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Contrasto alla discriminazione o violenza per sesso, genere o disabilità

Video dell'intervento di Daniela Dioguardi durante le Audizioni informali, in videoconferenza, nell'ambito dell'esame dei ddl nn. 2005 e 2205 (Contrasto alla discriminazione o violenza per sesso, genere o disabilità)(Dal minuto 3:33:00) 

Conferenza stampa sentenza CEDU su caso Bakarat

75 anni di Repubblica

2 giugno 1946, il voto delle donne che cambiò la storia La fila lunghissima. La ragazza davanti piena di paura: «E se sbaglio?». L’immagine riaffiora davanti agli occhi di Maria Lisa (Marisa) Cinciari Rodano come se l’avesse vista ieri. Mattina del 2 giugno 1946, Roma, la prima volta al voto delle donne: «Il cuore mi scoppiava nel petto. Per arrivare a quel giorno avevamo tanto lottato e tanto sofferto». A cent’anni – compiuti a gennaio – la vita si mostra per quello che è stata davvero: «E quel 2 giugno ho provato l’emozione più grande. Capivamo che c’era un ruolo, per noi. Che era sacrosanto pretenderlo e agirlo». Marisa, a dire il vero, quel ruolo se l’era preso da ragazza in via del Seminario, al circolo La Scaletta: «Ci incontravamo per parlare. Del fascismo, della libertà ,di quel che potevamo fare per cambiare il Paese». Di lì l’adesione completa alla Resistenza, l’impegno in università, l’arresto e la detenzione. Non l’ha fermata niente: tra le fondatrici dell’Unione donne italiane, di cui è stata poi presidente, da votante è presto diventata votata, parlamentare del Partito Comunista dal 1948 fino al 1968, prima donna vicepresidente della Camera, europarlamentare. La prova che le donne possono contare, senza quote rosa. Oggi ancora non vuol fermarsi: «Mi irrita vedere i diritti delle donne calpestati. Mi rattrista pensare che le giovani pensino che i diritti che hanno ci siano stati sempre – spiega –. Ho un appello da fare per questo 2 giugno, ed è proprio a loro, le più giovani: impegnatevi in politica, scendete in campo, non solo per il vostro interesse personale (oggi vedo troppo individualismo in politica), ma per quello di tutti, per lo sviluppo democratico del nostro Paese e dell’Europa». In un’altra casa di Roma anche Iole Mancini, che di anni ne ha compiuti 101, ricorda il 2 giugno con commozione: «È una gioia immensa e insieme una ferita aperta – racconta un’altra campionessa della Resistenza –. Perché per quel 2 giugno ho visto morire tante persone. Mio marito arrestato, io prigioniera e torturata dai nazisti, il camion guasto che mi ha salvato la vita: io fui rimessa in cella, gli altri che invece partirono quel giorno furono ammazzati alla Storta». Eppure «cosa poteva chiedere di più una donna? Mi presentai a votare con il cuore in gola, una sensazione che ricorderò finché vivo». Più forte di tutto, persino della chiamata di Mattarella martedì scorso: «Mi ha nominato grande ufficiale della Repubblica. Ecco io sono qui a testimoniare, con la mia storia, che la vita continua nonostante tutto e che i giovani devono trovare la forza di cambiare la storia».Come si spiegano, la democrazia e la Repubblica per cui si votò quel 2 giugno. «Mamma lo faceva in tre parole» spiega Katia Graziosi, presidente dell’Udi di Bologna. A fondare la sezione locale è stata proprio sua madre Anna Zucchini, operaia alla Ducati, prima donna a organizzare uno sciopero in fabbrica (e per questo poi licenziata). «S’inventò le riunioni di caseggiato: andavano, le donne più giovani, a spiegare nei cortili alle altre perché dovevano votare. Spesso si affacciavano soltanto gli uomini: "Dove sono le donne?", e quelli "Mica devono ascoltare!". "E invece sì", ripeteva sempre mia madre, "se siete 2 uomini e 4 donne restano nel retro, significa che la vostra famiglia potrebbe contare 6 e invece vale solo 2. Se invece siete 6 e votate in 6, la vostra famiglia conta 6". Quel calcolo lo capivano subito, o quasi. E le donne allora venivano fuori». Arrestata l'8 marzo del 1955 perché sorpresa a distribuire volantini e mimose, Anna a sua figlia ha lasciato lettere e scritti: «Quando la misero in carcere andavo a trovarla. Ero bambina e capivo solo il suo coraggio». Sono gli stessi ricordi di Paola Spano, Francesco Bei, di Rosa Russo Jervolino: figli e nipoti di alcune tra le 21 “madri costituenti”, le donne che quel 2 giugno per la prima volta furono anche elette. Conquistando il diritto a cambiare la realtà per tutte le altre. Lo fecero scrivendo la Costituzione: «Mamma – racconta proprio Jervolino, figlia di Maria De Unterrichter, presidente nazionale della Fuci prima di approdare alla Democrazia Cristiana e all’Assemblea costituente proprio nel ’46 – voleva portarci alla Camera il giorno che l’approvarono. Era il 22 dicembre del 1947. Non ci fecero entrare, io avevo 11 anni e mio fratello 7. Ci lasciò allora davanti al Parlamento e ci prese un gelato. "Quando suona la campana" disse, "alzatevi in piedi: la Carta sarà stata votata"». Lo fecero occupandosi di famiglia e di natalità: «Mia madre ripeteva spesso – ricorda Paola, figlia di Nadia Gallico Spano, anche lei eletta alla Costituente – che era una fortuna avessero messo le donne a lavorare su quei temi, di cui gli uomini si sarebbero occupati senz’altro peggio». Lo fecero tutelando la lavoratrici, come nel caso della sindacalista Adele Bei: «Una vita dedicata alla difesa delle “sue” tabacchine, come le chiamava – spiega il nipote Francesco –. Di quel 2 giugno 1946 zia malsopportava la paura. La paura che tutti, anche all’interno del Partito comunista, avevano del voto delle donne».E lo fecero ricordando al Paese che senza l’azione delle donne la democrazia non sarebbe mai stata davvero realizzata: «Il messaggio di Pio XII da questo punto di vista fu dirompente – ricorda la presidente del Centro italiano femminile (Cif), Renata Natili Micheli, rievocando la figura di Maria Federici –. Quel tua res agitur sancì una rivoluzione anche per il mondo cattolico: essere credenti per le donne doveva significare essere cittadine, tradurre nella fattualità e nella partecipazione cosciente i valori cristiani. Così fu, quei valori animarono la Costituzione».     

