SOCIAL FEED

I NOSTRI EVENTI 

Fuori la guerra dalla storia!

Ci sono stati e continuano ad esserci guerre e massacri di esseri umani in tutto il mondo. Continua la distruzione di nazioni intere con la loro ricchezza di arte e cultura. Il sistema di potere fa di tutto per convincerci della giustezza degli interventi armati e sono state coniate nuove espressioni, ridicoli ossimori, come guerra per la democrazia, guerra umanitaria. E adesso il conflitto in Ucraina rischia di travolgere l’intera Europa ma, come tutte le guerre, non giunge inaspettato e non era inevitabile. C’è dietro una storia di prove di forza, di un passo dietro l’altro per presidiare territori, secondo la logica del non cedere nulla all’avversario e secondo gli interessi sovranisti del capitale e dell’industria bellica. Ma questo non è tema su cui è consentito il dibattito perché attiene ai potenti decidere dell’ordine del mondo. Di fronte allo scenario di feroce aggressione ci viene imposta un’unica lettura che legittima una risposta ulteriormente aggressiva, senza margini per una valutazione critica delle responsabilità del passato, né delle conseguenze e dei rischi per il futuro. Si alzano i toni perfino nella dialettica interna del nostro paese, riducendo qualsiasi ragionamento allo schieramento a favore o contro Putin. Pur parlando astrattamente di negoziati, non si percorrono adeguate strategie diplomatiche per una mediazione che ponga fine al macello di donne, bambini, uomini e alla distruzione dell’Ucraina. Al contrario aumentano le spese militari, aumenta pericolosamente l’aggressività verbale, in una becera personalizzazione dello scontro che nulla ha a che vedere con la cultura della risoluzione dei conflitti che da decenni viene coltivata dal pacifismo e dal femminismo. Noi donne vogliamo cancellare l’idea stessa di guerra, anacronismo distruttivo che contraddice ogni concezione progressiva e umanitaria. Vogliamo trasformare l’ordine della forza e del dominio, che genera guerra e morte, nell’ordine dell’amore e della cura che genera vita. La nostra passività ha permesso agli uomini di calpestare i nostri valori e di impadronirsi in nome della patria del frutto delle nostre viscere, mandando al macello i figli come bestie per fare gli interessi dei guerrafondai (M. Occhipinti Una donna libera) NON VE LO PERMETTEREMO PIÙ! La storica estraneità delle donne dai luoghi di potere maschile in cui si decidono e si dichiarano le guerre è il punto di forza da cui gridiamo: NO ALLA GUERRA! NO ALLE ARMI! MAI PIU’ CADUTI/MARTIRI EROI DI GUERRA! Lo grideremo OGNI DOMENICA MATTINA DALLE 11,00 ALLE 13,00 PRESSO LA STATUA DELLA LIBERTÀ, monumento dedicato ai caduti della Prima guerra mondiale, fino a quando non cesserà la follia delle armi, fino a quando i potenti dell’Occidente non si siederanno con i potenti della Russia per avviare seri negoziati di pace. UDIPALERMO - Le Rose Bianche - Donne CGIL Palermo - Coordinamento Donne ANPI - Associazione Donne Islamiche FATIMA - Emily - Donne Caffè filosofico Bonetti - Fidapa sez. Palermo Felicissima - sez. Mondello - Lab Zen 2 - Il femminile è politico - Donne no Muos​

