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I NOSTRI EVENTI 

Violenza sessista senza confini

Siamo circondate dalla violenza, a cominciare dalla guerra, da sempre estrema forma di dominio del patriarcato, fino alle profonde ingiustizie sociali verso le donne presenti nel nostro Paese e nel mondo con la crisi climatica, energetica ed ambientale che non arretra neanche per la sopravvivenza del pianeta.La Violenza maschile alla cui eliminazione è dedicata la giornata mondiale del 25 novembre non subisce arresti. Anche in questi ultimi tempi, abbiamo visto la tragedia delle donne ucraine vittime di stupri di guerra, come sempre succede nelle guerre, e costrette a fuggire dal loro paese, il tentativo di segregazione e annullamento delle donne in Afghanistan (dopo 20 anni di guerra dell’Occidente), il massacro di giovani donne iraniane per il loro rifiuto di conformarsi a modelli politici e sociali teocratici imperanti da 43 anni in quel paese e che oggi ha forme terribili di repressione, la lotta senza fine delle donne palestinesi a cui non vengono riconosciuti diritti fondamentali della loro vita, le violenze alle africane dal Senegal alla Nigeria, a quello che succede nei campi di concentramento in Libia che porta tante donne a subire ulteriormente sfruttamento lavorativo e sessuale.Proprio per questo è necessaria oggi più che mai attenzione e mobilitazione contro la violenza maschile contro le donne che si esprime in tante forme diverse.Il 25 Novembre è quindi un momento centrale in cui rilanciare gli obiettivi di fermare e stroncare questa violenza anche nel nostro paese, di riflettere, proporre, individuare azioni mirate a sconfiggere questa fenomenologia strutturale per mantenere un potere asimmetrico tra uomini e donne del mondo come facciamo da decenni.L’UDI ha in questo una lunga storia: dalla lotta e aiuto alle donne marocchinate per gli stupri di guerra alla messa in discussione del Codice Rocco, dal cambiamento legislativo e culturale sulla violenza in famiglia a tutte le manifestazioni contro lo stupro e gli stereotipi che lo generano e i pregiudizi che lo giustificano collettivamente.L’UDI ha dedicato pensiero, proposte, azione collettiva e lotte contro la violenza maschile nelle relazioni personali e in famiglia, nei luoghi di lavoro, a quella che emerge nei servizi e nei tribunali che chiamiamo violenza istituzionale creando vittimizzazione secondaria a donne e minori. Il sessismo, gli stereotipi, la svalorizzazione e l’emarginazione delle donne e dei diritti da esse conquistati, duramente conquistati, sono tutte manifestazioni di una violenza strutturale che nasce e rimanda a una differenza di potere tra uomini e donne che è sempre e solo la rappresentazione di una società misogina e neopatriarcale.Contro la violenza maschile sulle donne UDI chiede: di credere alle donne e di proteggerle quando chiedono aiuto o denunciano; la prevenzione come previsto dalle Convenzioni internazionali e in particolare dalla Convenzione di Istanbul; l’applicazione delle norme conquistate con lunghe lotte delle donne; il contrasto agli uomini violenti e una loro giusta pena superando contraddizioni e ritardi sempre nuovi per giustificarli.Chiede di dare centralità alla prevenzione non solo con campagne di sensibilizzazione ma cambiando sistematicamente la cultura che alimenta in molte forme la violenza maschile partendo dall’istruzione in ogni ordine e grado, decodificando tutta la storia e le altre materie perché ancora oggi nella scuola e nell’Università viene trasmesso un patrimonio culturale maschile androcentrico, presentato