Referendum e Costituente: 75 anni fa.

Il 2 e 3 giugno del 1946, 75 anni fa, si tiene in Italia il Referendum Repubblica- Monarchia in cui le donne votano per la prima volta ma si vota anche per l’Assemblea Costituente. Una data fondamentale per questo Paese e per le donne che molti vedevano con sospetto. Lunghe file di donne e uomini si formano fuori dai seggi elettorali; le donne, come scrive la giornalista Anna Garofalo, stringono a sé le schede elettorali come fossero biglietti d’amore.  Le donne aventi diritto che vanno a votare sono l’89%. La Repubblica vince!   L’Italia diventa Repubblica, le donne votano e all’Assemblea Costituente vengono elette 556 persone di cui solo 21 donne:Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Angela Cingolani Guidi, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Angela Gotelli, Nilde Iotti, Maria De Unterrichter Jervolino, Teresa Mattei, Lina Meriln, Angiola Minella, Rita Montagnana, Maria Nicotra Fiorini, Teresa Noce, Ottavia Penna Buscemi, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio, Nadia Gallico Spano.  Di quelle 21 straordinarie donne ben 11 fanno parte dell’UDI. Sono pochissime, molte di più erano degne di essere votate, ma il loro peso, la loro determinazione, la loro unità pur appartenendo a forze politiche diverse, lasceranno il segno. L’Udi, gia’ dalla sua nascita e al primo congresso del 1945, promuove e partecipa attivamente al Comitato pro voto conducendo un’intensa campagna di massa con incontri, riunioni e volantinaggi per spiegare l’importanza del voto per le donne come avevano già proposto e chiesto al CLNAI. L’UDI si appella a tutte le donne italiane affinchè esprimano la propria volontà con il voto; spiegano perché si deve votare, cosa significa votare e come si vota. È passato alla storia l’appello di Nadia Spano di non usare il rossetto per chiudere le schede elettorali, poiché il segno lasciato avrebbe potuto invalidare il voto.   Le Costituenti, anello di congiunzione tra l’UDI e le istituzioni, porranno i principi fondamentali che permetteranno lotte e conquiste legislative utili alle donne. Quel 2 giugno segna ufficialmente il cammino politico, intrapreso già durante la Resistenza, delle donne italiane per il loro diritto pieno di cittadinanza che ha migliorato la loro vita e il paese tutto. Una narrazione fondamentale per la nostra democrazia ma poco rappresentata anche alle nuove generazioni, che noi continueremo a far conoscere perché si tratta di donne speciali che hanno rafforzato la nostra democrazia nonostante tutti gli ostacoli frapposti.      