Il coraggio della Corte di Cassazione

XIX Biennale Donna A Ferrara

OUT OF TIME Ripartire dalla natura Mónica De Miranda, Christina Kubisch, Diana Lelonek, Ragna Róbertsdóttir, Anaïs Tondeur  XIX Biennale Donna PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea, Ferrara 27 marzo - 29 maggio 2022  A cura di Silvia Cirelli e Catalina Golban  comunicato stampa  La Biennale Donna torna per la sua XIX edizione: dal 27 marzo al 29 maggio il PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea di Ferrara ospita la mostra OUT OF TIME. Ripartire dalla natura – una collettiva che presenta opere di cinque artiste internazionali: Mónica De Miranda (Portogallo/Angola, 1976), Christina Kubisch (Germania, 1948), Diana Lelonek (Polonia, 1988), Ragna Róbertsdóttir (Islanda, 1945) e Anaïs Tondeur (Francia, 1985). L’esposizione è organizzata da UDI – Unione Donne in Italia e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea del Comune di Ferrara, ed è curata da Silvia Cirelli e Catalina Golban.OUT OF TIME illustra la necessità di ripensare le strutture radicate, riorganizzare le pratiche consolidate in ambito sociale ed economico e mostrare i legami con il dibattito ecologico in corso. Da qualche decennio, e ultimamente in maniera più marcata, si sta consolidando una consapevolezza diversa rispetto all’ambiente naturale che ci circonda. La nostra epoca antropocentrica ha bisogno di essere ripensata tramite nuovi paradigmi, che potrebbero prefigurare un modo altro di essere al mondo.È quindi inevitabile che l’arte affronti attraverso i propri strumenti e linguaggi le questioni ecologiche più pressanti. Le riflessioni che ne derivano da ambiti differenti confluiscono, attraverso una poliedricità di linguaggi artistici (installazioni, fotografie e video) in una mostra che intende esplorare il rapporto tra l’essere umano e l’ambiente, ed esaminare le interazioni tra entrambi i soggetti. Un altro obiettivo di questo progetto è porre l’attenzione sulle modalità di appropriazione dell’ambiente come conseguenza drammatica dello sfruttamento delle risorse naturali.  Le cinque artiste indagano l’interazione e la possibile alleanza tra tutti gli esseri viventi ospitati da questo pianeta. Differenti modelli di lettura e varie prospettive richiamano l’attenzione sui modi in cui la natura è stata stravolta nella ricerca dell’egemonia da parte dell’essere umano, mettendone in luce le ripercussioni sia sull’ambiente sia sul tessuto sociale. L’intreccio tra le varie sperimentazioni artistiche si inserisce in un più ampio e proficuo dialogo con varie scienze, a dimostrazione di come la cooperazione e la ricerca socio-economico ed ecologica siano essenziali per allenare un pensiero comune che scardini la visione antropocentrica. La mostra si apre con l’opera dell’islandese Ragna Róbertsdóttir, artista il cui lavoro è caratterizzato da una forte cifra minimalista, che proietta la propria grammatica stilistica con l’impiego di componenti dall’evidente potenza materica. Lava, vetro, pomice, ossidiana, rocce vulcaniche, sale, o conchiglie caratterizzano una personale impronta espressiva che sfocia in un legame viscerale con il mondo naturale. Oltre ad alcune delle sue opere più significative, come la serie Saltscape, realizzata con sale marino e sale di lava nero, o View, dove domina la lava rossa del vulcano Seydisholar, la Biennale Donna ospiterà anche due lavori site specific: interventi di inconfondibile valenza tattile che rievocano al contempo la magnificenza e la fragilità dell’universo naturale.Di differente sintesi poetica è invece l’approccio della francese Anaïs Tondeur, la cui ricerca si concentra su una pratica artistica di derivazione scientifica, frutto di studi realizzati con la collaborazione di geologi, oceanografi, fisici e antropologi. Le due installazioni multidisciplinari presentate in mostra sono, infatti, la traduzione visiva di indagini scientifiche rispettivamente dedicate alle tracce del petricore, l’inconfondibile odore della pioggia sul suolo asciutto, e all’analisi dei cicli oceanici, di vitale importanza per una maggiore comprensione dei cambiamenti climatici terrestri.La Biennale prosegue poi con il mondo visionario di Mónica De Miranda, portoghese ma di origini angolane, la cui eredità culturale ha fortemente influenzato il suo percorso artistico, portandola all’esplorazione dell’evoluzione ambientale da un punto di vista antropologico. Confrontandosi con le ferite di un colonialismo violento, De Miranda si sofferma sulle convergenze fra stratificazione sociale e il cambiamento dell’ecosistema, proponendo “geografie emozionali” – come lei stessa le definisce – cioè narrazioni urbane che seguono intimi processi identitari.La prevaricazione dell’uomo sulla natura torna baricentrica anche nel percorso creativo della polacca Diana Lelonek, che offrendo una visione critica sui processi di sovrapproduzione, focalizza la sua parabola espressiva sulla possibilità di soluzioni alternative di convivenza e coesione fra mondo naturale e mondo umano. Questo approccio empatico detta le basi di un’interdipendenza fra specie e l’accettazione di uno scenario trasversale di chiara rottura rispetto a quello attuale.Chiude il percorso espositivo, il lavoro di Christina Kubisch, una delle più incisive figure della sound art tedesca. Attingendo a un’estetica inedita, Kubisch è riuscita nell’intento di proiettare “paesaggi acustici” attraverso l’esplorazione del potere del suono. Le sue polifoniche installazioni sonore indagano il cosiddetto inquinamento acustico silenzioso, esperienza sensoriale fondamentale per poter comprendere lo stato di saturazione elettromagnetica diffusa intorno a noi. La mostra è organizzata dal Comitato Biennale Donna dell’UDI (composto da Lola G. Bonora, Silvia Cirelli, Ada Patrizia Fiorillo, Catalina Golban, Anna Quarzi, Ansalda Siroli, Dida Spano, Liviana Zagagnoni) e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea. In occasione dell’esposizione sarà edito un catalogo bilingue italiano e inglese che contiene le riproduzioni di tutte le opere esposte e apparati biografici, unitamente a contributi critici di Silvia Cirelli, Maura Gancitano e Catalina Golban. OUT OF TIME. Ripartire dalla naturaMónica De Miranda, Christina Kubisch, Diana Lelonek, Ragna Róbertsdóttir, Anaïs Tondeur A cura di Silvia Cirelli e Catalina Golban Date27 marzo – 29 maggio 2022 Inaugurazione sabato 26 marzo ore 18.00 Sede espositivaPAC – Padiglione d’Arte ContemporaneaCorso Porto di Mare 5, Ferrara OrganizzatoriGallerie d’Arte Moderna e Contemporanea UDI – Unione Donne in Italia Orari di aperturaDa martedì a domenica, dalle 10.00 alle 18.00 Prenotazioni  InformazioniT. 0532 244949diamanti@comune.fe.it  UDI – Unione Donne in ItaliaT. 0532 206233udi@udiferrara.it  Ufficio stampaSara ZollaT. 346 8457982press@sarazolla.com     