come neutro e universale e la lingua usata privilegia il maschile. Non è tra l’altro difficile trovarvi contenuti che legittimano perfino l’uso della violenza maschile contro le donne. Bisogna bandire dai media e dalla politica ogni forma di delegittimazione ed emarginazione del soggetto donna e promuovere la presenza delle donne nei luoghi decisionali e dove si produce cultura; si fa con messaggi chiari destinati a ragazzi e ragazze di tutte le età fino all’Università. E l’Università deve intervenire diversamente con la formazione verso tutti i soggetti che per ragioni istituzionali intervengono sulla violenza maschile dalla sanità alle Forze dell’ordine, dai servizi sociali alla magistratura.Chiediamo, dunque, strumenti e risorse chiare ed adeguate per la prevenzione che anche nei diversi Piani nazionali è stata l’obiettivo più fragile con risorse deboli.Problema non sufficientemente affrontato da Governo e Parlamento contrariamente alla convinta adesione all’Intesa STATO-REGIONI sui CUAV da parte di tutti.A chi ritiene che i Centri per uomini maltrattanti o violenti, siano strumenti di “prevenzione”, invece che di tentativi contro la recidiva, che rimane alta, rispondiamo che per essere tali devono essere realizzati diversamente e con responsabilità precise di valutazione delle/degli operatori preposti e con risorse non sottratte ai centri antiviolenza delle donne e agli altri obiettivi necessari per bloccare la violenza maschile.Come abbiamo detto e documentato nei tavoli regionali e nazionali e negli Osservatori, mettendo in gioco gratuitamente tutte le competenze femminili sulla violenza maschile, provando a cambiare i programmi educativi e scolastici, a rilanciare l’informazione e l’educazione sessuale nelle scuole, riuscendo a ratificare la Direttiva europea contro le molestie sessuali nei posti di lavoro su cui abbiamo anche avanzato proposte precise per una sua applicazione più efficace.Abbiamo anche contribuito quest’anno, dopo decenni, alla conquista di una legge sulle statistiche di genere contro la violenza alle donne. Un passo avanti dopo aver lavorato, da oltre un decennio, alle liste orribili costruite da noi sulle notizie di stampa sui femminicidi e sulle sopravvissute. I Tavoli per rendere operativa la legge attivati dal DPO e dall’ISTAT vanno immediatamente riconvocati per conoscere la situazione integrata in tempo reale sulla violenza così come è necessaria la riconvocazione dell’Osservatorio nazionale per fare finalmente, dopo un anno, il Piano operativo previsto nel 2021 dal Piano strategico del Governo e rimasto lettera morta.È fondamentale che le istituzioni dello Stato “democratico” che dovrebbe rispettare la Costituzione e le Convenzioni sui diritti umani affronti e superi la schizofrenia, evidente da molto tempo, tra le parole di condanna della violenza maschile contro le donne in tutte le sue forme (fino al femminicidio e al figlicidio) soprattutto intorno al 25 novembre e a fatti eclatanti di cronaca contro donne e minori (prodotti spesso usando la teoria della Pas di Gardner teorico della pedofilia e che tante tragedie ha creato e crea) e le politiche reali ed efficaci per ottenere risultati  positivi e permanenti.Oggi diciamo BASTA e dalle Istituzioni ci aspettiamo la capacità/volontà reale di fermare questo potere maschile così troppo tollerato ed evidentemente conveniente per mantenere le donne in uno stato di subalternità e di secondarietà che si esprime ed è utile in molti campi dal lavoro all’Welfare come sempre è successo ma necessario soprattutto nella fase di crisi sistemica attuale.​   