Piazza Gina Borellini

Sabato 29 maggio 2021, in occasione dell'anniversario del terremoto che sconvolse vaste zone dell'Emilia, a Concordia, nel modenese,  si è svolta un'importante iniziativa. Lo spiazzo dove venivano accatastate le macerie è diventata una bellissima p.zza intitolata a Gina Borellini che ha vissuto a Concordia gli anni della Resistenza e del dopoguerra. Medaglia d'oro della Resistenza al valore militare , fondatrice e dirigente dell'Udi, dal '48 parlamentare per tre legislature. Quando ho preso la parola portando i saluti dell'Udi,  un forte applauso  mi ha testimoniato quanto ancora viva sia   la memoria della sua tenacia nel difendere le donne. (Laura Piretti)​  

Quando un’insegnante “cura la parola”

All’improvviso, tutta la classe storna lo sguardo dal video e si alza in piedi a guardare fuori dalla finestra.Possibile che la pirotecnica “lectio” della sociolinguista Vera Gheno su linguaggio e sociale, sulla memoria lunga (e vendicativa…) del web, su tachigrafie, sigle, invenzioni estemporanee, meme, emoji, selfi, di cui improvvidamente (e ahimè spensieratamente) infarciamo la nostra comunicazione, non sia più così trascinante come sembrava fino a un minuto prima?Sorpresa e sconcerto.Fino al mistero svelato: una delle splendide (e storiche) robinie che ornano il sagrato della chiesa di San Gerolamo  in Via Savonarola è rumorosamente crollata, lunga distesa su via Pergolato, dove appunto “battono” le finestre dell’Istituto Einaudi colpendo l’attenzione dell’intera IV S.Spiace, e molto, ma l’onore dell’incontro è salvo e l’attenzione presto riconquistata: si torna al lavoro. Siamo in una video meet, e alle affollate “finestre” virtuali si affacciano: Vera Gheno Sociolinguista, Liviana Zagagnoni Responsabile UDI, Stefania Guglielmi avvocata, Loredana Bondi Progettista di “Coniugare al femminile: un uso consapevole della lingua per le pari opportunità” su cui stiamo lavorando, Elisabetta Aldrovandi avvocato, Francesca Battista per la segreteria CGIL, Dorota Kusiak assessora comunale, Elisabetta Ghesini dell’Ufficio Pari Opportunità del Comune, Marianna Fornasiero e Annalisa Casalati, rispettivamente Preside e Docente dell’Istituto Luigi Einaudi, la Classe IV S dell’Istituto Einaudi di Ferrara e la sottoscritta, impegnata a coordinare questo tavolo virtuale. Comunicazione, linguaggio, linguaggio di genere, sessismo e social: sono questi gli argomenti sui quali si è dipanato un percorso fatto di studio, di ricerca, di indagine, di analisi linguistica e socio culturale al quale la Professoressa Casalati, in sintonia con la sua Preside e in sinergia con esperte progettuali esterne, ha preparato la sua intera classe, “curando la parola”, come dice lei stessa, e attraverso la parola, le delicate identità, con le quali e sulle quali, lavora quotidianamente. A confrontarsi in tema di linguaggio non discriminatorio nei confronti del genere femminile, obiettivo di questo progetto, sono le riflessioni espresse da studentesse e studenti, e le testimonianze di esperte: punti di vista resi con competenza, attenzione e sempre con garbo interlocutorio, nell’ambito di un progetto promosso da UDI (Unione Donne in Italia) in partnership con il Comune di Ferrara, la Cooperativa Sociale “Le pagine” e la Confederazione Sindacale CGIL di Ferrara. La lingua non è solo uno strumento di comunicazione attraverso il quale vengono trasmesse informazioni e idee, ma ne è anche lo specchio: influenza ed è influenzata, potenzia e depotenzia modi di pensare, di giudicare, di classificare la realtà: dietro forme ed espressioni linguistiche di uso comune, spesso si celano pregiudizi sociali, culturali e sessuali che si trasmettono, senza volerlo, nel linguaggio. Il linguaggio, che questa mattina indaghiamo con gli strumenti del lessico sociologico della metalinguistica e della sociolinguistica, diviene quindi motore di un auspicabile cambiamento culturale, necessario per contrastare e superare pregiudizi e stereotipi. Perché ancora oggi è difficile assuefarsi all’utilizzo di parole nuove declinate al femminile? Perché si dice che “suonano male”?