Guerre da fermare una pace da abitare

Care compagne, questa nuova guerra ci lascia sgomente e non è facile trovare parole per dire sentimenti e convinzioni di pace anche se la nostra associazione ha una lunga storia di riflessione e di azione. In questi giorni abbiamo letto e ascoltato molto cercando di trovare parole da condividere con voi. Sentiamo di riconoscerci pienamente nel documento scritto dalle donne di Bergamo che vi trasmettiamo. Un documento che non parte da un'associazione chiedendo adesione e non è nemmeno frutto di mediazioni tra associazioni ma nato dall'incontro tra donne e parole, che ognuna sottoscrive specificando professione, associazione, istituzione d'appartenenza, esponendo se stessa prima del proprio ruolo. Come donne, quindi, vi invitiamo a sottoscriverlo e diffonderlo conservando lo stesso stile politico  di adesione. - Potete inviare le vostre firme qui.- Leggi il documento delle donne di Bergamo.​

Pace e guerra

di Rosangela Pesenti ALLE DONNE CHE VIVONO NEL TERRITORIO DI BERGAMO Alle donne delle istituzioni e delle associazioni, alle donne di partito e senza partito, di fede e senza fedi, alle donne che hanno il cuore multicolore e i piedi per terra, alle donne che hanno pensieri e storie diverse.Alle donne tutte che si riconoscono nelle parole di pace e sanno praticare la pace. Il territorio di Bergamo è diventato drammaticamente famoso nei due anni di pandemia e noi donne sappiamo come abbiamo fatto fronte all’emergenza perché di colpo tutti i lavori della CURA sono diventati centrali, indispensabili come sempre ma di colpo visibili per la sopravvivenza.Bergamo è la provincia del volontariato, che sappiamo a maggioranza femminile e le pratiche di accoglienza dei profughi sono già al lavoro.Dalle donne di Bergamo può partire una voce credibile per tutte, potente come la forza delle nostre vite.Non escludiamo gli uomini ma non possiamo affidarci a loro: il disastro delle loro politiche è palese.Non abbiamo fedeltà da difendere, di nessun tipo, solo proposte da fare, una pace da affermare.  Quando parlano le armi le donne vengono cancellate.Quando parlano le armi le donne vengono costrette a dimenticare la propria storia personale e collettiva e arruolate nello stato di necessità.Viene cancellata la nostra storia, quella della specie umana che ha partorito, accudito, sostenuto, nutrito, cullato, accompagnato.Viene cancellata la storia politica che ha chiesto diritti senza esclusioni, che ha mutato le relazioni umane senza dichiarare nemici, che ha saputo agire pratiche di pace anche in guerra.Il pacifismo è donna non perché le donne sono pacifiche ma perché le donne sanno che cosa conviene alla vita e hanno pagato prezzi troppo alti alle politiche di morte.Le donne sanno che le armi sono il problema e il nazionalismo non è la soluzione perché in ogni conflitto armato ci siamo riconosciute sorelle al di là di ogni confine o trincea, dentro la violenza della distruzione di case e corpi.Nessuna bandiera può sostituire quella della Pace e la solidarietà non è sinonimo di schieramento, parola bellica che invita a cancellare il pensiero.Lavorare per la pace significa avere il coraggio del disarmo e inventare possibilità di dialogo che fermino ogni aggressione.Nell'oscurità dei lager nazisti donne e uomini prigionieri diffidavano di chi era di nazionalità italiana perché erano sospettati di fascismo eppure lì, dentro l'orrore della storia, l'Italia ha trovato il proprio riscatto antifascista.Non confondiamo popoli e governi. La minaccia, le bombe che cadono sulla tua casa, costringono a scelte difficili ma noi che viviamo nelle nostre comode case possiamo agire per la pace. La liberazione dal nazifascismo è stata opera di donne e uomini che amavano la pace e si sono trovati costretti a prendere le armi.La Resistenza fu armata ma non militare, il fondamento non era l’obbedienza agli ordini ma la scelta personale libera e responsabile, scelta che fecero anche molti militari.Chi ha preso le armi per salvare l’Italia non esaltava la violenza e non faceva proprio il mito dell’eroe.Fu un fenomeno collettivo soprattutto di ragazzi che fecero una scelta e di ragazze alle quali non era nemmeno riconosciuta la capacità di fare scelte, e invece le fecero.Una generazione di giovani che trovò la propria guida nelle donne e negli uomini che avevano praticato la lunga resistenza antifascista del ventennio, uomini e le donne che avevano testimoniato l’antifascismo, denunciando totalitarismi e dittature, nelle carceri, nella clandestinità, nell’esilio, al confino e nella lotta impari per salvare la Repubblica spagnola abbandonata dalle democrazie liberali. La democrazia italiana è nata nei lager, nelle carceri, al confino, in esilio, sulle montagne e nelle campagne dove un popolo disperso ha trovato le radici del proprio essere nella storia. Le donne hanno curato queste radici perché altre generazioni potessero godere nuove nascite. Noi donne potremmo costringere ogni soldato a disertare, ogni generale a desistere, ogni governante a trattare.Troviamo insieme il passo da fare per costringere gli eserciti a retrocedere.Sosteniamo le donne russe e ucraine che hanno il coraggio di parlare contro la guerra rischiando in prima persona così come sappiamo aprire le nostre case per accogliere chi fugge dalla guerra senza fare distinzioni. Noi possiamo lavorare perché l’Europa si dichiari continente neutrale cominciando da ogni singolo Stato.Dall’Europa è partito il colonialismo e la ricchezza europea si è costruita con l’imperialismo.In Europa nel Novecento si è costruito il progetto di un impero antisemita, razzista, sessista e classista, il progetto nazifascista che è stato credibile per la variegata politica europea fino al disastro della Seconda guerra mondiale perché costruito esplicitamente contro le istanze di giustizia sociale avanzate dal movimento operaio, contro le istanze di eguaglianza politica e liberazione sociale avanzate dal movimento delle donne, contro i principi di eguaglianza umana e autodeterminazione dei popoli avanzate dai movimento anticolonialisti e anti apartheid. Oggi la guerra è, come sempre, lo strumento per la ridefinizione dei poteri e l’appropriazione delle risorse: per questo le donne, ancora considerate, risorsa, vengono zittite e arruolate in una rinnovata subalternità.Se gli uomini sono ancora quelli della fionda, che volano su ali maligne, irriconoscibili nelle armature uniformi, capaci di distruggere e sfregiare una corolla o un angolo di silenzio, come hanno scritto con straordinaria consapevolezza i poeti, noi non siamo più quelle che chinano il capo, che s’arrabattano per salvare il salvabile, che si occupano solo di piangere i morti e riparare i viventi.Noi donne rivendichiamo la pace, vogliamo imporre ogni pratica di risoluzione dei conflitti, ogni mediazione che salvi vite e territori.Abbiamo assistito impotenti e operose alla nostra disfatta troppe volte.Adesso è tempo di dire BASTA e cominciare un’altra storia, quella in cui la parola guerra diventa termine arcaico di un linguaggio caduto in disuso. 