Lotte di tipo nuovo per i diritti delle donne africane

Traduzione di un articolo di Coumba Kane, giornalista francofona che dedica uno sguardo attento alle dinamiche sociali in vari Paesi africani. - 30 ottobre 2022. Più che altrove in Africa essere donna vuol dire subire un’esistenza costellata di violenze. Già una ricerca dell’ONU del 2019 (ONU FEMMES) documentava che “l’Africa è la regione del mondo dove le donne hanno il più alto rischio di essere uccise dal partner o da un membro della famiglia. Tra i paesi più pericolosi per le donne c’è il Sud Africa : in media ogni ora muoiono tre donne per mano di un loro congiunto”.Il flagello mondiale del femminicidio inghiotte in Africa in primo luogo le casalinghe e le lavoratrici del sesso, ma anche donne anziane e ragazzine orfane accusate di stregoneria in paesi devastati dalla guerra come la Repubblica Democratica del Congo.L’omicidio è spesso la conclusione di una serie di violenze fisiche, sessuali, economiche e sociali . Qualificata dall’ONU come la più diffusa forma di violazione contro i diritti umani, ma anche la meno visibile, il femminicidio colpisce le africane in modo massivo.Un’indagine del 2018 dell’OMS rileva che il 65% delle donne in Africa Centrale e il 40% delle donne in Africa Occidentale sono vittime di violenze. Probabilmente le cifre reali sono ancora più spaventose. La paura di non essere credute ed emarginate scoraggia spesso le vittime, che non denunciano il loro aggressore. Una recente indagine sulla situazione in Niger ha mostrato che il 99% delle vittime di stupro non si rivolge alla giustizia e quando lo fanno le condanne per i responsabili non sono mai adeguate alla gravità dei reati.Tra mille ostacoli e ritardi la lotta contro le violenze di genere in Africa si è inserita timidamente nelle agende politiche degli stati africani negli ultimi anni, con provvedimenti come i numeri verdi dedicati, il ministero della donna , programmi di sostegno all’autonomia finanziaria femminile. I paesi africani hanno presentato ‘prove’ del loro impegno verso i diritti delle donne ai grandi finanziatori dei fondi internazionali.Ma queste politiche di genere faticano a produrre risultati. “Tutte queste campagne non mettono in discussione le dinamiche di potere che caratterizzano le relazioni uomo-donna”. Con questa dichiarazione la sociologa senegalese Fatou Sow ha indicato il cuore del problema, e ha aggiunto : “Invece di versare microcrediti alle donne, bisogna permettere il loro accesso a tutti i settori di attività, compresi quelli oggi riservati agli uomini, facendosi carico della loro formazione e delle dotazioni finanziarie societarie per le loro attività. Senza queste scelte il rischio è di contribuire a mantenerle nell’emarginazione/segregazione sociale”.La dominazione maschile si misura anche sulla base dell’indice di ineguaglianza di genere (IIG) fissato dall’ONU che stabilisce una classifica internazionale che colloca molti stati sub sahariani in coda alla graduatoria : su un totale di 162 paesi considerati, il Senegal è al posto 130, il Burkina Faso al 147, il Mali al 158. Questi dati sono aggiornati solo al 2019, e quindi non comprendono i peggioramenti prodotti dalla crisi sanitaria Covid 19.L’Africa sub sahariana detiene il più alto tasso di mortalità femminile per parto. Dietro queste cifre si nascondono violenze di vario tipo che a volte si accumulano, soprattutto per le donne più povere. Sono i matrimoni precoci e forzati, le violenze coniugali e sessuali , la mancanza di risorse economiche. Il punto più elevato di rischio è al momento del parto, soprattutto per le adolescenti.Parliamo ora della pratica delle mutilazioni genitali femminili, esercitata in misura spaventosa . Ancora oggi in Guinea la subisce il 97% delle ragazze, in Burkina Faso il 90%. In Senegal il 25% delle ragazze oltre i 15 anni subisce l’infibulazione. In Mali, Sierra Leone e Liberia l’infibulazione non è perseguibile come reato. In Mali il 73% delle ragazze sotto i 14 anni e l’89% delle donne tra i 14 e i 49 anni ha subito la mutilazione degli organi genitali.La pratica è vietata in circa 50 paesi, ma gli Stati africani firmatari dei trattati internazionali per la lotta contro queste violenze faticano a rispettare gli impegni concordati, anche si è registrata l’adozione di leggi più severe negli ultimi anni. Le