante vedere come ancora una volta una donna sia stata ritenuta incapace di fare una scelta per sé e per il bambino. Il carosello mediatico che si è creato ha rafforzato gli stereotipi che da sempre circondano la figura della donna e ha reso pubbliche informazioni sensibili che hanno messo a rischio l’anonimato della madre, invitando di fatto alla caccia alle streghe. L’anonimato di una donna che decide di rinunciare al suo ruolo di genitore deve essere sempre tutelato, quali che siano i motivi e la storia che l’hanno portata a questa decisione. Motivi che devono rimanere privati e insindacabili, a prescindere da quali essi siano. Non ci deve essere moralismo quando si parla di donne che non vogliono o non possono essere madri Ancora una volta la retorica si è concentrata sul dolore e la sofferenza che sicuramente una tale scelta porta, dando per certa la ristrettezza economica della donna, come se fosse l’unica possibilità “accettabile” per rinunciare a un figlio. Ma il giudizio morale è inutile e dannoso. Sarebbe un buon risultato motivare una donna a rinunciare all’affido e a riprendere il piccolo per senso di colpa? Quali premesse affronterebbe questa famiglia, si potrebbe garantire un futuro sano e sereno per madre e figlio? Il rischio piuttosto è disincentivare le donne che si trovano a prendere questa decisione a seguire i canali più sicuri per l’affido, abbandonando piuttosto il neonato in situazioni di pericolo.     Si dovrebbe contribuire a una maggiore conoscenza del DPR 296/2000, la legge che permette a una donna di rinunciare alla maternità con un parto anonimo, affidando il neonato al personale ospedaliero che attiverà le procedure con il Tribunale dei minori. Ma di cosa si sta parlando veramente? E’ solo la punta dell’iceberg del problema natalità in Italia Proprio in questi giorni l’Istat ha pubblicato un rapporto sulla natalità del Paese registrando che, per la prima volta nella storia nazionale, si sono registrati meno di 400.000 nuovi nati (per la precisione 393.000). La notizia deve essere presa sul serio, attivando politiche e incentivi a sostegno delle donne e delle famiglie in tutto il sistema Paese, senza discriminazioni regionali. Cercare di “correggere” il singolo caso di rinuncia alla maternità senza affrontare in maniera sistemica la solitudine di generazioni di donne e famiglie, senza politiche concrete per affrontare i problemi sociali, economici, relazionali e lavorativi che attanagliano quotidianamente persone singole e coppie, è grottesco e inutile. Piuttosto che portare avanti un simile accanimento sul singolo caso, ci sono diverse domande che le istituzioni politiche e gli enti sanitari dovrebbero porsi: Quali strumenti di sostegno sono messi in campo oggi per le donne che vogliono essere madri, per tutelare il loro diritto al lavoro, il loro posto di lavoro e la loro indipendenza economica? Quali servizi sono offerti alle famiglie? Quanto sono accessibili?Le donne italiane sono informate sul DPR 396/2000, su come è possibile partorire in anonimato nella sicurezza di una struttura ospedaliera senza conseguenze legali?Quali supporti sono proposti a sostegno delle famiglie con soggetti disabili o anziani bisognosi di cure? Forse si vuole continuare a ignorare che il peso dell’assistenza e della cura ricade interamente sulle donne?Come sono tutelate le madri e i bambini vittime di violenza domestica?E le donne straniere? Quale lavoro viene portato avanti con le comunità di migranti sul territorio per favorire la conoscenza dei diritti delle donne?·         Questi sono i temi sui quali tutti gli enti, a partire dal governo, devono interrogarsi. Colpevolizzare le nuove generazioni perché hanno meno figli o decidono di non averne proprio è inutile. Non si può pretendere che si facciano bambini “per il bene della patria”, come un sacrificio per il bene comune. Le coppie, e in particolare le donne, devono poter vivere la decisione di avere dei figli come una scelta consapevole e desiderata. Devono poter offrire un contesto sereno, sano ed economicamente stabile ai figli e, nel caso in cui ciò non sia possibile, devono essere aiutate a cambiare tale situazione.   L’Associazione UDI chiede interventi sistemici e una nuova visione della natalità e della genitorialità e che si lavori perché sempre più famiglie possano accogliere dei nuovi bambini con gioia e serenità, anziché con senso di colpa o timore per il futuro, comprese le adozioni in tempi brevi anche per i singoli.    Roma, 14 aprile 2023​