Intervento al Congresso ANPI Bergamo

di Rosangela Pesenti Sabato 19 febbraio 2022 ho partecipato al Congresso provinciale dell’ANPI di Bergamo come delegata della sezione di Romano di Lombardia.Rendo pubblico l’intervento integrale che avevo scritto e che ho, giustamente, ridotto per stare nei minuti prescritti.In questo momento non mi sembra passata una settimana ma un secolo.Avverto l’inutilità e insieme la necessità non solo delle parole ma soprattutto di lottare contro il senso d’impotenza mantenendo aperti e curando tutti gli spazi democratici.Nel Congresso mi sono sentita in sintonia con la relazione letta dal presidente Mauro Magistrati, che è stato confermato nel suo ruolo, e con le conclusioni del Presidente nazionale.Il mio intervento, pur tagliato, è stato accolto positivamente e sono stati votati all’unanimità gli emendamenti che ho presentato (allegati in fondo).Il presente ci chiede di allenare la creatività politica, la stessa degli uomini e delle donne di cui conserviamo memoria, per trovare le azioni impreviste ed efficaci capaci di generare la pace.INTERVENTO Sono un’attivista femminista da quasi cinquant’anni, una ormai “storica” dirigente nazionale dell’UDI, sempre per anzianità, e la responsabile dell’UDI Velia Sacchi di Bergamo e provincia.Ho diviso l’intervento in capitoli dopo la lettura attenta del documento nazionale. PACEChiedo che oggi votiamo un ordine del giorno con cui chiediamo al governo di dichiarare l’indisponibilità dell’Italia alla partecipazione al conflitto ritirando i militari oggi presenti a Est e di avviare una nuova politica estera basata sul multilateralismo.Riprendo la proposta di Lidia Menapace di cominciare dalla bonifica del linguaggio militare e di sostituire sempre la parola battaglia con lotta, fronte con terreno ecc.Un’azione a costo zero e attuabile da tutte e tutti.Smettiamola di usare la locuzione “alzare e abbassare la guardia” reperto linguistico di cui non conosciamo quasi mai la storia ma che conserva nel presente l’immagine del corpo armato mentre noi abbiamo bisogno di corpi disarmati simbolicamente e mentalmente se vogliamo parlare davvero di nuovo umanesimo.La lingua forma le idee e le immagini mentali, quindi la visione del mondo. Facciamo attenzione alle manipolazioni dell’immaginario, le guerre entrano nel linguaggio della vita quotidiana e lo avvelenano con le metafore belliche mentre contemporaneamente le guerre vengono raccontate usando le metafore sanitarie di malattia, cura e guarigione.La pandemia ha reso visibile i nostri corpi inermi e il valore della cura.Siamo corpi inermi nella malattia, nelle nostre comuni disabilità e limiti, ma siamo corpi inermi anche nell’infanzia e nella vecchiaia, condizioni imprescindibili della vita che dovrebbero entrare nella filosofia del nostro vivere in tutto il tempo che ci è dato e a tutte le età.Dei corpi inermi sono storicamente esperte le donne e lo sappiamo tutte e tutti perché si nasce da una donna. La pace può trovare nella nascita e nella condizione dell’infanzia le metafore più convincenti.La Cura come modo di stare nel mondo e di immaginarlo, modo di vivere quotidiano e postura mentale che genera pensieri di una pace concreta in cui abitare. DONNEI criteri di lettura degli eventi, profondamente sessisti, hanno messo in ombra a lungo la diffusa presenza delle donne che hanno fatto la resistenza e l’hanno resa possibile anche con proprie azioni e organizzazioni. Le donne non hanno partecipato alla Resistenza, hanno FATTO la Resistenza con e come gli uomini.Possiamo dire che la data simbolica di inizio della Resistenza bergamasca, come movimento articolato e sempre più diffuso, è la manifestazione del 4 novembre 1943 alla Torre dei caduti, organizzata dalle donne, che coglie di sorpresa le forze occupanti e i fascisti locali.Il documento nazionale dichiara buone intenzioni ma conserva i criteri sessisti nella stesura.Nel linguaggio: la parola lavoratrici esiste da secoli e deve accompagnare lavoratori se vogliamo che il quadro sia completo.Ci sono storici e storiche, attivisti e attiviste, i e le giovani, i ragazzini e le ragazzine della Resistenza. Come dimenticare Luciana Romoli che cominciò la sua resistenza a otto anni e per questo espulsa da tutte le scuole del regno.A p. 13, dove si parla dell’associazionismo e dei movimenti democratici, sarebbe grave dimenticare l’UDI, Unione Donne Italiane, nata nella Resistenza, e il movimento femminista, che in Italia ha una storia lunga e significativa, certamente