autorità politiche in realtà sono ostacolate nel loro intervento dalla prassi consolidata e dal diritto tradizionale che è preminente rispetto al diritto moderno, soprattutto nelle aree rurali. Questo favorisce una cultura dell’impunità, come in Guinea dove ‘accordi amichevoli tra le parti’ ostacolano l’applicazione delle leggi in materia di violenza sessuale. A fronte della costante inefficacia delle istituzioni sono comparsi sulla scena nuovi protagonisti che vogliono cambiare la mentalità e proteggere la vita della donne. Là dove fallisce il lancio di campagne di sensibilizzazione per convincere mariti e uomini ad abbandonare la violenza contro le donne, capi religiosi, autorità locali e donne influenti si pongono come intermediari più legittimi rispetto alla ONG che operano in questi ambiti e che spesso sono viste come estranee alla realtà delle vita delle popolazioni.In Togo, ad esempio, operano le ‘fiosron’, che parlano all’orecchio dei mariti influenti nella comunità per farli intervenire contro i mariti ch maltrattano le donne.In Ciad, dove il 60% delle ragazze sono sposate prima dei 18 anni , le ‘super banat/ le super ragazze’ – giovani militanti femministe – fanno da mediatrici presso le famiglie.In Senegal, dove la cronaca dedica ampio spazio ai femminicidi, anche qualche imam si occupa del problema. Nella preghiera del Venerdì chiedono ai mariti di non violentare le mogli. Dal 1995 si dedica a questa campagna anche la Rete Islam e il Raggruppamento dei Saggi Mussulmani che girano il Paese in incontri in cui presentano argomenti religiosi per convincere i mariti, ad esempio, dell’importanza di lasciare intervalli di tempo tra una gravidanza e l’altra della moglie per proteggere la vita delle madri e spiegano come sia lecito l’uso dei contraccettivi. Sono attività che incontrano tuttavia una forte resistenza nel Paese attraversato in questi anni recenti da una fase ultraconservatrice. La Presidente dell’Associazione Senegalese per il Futuro della Donna, Fatimata Sy, racconta: “la maggioranza dei religiosi complica la nostra attività di sensibilizzazione contro i matrimoni precoci e l’infibulazione. Ci accusano di essere delle ‘bianche’, in senso dispregiativo, e di voler distruggere le nostre tradizioni. Le nostre nonne ci raccontano di essere state infibulate e considerano questa una buona pratica”.La strumentalizzazione politica del concetto di genere è un altro ostacolo all’azione dei mediatori. Continua a spiegare Fatimata Sy : “Non usiamo più il termine genere nelle nostre campagne e nei nostri incontri perché i religiosi l’associano alla promozione dell’omosessualità. Noi parliamo di ‘contrasto alle violenze contro le donne e le ragazze’ per evitare che la gente non ci ascolti o addirittura reagisca con aggressività.Una prova di queste pressioni sono i cambiamenti introdotti a settembre, con l’insediamento del nuovo governo (conservatore): il Ministero della Donna ha cambiato nome, oggi si chiama Ministero della Donna, della Famiglia e della Protezione dell’Infanzia.Un ostacolo veramente duro è rappresentato da molte donne anziane che dovrebbero dare un contributo fondamentale per contrastare le pratiche violente e che invece continuano a ripeterci di essere state infibulate da giovanissime e di considerare questa una buona prassi. Queste loro convinzioni sono un freno alle nostre lotte perché spesso sono proprio loro che fanno mutilare figlie e nipoti.Una altro terreno di lotta riguarda il contrasto all’interiorizzazione di stereotipi sessisti da parte delle donne stesse. Ad esempio in Niger il 60% delle donne intervistate per una ricerca del Ministero della Popolazione affermano che “un uomo ha il diritto di picchiare sua mogli quando lei si rifiuta di avere rapporti sessuali o quando è polemica con lui.” Più del 35% delle donne giustificano un marito che picchia la moglie quando fa bruciare il pranzo.In questa fase in cui le voci femministe del Continente trovano sempre maggiore ascolto, appare cruciale il sostegno a chi interviene sulle comunità e indispensabile la realizzazione dell’obiettivo della scolarizzazione di massa delle bambine per contrastare in modo deciso l’epidemia silenziosa della violenza basata sul genere.Conclude Fatamita Sy : “La vita delle donne in Africa conta così poco ! Questo deve finire.”   A cura Carla Pecis   ​