È ormai noto che “essere nominati” e “avere un nome” è la conferma dell’essere visibili, è la conferma della propria presenza. “In principio fu il verbo”: avere un nome è avere presenza perché “quel che non si nomina non esiste». Questo è l’assunto che ha dato il via al progetto su cui stiamo lavorando, con la certezza che è indispensabile rendere consapevoli le generazioni presenti e future delle discriminazioni, dei limiti e dei rischi che un uso della lingua non rispettoso di una paritaria presenza di entrambi i generi, maschile e femminile, provochi inevitabilmente marginalizzazione e sottorappresentazione, esplicita e implicita, allontanando l’obiettivo della parità di genere. Ma su questo, tutto sommato condivisibile punto di partenza, attengono ancora molte resistenze, se non di carattere grammaticale (chiunque, minimamente alfabetizzato, è consapevole che l’italiano declina al maschile e al femminile ogni essere animato) quanto di carattere socio-politico-culturale, senza escludere la riflessione critica, emersa nella pluralità degli interventi, che non sia il "genere" nel linguaggio, l’elemento determinante la discriminazione: ”non è una vocale finale a determinare distinzioni che denigrano la donna in quanto tale, poiché, se è vero che la forma è sostanza, è altrettanto vero che il rispetto e la parità di genere sono concetti anzitutto culturali, che devono far parte del modo di pensare e della mentalità, ancor prima che del linguaggio”. Tante e ricche e plurali! Le riflessioni che emergono in questa mattinata di lavoro: riguardano puntualizzazioni e confronti, indagini e analisi, sui vasti temi del sociale e del linguaggio, temi che di seguito molto spavaldamente riassumo, ma al cui approfondimento rimando in un imminente, più esaustivo (e anche più “serio”) documento nel quale saranno riportati fedelmente interventi e approfondimenti. Ecco quindi qualche elemento che ho raccolto in un affannato tentativo di fermare, sulla carta, le tante sollecitazioni, riflessioni, convergenze e qualche “distanza”.La conferma della necessità di “maneggiare” con cura il nostro linguaggio”: parlato, scritto, trasmesso, digitato (“registri” adeguati a contesti diversificati) la lingua non è un mezzo neutro di trasmissione dei contenuti, ma è espressione di una determinata rappresentazione della realtà che influenza il pensiero stesso dei parlanti.“La lingua funziona per uso”: se si utilizzano le parole, con quotidiana abitudine, anche i neologismi più astrusi entrano nell’uso comune e perdono la loro presunta “cacofonia”.“Siamo le parole che usiamo”: ricordiamo sempre che le parole sono il nostro biglietto da visita con il quale ci presentiamo al mondo e concorrono alla formazione del nostro “sé”. La correlazione tra modo di esprimersi e l’idea che gli altri si formeranno di noi è diretta e molto forte, sia nelle comunicazioni in presenza, sia nello spazio comunicativamente spartano della rete. “Le parole sono pietre” Non è un luogo comune, è proprio così: ci sono parole che lasciano scorie nella nostra mente, scorie tossiche, che sedimentano per anni per poi scolorire e affievolire la loro potenza negativa, ma non sempre: alle volte germogliano in rancore, frustrazione, vendette.Un lessico ricco e pertinente tiene in salute l’animo: è importante conoscere (e praticare) tante parole e avere dimestichezza con l’uso del vocabolario. E’ importante acquisire familiarità con il loro significato.                                        Sapere esprimere con le parole più adatte e più pertinenti i nostri sentimenti, è funzionale per scaricare tensioni e “buttare fuori” quelle scorie di rabbia che possono avvelenarci l’animo, oppure renderci appagati quando un feedback positivo ci conferma che le parole più delicate e più affettuose, hanno raggiunto l’effetto desiderato.Il linguaggio descrive il mondo in cui viviamo e il suo uso può cambiare la realtà che ci circonda. Un uso consapevole del linguaggio costituisce quindi un primo passo verso un percorso di inclusione e di rispetto per la parità di genere. “Tutte le persone con l’uso del linguaggio hanno ricevuto un megafono, ma non sempre hanno anche ricevuto le istruzioni per usarlo e di conseguenza non sempre hanno imparato a gestire la democrazia della comunicazione” (cit. Vera Gheno). Il linguaggio come strumento di contrasto alla violenza sulle donne. E’ necessario pretendere un riconoscimento pubblico del ruolo della donna nella società e il suo effettivo diritto di cittadinanza, anche tramite un uso più consapevole della lingua, troppo