più lunga e importante di quella delle Sardine, che pure sono citate.A p. 14, a proposito di immagini di straordinaria potenza simbolica dopo il Papa e Mattarella aggiungerei l’infermiera stremata addormentata sul computer, che ci ricorda lo straordinario lavoro svolto con abnegazione, cura e generosità da donne e uomini nell’emergenza sanitaria.Segnalo che mentre le immagini del Papa e di Mattarella sono state accuratamente costruite quella dell’infermiera è uno scatto casuale, diventato simbolo perché ci siamo spontaneamente riconosciute tutte e tutti. Questo per l’attenzione alla comunicazione mediatica, che non è mai neutra.A p. 31 accanto ad Adriano Olivetti possiamo scrivere anche Luisa Spagnoli o perfino Rosa Genoni, femminista pacifista, che inventa lo stile italiano della moda agli inizi del Novecento.Come ci ha insegnato Lidia Menapace, la cancellazione delle donne dalla lingua e dalla storia è stata un genocidio simbolico che ha favorito uccisioni e persecuzioni materiali.Per questo considero il titolo del capitolo GIOVANI E DONNE un’aberrazione, una sconcertante alterazione della realtà.Giovani e donne non possono essere messi insieme.Essere giovani, donne e uomini, è una condizione transitoria dell’esistenza umana.Le donne sono più della metà della popolazione e hanno espresso una soggettività politica nella liberazione dal nazifascismo e poi sempre nella costruzione della repubblica democratica.Le donne sostengono il paese con il lavoro non pagato svolto nelle case e ovunque nella cura delle persone e delle relazioni, come dimostrano i dati ISTAT, non sono soggetti fragili ma fatte oggetto costante di politiche ingiuste, discriminanti e vessatorie, di pratiche finalizzate alla cooptazione gerarchica e alla subalternità, oltre che di violenza domestica, molestie e una serie di reati purtroppo molto noti perché molto praticati.Le donne sono la risorsa, a fronte di molti comportamenti maschili che sono il problema.I meccanismi discriminatori ancora operanti a tutti i livelli sono la pessima eredità antidemocratica della Stato italiano precedente la nascita della repubblica e rappresentano un vulnus costante per quella democrazia che vogliamo affermare a cominciare dal presente documento.La locuzione QUESTIONE FEMMINILE non si usa più da almeno trent’anni.Propongo di sostituirla con la seguente:L’esistenza e presenza delle donne sono temi centrali per l’ANPI che riconosce l’esistenza di una questione maschile a fronte di quella che è stata a lungo definita questione femminile.Sarebbe un gesto coraggioso, degno della resistenza di cui conserviamo memoria. GIOVANIPenso che chi, come me, è entrata/o felicemente nella vecchiaia deve ascoltare e anche imparare dalle generazioni più giovani, senza paternalismo e nemmeno nella forma accudente del maternage. L’ho imparato nell’Udi dalle donne che definiamo, insieme alle Costituenti, madri della Repubblica. A chi è giovane non serve il compiacimento e l’accondiscendenza acritica, a chi è giovane serve la tradizione di dibattito critico rinnovata proprio nella Resistenza dopo le censure e cancellazioni del ventennio, perché giovane è sempre vincente ma non per questo sempre positivo. Il motto “largo ai giovani” fece la fortuna del fascismo e sappiamo com’è andata. LAICITA’Vorrei fosse sottolineata la laicità come fondamento della democrazia.Conservare la memoria di cosa fu il fascismo, di come andò al potere e governò per vent’anni significa ricordare che un Papa definì Mussolini l’uomo della provvidenza, Matteotti era già stato assassinato, così come Piero Gobetti, molti antifascisti torturati e uccisi, era già stato istituito il Tribunale speciale che avrebbe mandato alla morte, in carcere e al confino le donne e gli uomini che si opponevano al regime, dai liberali ai comunisti.Nel dopoguerra, 1949, un anno non casuale, la scomunica di chi votava comunista, nonostante i comunisti e le comuniste fossero stati fondamentali per la liberazione dell’Italia dal nazifascismo, ha rappresentato una pesante ipoteca sulla libertà di voto appena conquistata.Lo ricordo perché il documento afferma la scelta pacifista come prevista dalla Costituzione, mi piacerebbe fosse ricordato esplicitamente l’art. 11 e la frase espressa da un verbo inequivocabile: l’Italia ripudia la guerra.Oggi si racconta il primato di un pacifismo confessionale perciò vorrei ricordare a tutti noi che la pace è un’affermazione recente sia per la religione cattolica che per la religione islamica