Quanto è fragile il Presidente?

di Rosangela Pesenti Dopo aver orgogliosamente dichiarato “Sono una donna, sono una madre” e poi “sono una cristiana”, anche per iscrivere la sua esistenza politica in una storia più lunga della cultura d’appartenenza, ora piega simbolicamente il capo al revanchismo patriarcale del terzo millennio dichiarando di essere IL presidente.La sua collocazione simbolica svaluta la sua stessa vittoria e si immette nella storia della sconfitta delle donne fasciste che in Italia si consumò all’interno dello stesso partito con la cancellazione delle personalità più carismatiche, relegando le altre al ruolo che troverà poi nel nome “ausiliarie” il suggello della posizione.Come se Elisabetta prima e seconda o Vittoria avessero rifiutato il titolo di regina e Caterina o Maria Teresa quello di imperatrice.Ripete, in altra storia e contesto (con alcune analogie) la scelta che fu di Teresa Labriola quando ruppe l’articolato mondo femminista degli inizi Novecento dichiarando la sua adesione alla modernità dell’intervento colonialista bellico che guidava l’aggressivo nazionalismo italiano.Quello che è accaduto dopo lo sappiamo e oggi, se vogliamo allungare lo sguardo per immaginare il futuro, non possiamo certo fare riferimento alle sue elaborazioni, ci rivolgiamo invece alle donne che hanno previsto il disastro umano sociale ed economico al quale quel pensiero ha contribuito nei decenni successivi.Per quanto si mostri dura, tenga dritte le spalle, risponda con prontezza agli impresentabili marpioni che si è scelta come alleati, la decisione di quel dettaglio, l’articolo maschile per il ruolo il cui sostantivo vale anche per il femminile, dichiara la visione angusta in cui si inserisce.Non voglio fare previsioni sul futuro ma le sue prime scelte la collocano in linea con tutto il neoliberismo militarista e classista che si sostiene, come sappiamo, sui pilastri del sessismo e della discriminazione come fondamento.La sua presenza di donna potrebbe diventare solo un dettaglio di costume, una nota di passaggio come nel caso di altre allineate al sostegno della politica patriarcale di lunghissima durata.I corpi duri sono spesso molto fragili (mentre i corpi “molli” sono molto più resistenti) e la sua dichiarazione di riconoscimento del maschile come unico genere grammaticale delle istituzioni mostra già quale sia la sua fragilità.Penso che sottovaluti la capacità distruttiva e manipolatoria del patriarcato che ancora domina le istituzioni.Forse lei come politica potrebbe salvarsi, e glielo auguro come persona, del resto ci sono sia donne che uomini capaci di salvarsi dentro i più grandi disastri, ma temo che non fermerà distruzioni già avviate, quelle che molti e molte abitano con cupa rassegnazione e inconsapevole adesione.Non è un caso che la prima donna presidente del Consiglio appartenga a una formazione di destra.L’affermazione delle donne italiane nella storia della Repubblica, leggibile nella sequenza di leggi che hanno costruito, passo dopo passo, lotta dopo lotta, la democrazia in Italia, è stata combattuta in ogni modo da trent’anni a questa parte, e le leggi elettorali sono state uno strumento di distorsione del consenso che, di fatto, ha penalizzato soprattutto quella democrazia delle donne che avevamo appena cominciato a costruire.Una democrazia che disegna spazi di agibilità politica e condivisione abitabili da tutte e tutti.Penso che vadano studiate le donne, come in tutta la storia, perché le donne sono un intero genere discriminato, prima dalle leggi e ancora da ordinamenti e consuetudini,  sono comunque metà o più della popolazione, sono ovunque “fattore riproduttivo” non solo nella funzione biologica, sempre centrale nelle politiche di ogni forma statuale, ma anche nella più vasta e articolata capacità riproduttiva dell’esistenza in tutte le sue forme comprese quelle istituzionali.Il dettaglio del maschile mette Meloni, pur con la sua personale vittoria, nella più generale temporanea sconfitta politica del femminismo e delle donne tutte.Temporanea perché so come si muovono le donne, che appartengono più alla lunga storia delle potenti correnti sotterranee che al breve accadere degli eventi.Ho studiato le donne fasciste e anche le naziste a cominciare dal libro di Maria Antonietta Macciocchi del 1976[1] e da allora parlo della necessità di studiare le donne e le forme del consenso femminile per capire la politica. Mai sottovalutare le idee che avversiamo, vanno conosciute anche per capire se per caso e involontariamente non le stiamo praticando e sostenendo.Senza dimenticare che la vittoria parlamentare della destra è dovuta a una legge-truffa voluta dalla cosiddetta sinistra, favorendo oggi le forze che, diverse ma analoghe, erano state sconfitte nel 1953.Sono convinta che vadano sciolte tutte le organizzazioni politiche fasciste e che il fascismo sia stato una forma di Stato criminale avendo a proprio fondamento quelli che in democrazia consideriamo crimini, anche se siamo ancora molto lontane e lontani da un ordinamento mondiale condiviso che affermi i diritti umani e ne garantisca la tutela in ogni luogo e condizione (compreso il diritto di libera circolazione, ma su questo non mi dilungo). Questo però non è stato fatto e contro la democrazia abbiamo visto trame di tutti i tipi con larghe complicità collusioni connivenze anche istituzionali.Che fare quindi?Per fare è indispensabile l’attenzione ai contesti e la qualità delle relazioni, ripensare l’economia di scambio simbolico del valore che attraversa l’accumulazione delle ricchezze e lo sfruttamento di chi lavora per la concretezza della vita, che è sempre materialmente culturale.Come scriveva dieci anni fa Lidia Menapace, camminando sulle tracce lasciate dalle ultime intuizioni di Rosa Luxemburg, “(…) si palesa impellente il compito di preparare almeno una cultura diffusa che ci spinga a fare lotte, costruire relazioni, ridisegnare la vita quotidiana, insomma a preparare un’alternativa, un antagonismo, che non può essere nemmeno più fatto di grandi o grandissime lotte disarticolate, bensì di un tessuto socioculturale che si incomincia a tessere nelle relazioni, nelle occasioni che si storicizzano memorizzandole, costruendo perciò una teoria concreta, per le occasioni storiche da cui prende il via, e di prospettiva perché misura la propria gittata verso il futuro”.[2]       [1] Maria Antonietta Macciocchi, La donna nera, Feltrinelli, Milano, 1976 [2] Lidia Menapace, … A furor di popolo, Suppl. a Marea 4/2012, p. 21-22​      