IL “DIRITTO DI NON ABORTIRE”

Condividiamo il seguente comunicato ricevuto da UDI Ferrara IL “DIRITTO DI NON ABORTIRE”: UNA SFACCIATA E DISONESTA OPERAZIONE RETORICA Su molte strade sono nuovamente comparsi manifesti, commissionati dall’associazione Pro Vita, invocanti un presunto diritto di non abortire. Ma quale diritto hanno bisogno di implorare?Il diritto di non fare qualcosa presuppone che esista un obbligo di fare qualcosa di opposto. Ma nel nostro paese non esiste nessun obbligo di abortire! Maggiori finanziamenti da destinare al welfare sociale vanno richiesti per le migliaia di madri che i figli li hanno fatti, ma che non sono in grado di mantenerli perché estremamente povere e abbandonate. Queste sono le donne a rischio, le donne che si rivolgono ai servizi sociali e alle associazioni. Questa dilagante situazione non ha a che fare con la insindacabile volontà di una donna di abortire: un gesto di responsabilità e libertà in cui confluiscono valutazioni personali e intime cui va riconosciuta piena soggettività etica e morale. In realtà, il messaggio – nemmeno troppo dissimulato – di Pro Vita è ben altro: avere un controllo sulle scelte riproduttive delle donne e rendere più difficile l’accesso all’interruzione di gravidanza, ciò che sta effettivamente accadendo  a causa del numero sproporzionato di personale sanitario obiettore di coscienza che, di fatto, limita fortemente l'accesso alla legge 194. Continua così l’odiosa condanna morale che respingiamo fermamente.Ma non saranno anacronistiche condanne morali e infingimenti vari a convincere le donne, che non vogliono, a fare figli.L’ultima parola è della donna. La donna dà la vita.  Pro vita non è per la vita. Pro Vita è solo contro le donne.    ​