che, lo ricordo per inciso, conservano una forte impostazione patriarcale e discriminatoria nei confronti delle donne.La cultura di pace e l’affermazione del pacifismo nasce nel dibattito della Seconda Internazionale, del femminismo e del variegato movimento democratico europeo soprattutto dopo la guerra franco-prussiana del 1870 e continua fino ai giorni nostri.Ho ascoltato alla radio la lettura della dichiarazione del fondatore della Comunità di Sant’Egidio: affermerebbe che il pacifismo, quello che riempì le case e le piazze nel 2003 era di sinistra, quindi ideologico. Scendo in piazza con chiunque sia dalla parte della pace ma diffido di chi vuole prendere la testa del corteo e usa la stessa denigrazione delle destre.Mi ricorda i tempi in cui ero considerata ideologica perché insegnavo la storia del Novecento, della Shoah e anche delle Foibe mentre erano considerate oggettive le colleghe che omettevano e censuravano la storia.Nella scuola italiana insegnare che la storia è fatta dagli uomini e dalle donne è ancora oggi considerato un vezzo aggiuntivo e non determinante.La liberazione dal nazifascismo è stata opera di donne e uomini che amavano la pace e si sono trovati costretti a prendere le armi.Come ricordava sempre Lidia Menapace, la resistenza fu armata ma non militare, il fondamento non era l’obbedienza agli ordini ma la scelta personale libera e responsabile, scelta che fecero anche molti militari.Chi ha preso le armi per salvare l’Italia non esaltava la violenza e non faceva proprio il mito dell’eroe.Fu un fenomeno collettivo soprattutto di ragazzi che fecero una scelta e di ragazze alle quali non era nemmeno riconosciuta la capacità di fare scelte e invece le fecero.Una generazione di giovani che trovò le proprie guide nelle donne e negli uomini che avevano praticato la lunga resistenza antifascista del ventennio, uomini e le donne che avevano testimoniato l’antifascismo nelle carceri, nella clandestinità, nell’esilio, al confino e nella lotta impari per salvare la Repubblica spagnola abbandonata dalle democrazie liberali.Così è nata la democrazia in Italia. EUROPAPenso che dobbiamo lavorare perché l’Europa si dichiari continente neutrale.Dall’Europa è partito il colonialismo e la ricchezza europea si è costruita con l’imperialismo.In Europa nel Novecento si è costruito il progetto di un impero antisemita, razzista, sessista e classista, un progetto che è stato credibile per la variegata politica europea fino al disastro della seconda guerra mondiale perché costruito esplicitamente contro le istanze di giustizia sociale avanzate dal movimento operaio, contro le istanze di eguaglianza politica e liberazione sociale avanzate dal movimento delle donne, contro i principi di eguaglianza umana e autodeterminazione dei popoli avanzate dai movimento anticolonialisti e anti apartheid.L’ANPI non è un partito e non ha compiti di mediazione istituzionale perciò può indicare mete coraggiose e inequivocabili in una visione chiara delle necessità del presente. MEMORIA e GIUSTIZIARicordo che per la conservazione e valorizzazione della memoria è fondamentale il rapporto con gli Istituti storici della Resistenza e dell’età contemporanea il cui lavoro, qui a Bergamo e in questo contesto, è certamente noto e riconosciuto. In aggiunta alla lotta per la verità, occorre impegnarsi per la giustizia. Malgrado la valorizzazione della memoria – diventata sempre più un oggetto politico e discorsivo – la violenza nazifascista che ha colpito l’Italia durante la guerra di Liberazione rimane confinata in celebrazioni non sempre sufficienti e nell’ingiustizia. Infatti, sulle stragi e le deportazioni avvenute in Italia dal 1943 al 1945 la giustizia non c’è stata. I responsabili, nonostante le condanne penali emesse in Italia, sia negli anni Quaranta che dopo la riemersione dell’Armadio della vergogna e sino al 2015, sono rimasti impuniti perché la Germania non li ha estradati. Da alcuni anni pendono cause civili per il risarcimento economico, a carico dello Stato tedesco, davanti ai tribunali italiani. Sono processi che devono ricevere il sostegno dell’Anpi – che in passato si era costituita parte civile nei dibattimenti penali – almeno a livello di prese di posizione pubbliche di solidarietà.Il lavoro svolto dagli Internati Militari Italiani in forma schiavile nei campi nazisti non è mai stato riconosciuto né risarcito in alcun modo. RAPPRESENTANZA – RAPPRESENTAZIONE in una società democraticaSe pensiamo alla composizione sociale della