AIFA e la pillola contraccettiva

L’UDI considera pilatesca la decisione presa lo scorso 5 ottobre dall’AIFA- Agenzia Italiana del Farmaco- riguardo alla gratuità della contraccezione per le giovani donne fino a 25 anni. Il ministro della Salute Roberto Speranza da mesi aveva chiesto all’Agenzia di determinarsi positivamente in proposito e persino gli organi di stampa nazionali ne avevano preannunciato la decisione in tal senso. All’ultimo momento l’AIFA ha deliberato di prolungare l’istruttoria, per valutare meglio l’impatto “economico” del passaggio alla gratuità della pillola contraccettiva.Buttarla sui riflessi di tale determinazione sulle casse dello Stato significa solo procrastinare per l’ennesima volta l’effettività del diritto alla contraccezione a carico del sistema sanitario nazionale. Un diritto che, “a carico dell’ente o del servizio cui compete” fu riconosciuto dalla legge 405 /1975, istitutiva dei consultori pubblici, e ribadito alla legge 194/1978, ma che purtroppo ancora oggi rimane privo di norme in grado di renderlo concretamente esercitabile con una” miopia” sconcertante se non ne conoscessimo le cause di sessismo e discriminazione.Così mentre in Francia la gratuità della contraccezione per le donne fino a 25 anni è stata decisa sin dal gennaio 2022 ed in altri Paesi europei sono stati già approntati programmi di rimborso per una ampia categoria di contraccettivi, in Italia si attende ancora di valutare l’aspetto economico di tale scelta. Senza mettere per nulla sul piatto della bilancia che il costo di un’interruzione di gravidanza è di gran lunga più oneroso per il bilancio pubblico.Sembra proprio che non si valuti che nel nostro Paese la maggioranza dei giovani è sessualmente attiva e non intende divenire genitore, come dimostra il dato secondo il quale il 9,43% delle IVG annuali riguarda le giovani tra i 15/24 anni. All’indirizzo di questo parte di persone, per le quali il costo della contraccezione può risultare oneroso, avrebbe dovuto essere rivolta la decisione dell’AIFA, che si attendeva da anni. Si è deciso di non decidere ed il prossimo rinnovo dei componenti di tale Agenzia non consente di sperare in meglio, mentre dovrebbe riprendere un massivo intervento nelle scuole sull’informazione /educazione sessuale.L’UDI esprime viva riprovazione per tale non scelta, che avrebbe reso disponibile direttamente in farmacia la contraccezione gratuita per le giovani fino a 25 anni. Così si sarebbe ovviato anche alle disparità territoriali concernenti la somministrazione gratuita dei presidi contraccettivi. Difatti tre sono le Regioni italiane che la consentono, Puglia, Toscana ed Emilia Romagna, ma solo tramite i consultori pubblici per altro non sufficientemente sostenuti.La mancata decisione dell’AIFA, continua a negare la tutela dei diritti riproduttivi femminili, nonché la salvaguardia del diritto alla salute delle donne che utilizzano la pillola contraccettiva per prevenire eventuali patologie oncologiche uterine. Continueremo a vigilare sul mancato rispetto delle facoltà e dei bisogni delle donne sulla scelta se divenire o no madri e nel contempo continueremo a sollecitare le istituzioni pubbliche (come facciamo da decenni) a porre in essere atti idonei alla difesa del diritto ad una maternità consapevole e responsabile. UDI NAZIONALE Roma 8 ottobre 2022    ​

Fuori la guerra dalla storia

                                                                  Interviste rilasciate per il calendario UDI 2023 "Fuori la guerra dalla storia".   