Comunicato apertura CUAV a Perugia

Il Consiglio Comunale di Perugia, nel 2021, ha approvato all’unanimità l’ordine del giorno, presentato dai consiglieri Massimo Pici del gruppo consiliare Perugia Civica e Cristiana Casaioli del gruppo consiliare Progetto Perugia, per l'apertura di uno "Sportello per uomini maltrattanti”. Pochi giorni fa, abbiamo appreso dalla stampa locale che il centro è di prossima apertura, Vi riproponiamo quindi il comunicato che abbiamo preparato all'indomani della delibera comunale. Comunicato Udi Perugia del 22.02.21 Noi donne dell’Udi di Perugia restiamo basite e preoccupate di fronte a tale scelta, peraltro presa all'unanimità da tutti i membri del Consiglio Comunale, perché siamo convinte che la violenza maschile contro le donne non sia un problema individuale, del singolo uomo maltrattante, il più delle volte considerato malato e bisognoso di cure, ma un fenomeno strutturale che può essere contrastato solo con un reale cambiamento culturale e sociale che investa tutti, uomini e donne. Un uomo che agisce violenza nei confronti di una donna non cambia in pochi mesi. Se decide di intraprendere un percorso di cambiamento e di assumersi la responsabilità del proprio comportamento di maltrattamento fisico e/o psicologico, deve anche farsi carico del costo di tale percorso, senza dover necessariamente usufruire di fondi pubblici che, invece, andrebbero destinati alle donne che scelgono di uscire da relazioni violente. La maggior parte delle donne che si rivolgono ai Centri Antiviolenza versano in condizioni economiche precarie e vivono sotto la soglia minima di povertà. Il disagio economico influenza i tempi di permanenza nelle Case rifugio che si allungano sempre di più. Mentre negli anni 90 ci volevano circa sei mesi per permettere alle donne di concludere il percorso di fuoriuscita dalla violenza, oggi i tempi necessari alla costruzione dell’autonomia economica vanno da un anno e mezzo a tre, quando ci si riesce. Ci chiediamo, quindi, perché non impiegare risorse economiche pubbliche per creare un fondo per aiutare le donne a pagare canoni di affitto o utenze, per sostenere i costi di un percorso di sostegno psicologico quando hanno necessità di elaborare il trauma della violenza o ancora per il risarcimento materiale o morale per i danni subiti. Ravvisiamo, inoltre, un'altra criticità in questi percorsi che rigurada l’uso strumentale che ne viene fatto da parte dei maltrattanti. Le richieste ai Centri d’ascolto per uomini maltrattanti, da parte di coloro che sono stati denunciati per maltrattamenti in famiglia o che hanno in corso procedimenti di separazione o relativi all'affidamento dei figlie/e minori in ambito civile, sono finalizzati ad ottenere sconti di pena e/o benefici in relazione ai diritti di visita con i figli. Molti di questi uomini e padri, dopo aver frequentato per poco tempo i centri per maltrattanti, senza neanche concludere il percorso, chiedono l’affidamento condiviso dei figli che, in molti casi, rifiutano di incontrare i padri violenti. Sappiamo bene che nei tribunali civili, la paura dei bambini e delle bambine di frequentare padri violenti viene spiegata facendo ricorso all'Alienazione Parentale, teoria priva di fondamento scientifico, utilizzata nelle aule giudiziarie per screditare le donne che in sede di separazione richiedono protezione in favore dei figli e figlie che si rifiutano di avere rapporti con i padri perché traumatizzati dalla violenza assistita. In sostanza si finisce per non riconoscere il trauma dei bambini e delle bambine e per colpevolizzare la madre che intende proteggerli/e. La Commissione sul femminicidio ha il merito di aver aperto un’inchiesta su oltre 500 casi, anche se non è chiaro quali iniziative saranno prese per porre rimedio alle continue violazioni della Convenzione di Istanbul e delle Convenzioni Internazionali che tutelano i diritti dei bambini e delle bambine vittime di violenza assistita. Ci sono voluti anni molti anni per avere in Umbria un sistema antiviolenza e i Centri Antiviolenza residenziali, ma sia gli sportelli che i Cav non vengono finanziati adeguatamente e sono sempre in difficoltà nel prevedere percorsi per le donne che vi si rivolgono, a causa della mancanza di risorse strutturali In conclusione siamo convinte che l'istituzione di un Centro per uomini maltrattanti sia l’ennesima beffa per le tante donne che ogni giorno rischiano la vita tra le mura domestiche, abbiamo necessità di politiche sociali e culturali di altra natura, che incidano sul welfare, abbiamo bisogno che le risorse pubbliche vengano utilizzate per sostenere le donne che hanno subito violenza attraverso interventi in termini economici, abitatiti, lavorativi, così da non essere più soggette al ricatto economico degli uomini maltrattanti quando decidono di allontanarsi e di proteggere se stesse e i loro figli.​    

L'8 marzo delle UDI parte 3

UDI PALERMO   UDI CARPI    UDI PESCARA   UDI LA SPEZIA ​ 

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Attraverso l’azione politica, culturale e sociale, lavoriamo da ottant'anni per l'autodeterminazione della donna, per affermare il rispetto e l’inviolabilità dei corpi, contro ogni forma di sfruttamento e mercificazione. Crediamo che i diritti delle donne siano una misura fondamentale dei diritti umani e una condizione indispensabile per una società più giusta. Riaffermiamo con immutata convinzione il ripudio della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali e promoviamo la pace tra i popoli, la nonviolenza e la difesa non armata. 

 

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