Resistenza possiamo renderci conto che oggi mancano molte persone nella visibilità del dibattito mediatico, e mi chiedo quante siano anche qui tra noi: braccianti, badanti, rider, colf, ragazze e ragazzi che frequentano le scuole professionali, non solo i licei, donne e uomini del mondo operaio artigianale e industriale, del lavoro dipendente, insegnanti di scuola primaria e dell’infanzia non solo docenti dell’università, educatrici precarie e malpagate, educatori socialmente invisibili. Potrei continuare l’elenco.C’è qualcosa di inafferrabile, ma molto molto concreto che fa la differenza nelle relazioni tra le persone ed è di questa differenza che abbiamo bisogno oggi: la capacità di esporsi per ciò che si ritiene giusto, l’impegno a coltivare speranza anche quando vorremmo disperare, stare accanto alle persone quando altri si ritirano. Politica è metterci la faccia e cercare mediazioni eticamente democratiche, per quella convenienza collettiva che non è mai il proprio tornaconto, essere di parte con chiarezza senza semplificare le posizioni in schieramenti, stare sulla terra senza definire fronti.  n. 5 EMENDAMENTI al DOCUMENTO NAZIONALE proposti da Rosangela Pesenti approvati dall’assemblea delCongresso di Bergamo, Auditorium Piazza Libertà 19 febbraio 2022(in corsivo il documento nazionale) p. 391. GIOVANI E DONNEdividere il capitolo con due titoli(in corsivo il testo originale) A. DONNE  La questione femminile è altro tema centrale per l’Anpi. Viene sostituito con:L’esistenza e presenza delle donne sono temi centrali per l’ANPI che riconosce l’esistenza di una questione maschile a fronte di quella che è stata a lungo definita questione femminile.Le donne sono più della metà della popolazione e hanno espresso una soggettività politica nella liberazione dal nazifascismo e poi sempre nella costruzione della repubblica democratica.Le donne sostengono il paese con il lavoro non pagato svolto nelle case e ovunque nella cura delle persone e delle relazioni, come dimostrano i dati ISTAT, non sono soggetti fragili ma fatte oggetto costante di comportamenti ingiusti, discriminanti e vessatori.I meccanismi discriminatori, ancora operanti a tutti i livelli, sono la pessima eredità antidemocratica della Stato italiano precedente la nascita della Repubblica e rappresentano un vulnus costante per quella democrazia che vogliamo affermare a cominciare dal presente documento e in tutte le nostre azioni.Pur essendo la maggioranza e pur avendo, dagli albori del voto del 2 giugno 1946, raggiunto una serie di obiettivi di emancipazione civile e sociale, le donne italiane vivono ancora in una condizione discriminata, e in più sono vittime dell’imbarbarimento del nostro tempo; la violenza contro le donne è un dramma mondiale e nazionale che conferma la carica di brutalità e di aggressività diffusa nella pancia della società e alimentata da centrali mediatiche dell’odio e della paura, da una spettacolarizzazione della violenza oramai abituale. In Italia peraltro si moltiplicano circoli politici e culturali di stampo oscurantista che auspicano una generale regressione dei diritti di parità.Questa deriva va attivamente contrastata e va promossa, contestualmente, una valorizzazione di genere all’interno dell’Anpi. Peraltro, anche in questo caso l’insegnamento viene dalla Resistenza: basti pensare alle partigiane e alle staffette, e di conseguenza al contenuto liberatorio di quella esperienza storica per le donne. B. GIOVANI DONNE E UOMINI (titolo modificato)L’Anpi mette al centro della sua attenzione il tema delle giovani generazioni, che sono confinate nelle [adeguamento sintattico] categorie più deboli e di conseguenza le più colpite dalla crisi attuale nel mercato del lavoro. Ciò rappresenta un grave ostacolo allo sviluppo civile e sociale del Paese: una generazione condannata alla disoccupazione o a lavori dequalificati, le giovani donne restano [adeguamento sintattico] un genere che mantiene ancora, nonostante tanti avanzamenti, una condizione di subalternità.Se è vero che la cultura largamente prevalente è quella delle classi dominanti, va analizzata la cultura delle nuove generazioni, segnata dalla interruzione della tradizionale trasmissione della memoria e dalla pressoché contestuale affermazione, specialmente grazie alla rivoluzione tecnologica e alla progressione geometrica dello sviluppo del web, di modi del tutto inediti di comunicazione e di socializzazione, di nuovi stili di vita, di diversi linguaggi, cui corrisponde un