Aborto e diritto alla salute

Link alla petizione su Change.org Richieste alle istituzioni a due anni dalle nuove linee di indirizzo sull’interruzione volontaria di gravidanza con metodo farmacologicoSpett.li Ministero della Salute, Istituto Superiore di Sanità, Consiglio Superiore di Sanità L’interruzione volontaria di gravidanza legale, sicura e gratuita è un obiettivo di salute pubblica oltre che un diritto umano. In Italia, nonostante la legge 194/78, questo diritto è violato quotidianamente per i motivi che elenchiamo in questa petizione. Da Women on Web, organizzazione internazionale che fornisce supporto e farmaci per l’aborto in telemedicina, sappiamo che nei primi quattro mesi di quest’anno sono state ben 142 le richieste dall’Italia, quasi una al giorno. Sono molte altre le persone che non hanno trovato nei servizi del proprio paese una risposta, in spregio all’articolo 32 della Costituzione italiana. Vorremmo porre la vostra attenzione sul fatto che:in Italia abbiamo un sistema di sorveglianza sull’attuazione della legge 194/78 dove, tra l’altro, si monitora il fenomeno dell’obiezione di coscienza e si misura la sua incidenza purtroppo non a livello della singola struttura ma con medie regionalidall’ultima relazione ministeriale sull’applicazione della legge 194 (dati 2020), risulta che il 35% degli ospedali rifiuta di fornire il servizio IVG, e i Dirigenti Sanitari e Amministrativi non sono sanzionati per la mancata applicazione dell’art 9 della legge 194/78le persone che usufruiscono dei servizi legati all’interruzione di gravidanza non riescono ad orientarsi non solo per conoscere con precisione quali sono gli ospedali che forniscono tale servizio ma nemmeno sulle procedure e sulla legislazione in merito, poiché nessun sito regionale o nazionale riporta tali dati sotto forma di informazioni chiare e precisele linee di indirizzo su IVG medica proposte dal Ministro della salute nell’agosto 2020, dopo la pandemia, NON sono recepite dalla maggioranza delle Regioni – con l’eccezione di Lazio, Toscana, Emilia Romagna e parzialmente dall’Umbria. Nelle Marche, addirittura, gli ospedali continuano a somministrare i farmaci fino alla 7 settimana, nonostante le indicazioni dell’Agenzia italiana del farmaco. Tranne il Lazio e l’Emilia Romagna, nessuna Regione ha organizzato i servizi in modo tale da svolgere la IVG medica anche nei consultori, come previstoin altri paesi europei come Irlanda, Regno Unito, Francia e Svezia è possibile praticare l’aborto medico in telemedicina attraverso l’ausilio di medici di famiglia e ostetriche. In Italia solo alcune mediche volontarie di “Pro-choice rete italiana contraccezione aborto” applicano le nuove leggi sulla telemedicina per fornire alle donne almeno la certificazione necessaria per poter accedere in ospedale ad una IVG del primo trimestre Viste le ultime Linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità (08/03/2022), dove si raccomanda:la piena depenalizzazione dell’aborto (p. 24)che l’aborto sia disponibile su richiesta della donna, ragazza o altra persona incinta (p.26)evitare periodi di attesa obbligatori per l’aborto (p. 41) Chiediamo quindi:che, nell’ottica di applicazione delle direttive europee in tema di trasparenza e open data, i dati sull’interruzione di gravidanza siano resi disponibili in formato aperto, machine readableche la legge 194/78 sia applicata appieno anche sanzionando le aziende sanitarie  che non forniscono servizi IVG (35% nella relazione ministeriale) che siano trovati meccanismi premianti per i/le dirigenti dei servizi che applicano appieno la legge e/o penalizzanti per chi non la applicache il Ministero abbia un sito internet con pagine esplicative chiare e con mappe aggiornate, in più lingue, sui temi e sui servizi per IVG e contraccezione. L’accesso all’informazione ha un ruolo chiave nell’accesso all’aborto legale, sicuro e gratuitoche vi sia un numero verde per le richieste di IVG (ne esistono già vari su Aids o ludopatie) che risponda almeno 12 ore al giorno per orientare con urgenza chi cerca una IVG. Ne esistono simili in Irlanda o Francia gestiti da associazioni e finanziati dallo Statoche chiunque lo necessiti possa sapere dove si praticano Ie IVG chirurgiche, farmacologiche e ITG (interruzioni terapeutiche di gravidanza)che le Regioni siano obbligate a fornire dati sui servizi IVG, se aperti/non aperti/medici/chirurgici, in tempo reale e che non sia una caccia al tesoroche le Regioni abbiano un sito sempre aggiornato in cui siano presenti indirizzi, orari e telefoni cellulari dei consultori.che la salute sessuale e riproduttiva sia insegnata, praticata e diffusa tra il personale socio-sanitario e che vi sia formazione corretta sin dalle scuole dell’infanzia e dell’adolescenzache la contraccezione sia gratuita per tuttз (art. 2 legge 405/75 sui consultori), che i LARC (long acting reversibile contraceptives) siano incentivati, presenti ed applicati in tutti i consultoriche le linee di indirizzo siano mandatorie per le Regioni che possano essere sanzionate se non le recepiscono ed attuanoche, in ottemperanza alle Linee di indirizzo 2020, la gestione ambulatoriale e consultoriale dell’ ivg farmacologica preveda, per chi lo desidera, la somministrazione del farmaco abortivo a casa, garantendo la sorveglianza del processo abortivo in telemedicinache anche l’intera procedura dell’IVG farmacologica, se richiesto, possa essere gestita in telemedicina, come dimostrato dalle recenti esperienze del Regno Unito e della Francia e sostenuto dalle Linee Guida 2022 dell’ OMSche vengano pienamente assunte le raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità come premessa per l’autodeterminazione delle persone che possono rimanere incinte, quindi: piena depenalizzazione dell’aborto; abolire regolamenti che limitano l’aborto in base a determinate condizioni; far sì che l’aborto sia disponibile su richiesta della donna, ragazza o altra persona incinta; abolire leggi (o parti di esse) che prevedono periodi di attesa obbligatori per l’abortoche siano riviste le convenzioni con enti privati, per consentire la necessaria privacy alle persone che accedono, quindi abolizione della impegnativa per l’esecuzione dell’aborto, e nel caso di diagnosi prenatale che si tolga la convenzione a quelle strutture che fanno diagnosi prenatali, ma non eseguono aborti, affinché sia assicurata la continuità assistenzialeche siano riviste le indicazioni sui farmaci per le IVG da AIFA attualmente vetuste e contraddittorie (Cervidil è fuori commercio!)  Siamo disponibili a partecipare a un tavolo di confronto al Ministero che cerchi le soluzioni e le risposte a queste nostre richieste data: 10/8/22 FirmePro-choice Rete italiana contraccezione abortoUDI-Unione Donne in ItaliaSenonoraquando? Coordinamento nazionale comitatiLAIGA Libera Associazione Italiana Ginecologi per Applicazione legge 194CGIL Politiche di genereAssociazione Vox-dirittiTorino città per le donneIVG – Spazio alle Donne, gruppo telegram di auto-mutuo aiutoRete + di 194 voci TorinoRete delle donne AntiViolenza Aps OnlusAssociazione Vita di Donna OdVFərociaNon Collettivo QueerPeriod Think Tank ApsRu2020 – Rete Umbra per l’AutodeterminazioneUDI Perugia – Unione Donne in ItaliaMujeres Libres Bologna      

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Attraverso l’azione politica, culturale e sociale, lavoriamo da ottant'anni per l'autodeterminazione della donna, per affermare il rispetto e l’inviolabilità dei corpi, contro ogni forma di sfruttamento e mercificazione. Crediamo che i diritti delle donne siano una misura fondamentale dei diritti umani e una condizione indispensabile per una società più giusta. Riaffermiamo con immutata convinzione il ripudio della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali e promoviamo la pace tra i popoli, la nonviolenza e la difesa non armata. 

 

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