pesantissimo ritardo formativo, inteso nella sua accezione più ampia. Pure da questa generazione nascerà la futura classe dirigente che, anche per effetto del blocco dell’ascensore sociale, sarà inesorabilmente condizionata dal ceto di provenienza. C’è il pesante rischio di un ritorno al passato, ad una rigida selezione di censo. Peraltro nei/nelle più giovani germogliano nuovi fermenti, in particolare sui temi della tutela ambientale e del riscaldamento globale.L’approccio dell’Anpi deve escludere qualsiasi atteggiamento predicatorio o paternalistico, come pure di inerte attesa che i e le giovani vadano all’Anpi. È l’Anpi con le sue strutture, i suoi gruppi dirigenti, i suoi attivisti, che deve andare verso i giovani con la massima capacità di ascolto e la massima disponibilità. Il tema è vitale anche per il futuro dell’Associazione, la cui età media è molto alta; l’Anpi ha bisogno di nuova linfa, di nuovi modi di pensare, di una leva giovane che sia in più diretto contatto con le dinamiche sociali, psicologiche ed anche esistenziali di un mondo che cambia. La nuova linfa, lungi dal cambiare la natura dell’Associazione, ne rafforzerà le radici, dal momento che i protagonisti della Resistenza furono prevalentemente giovani, ragazzi e ragazze, ragazzini e ragazzine. [vedi emendamento n. 3 approvato dall’assemblea] 2. MEMORIAp. 25Testo da inserire al termine del paragrafo:In aggiunta alla lotta per la verità, occorre impegnarsi per la giustizia. Malgrado la valorizzazione della memoria – diventata sempre più un oggetto politico e discorsivo – la violenza nazifascista che ha colpito l’Italia durante la guerra di Liberazione rimane confinata in celebrazioni non sempre sufficienti e nell’ingiustizia. Infatti, sulle stragi e le deportazioni avvenute in Italia dal 1943 al 1945 la giustizia non c’è stata. Ricordiamo che i responsabili, nonostante le condanne penali emesse in Italia, sia negli anni Quaranta che dopo la riemersione dell’Armadio della vergogna e sino al 2015, sono rimasti impuniti perché la Germania non li ha estradati. Da alcuni anni pendono cause civili per il risarcimento economico, a carico dello Stato tedesco, davanti ai tribunali italiani. Sono processi che devono ricevere il sostegno dell’Anpi – che in passato si era costituita parte civile nei dibattimenti penali – almeno a livello di presa di posizione pubblica di solidarietà.Ricordiamo che il lavoro svolto dagli Internati Militari Italiani in forma schiavile nei campi nazisti non è mai stato riconosciuto né risarcito in alcun modo. 3. MODIFICHE LINGUISTICHE PER UNA CORRETTA RAPPRESENTAZIONE DI DONNE E UOMINI p. 3 … dell’equilibrio tra attività umane e natura p. 5, 10, 38, 39 … lavoratori e lavoratrici p. 5 …Giovani donne e uominiLa piena ed egualitaria cittadinanza delle donne p. 8 … degli e delle invisibili (penultimo capoverso) p. 23 … e delle cittadine p. 27… ragazzi e ragazze, ragazzini e ragazzine p. 31Stato, imprese, lavoratori e lavoratrici aggiungere Luisa Spagnoli come esempio accanto ad Adriano Olivetti p. 35con lo sguardo delle donne, non solo degli uomini p. 36La scuola …formare cittadini e cittadine p. 40i e le giovaniattivisti e attiviste p. 42 storici e storiche 4. RAPPRESENTAZIONE CORRETTA ASSOCIAZIONI E MOVIMENTIp. 13 dove si indica l’associazionismo, aggiungere:UDI e Movimento femminista  5. BONIFICA DEL LINGUAGGIO DALL’USO METAFORICO DELLA TERMINOLOGIA BELLICAriprendendo la storica proposta di Lidia Menapace p. 26 su diversi terreni (invece di fronti)la lotta antirazzista invece di battaglia p. 27 terreni di ricerca invece di fronti p. 31, 33, 37lotta invece di battaglia     

...
...

ULTIME NOTIZIE

 

#SENZACONSENSOE'STUPRO

 

Attraverso l’azione politica, culturale e sociale, lavoriamo da ottant'anni per l'autodeterminazione della donna, per affermare il rispetto e l’inviolabilità dei corpi, contro ogni forma di sfruttamento e mercificazione. Crediamo che i diritti delle donne siano una misura fondamentale dei diritti umani e una condizione indispensabile per una società più giusta. Riaffermiamo con immutata convinzione il ripudio della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali e promoviamo la pace tra i popoli, la nonviolenza e la difesa non armata. 

 

Visita il nostro archivio digitale

Sede Nazionale - Archivio Centrale

Via della Penitenza, 37 - 00165 Roma      aperto dal lunedì al venerdì, dalle 10.00 alle 16.00

Tel 06.68807103 - 06.6865884 - Cell  375.9421121 - udinazionale@gmail.com - udinazionale@pec.it