spesso veicolo di stereotipi sessisti e resistenze al cambiamento. “Parlare non è mai neutro” afferma la filosofa Luce Irigay: è importante l’uso del declinare al femminile il linguaggio, per non inglobare, in un generico, unico e totalizzante maschile inclusivo, l’intero universo.Le resistenze alla declinazione rispettosa in base al genere, non sono di carattere linguistico (da un punto di vista grammaticale è lapalissiano: come diciamo maestra possiamo dire ministra, come diciamo infermiera possiamo dire ingegnera; l’unica differenza è che a infermiere e maestre siamo abituati da sempre, meno con le ministre e le ingegnere), ma di carattere socio-culturale. Sempre rispetto e attenzione verso chi argomenta che una “o” o una “a” non facciano differenza in chi parla e in chi ascolta, ma molti argomenti a suffragio di una posizione diversa. Ed è proprio su queste resistenze culturali che è necessario intervenire: finché ci sarà sorpresa nell’appellare una donna con il nome di “architetta” o di “medica”, vorrà dire che nel retaggio del nostro immaginario è ancora troppo cementata la stravaganza linguistica che connota questa parola.  Solo quando per dire “medica” non useremo più la perifrasi di  “donna medico”, potremmo dire di avere superato le nostre personali resistenze: dire “donna medico” equivarrà, per pari stravaganza, dire “uomo casalinga”.   Una mattina che chiude con un momento di approfondimento socio-culturale il progetto UDI Si affronta il “linguaggi” con cui comunichiamo, sulle necessità di una sempre maggiore sensibilità verso l’individuazione e il contrasto agli stereotipi e sull’uso non sessista del nostro “dire”, sia parlato che scritto, che trasmesso, che digitato. Una mattina di lavoro sul terreno sterrato della conquista di quella parità di genere che perseguiamo con costanza e con diritto. E che continueremo a perseguire. In chiusura, una saggia citazione:Il filosofo Ludwig Wittgenstein sosteneva: “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo, perché il linguaggio descrive la realtà ed occorre quindi eliminare ogni forma di discriminazione anche nel linguaggio”. Qualche nota biografica, e non solo,  sulle relatrici odierne:Vera Gheno: sociolinguista specializzata in comunicazione digitale, traduttrice dall’ungherese e conduttrice radiofonica, ha collaborato per vent’anni con l’Accademia della Crusca. Attualmente lavora con la casa editrice Zanichelli. Insegna come docente a contratto all’Università di Firenze. La sua prima monografia è del 2016: “Guida pratica all'italiano scritto (senza diventare grammarnazi)”; del 2017 è “Social-linguistica. Italiano e italiani dei social network” (entrambi per Franco Cesati Editore). Nel 2018 è stata coautrice di “Tienilo acceso. Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello” (Longanesi). Nel 2019 ha dato alle stampe “Potere alle parole. Perché usarle meglio” (Einaudi), “La tesi di laurea. Ricerca, scrittura e revisione per chiudere in bellezza” (Zanichelli), “Prima l'italiano. Come scrivere bene, parlare meglio e non fare brutte figure” (Newton Compton), “Femminili singolari. Il femminismo è nelle parole” (EffeQu); è del 28 aprile 2020 l'ebook per Longanesi “Parole contro la paura. Istantanee dall’isolamento”. Dal 14 settembre 2020 conduce, con Carlo Cianetti, il programma di Radio1Rai Linguacce, in onda dal lunedì al venerdì dalle 15:30 alle 16:00.Loredana Bondi: Docente di lettere poi Preside. Studi e ricerche la portano a conseguire riconoscimenti in particolare nell’ambito della psicopedagogia evolutiva. Partecipa e vince il Concorso per Dirigente della Pubblica Istruzione dove ricopre il ruolo di  “Direttrice dell’Istituzione dei servizi educativi, scolastici e per l’integrazione” del Comune di Ferrara, ruolo ricoperto fino al 2010.Le numerose competenze professionali in ambito legislativo, organizzativo, gestionale, psicopedagogico, educativo-scolastico, la portano ad essere chiamata a ricoprire incarichi in gruppi di lavoro interistituzionali: locale, provinciale e Regionale.Ha scritto sulle maggiori riviste specializzate di natura educativa, pedagogica e giuridica e ha curato testi e pubblicazioni prodotte dalle scuole in cui ha esercitato nel ruolo di Preside prima, e nell’ambito del Servizio Documentazione e Ricerca Pedagogica del Comune di Ferrara, poi.Attualmente fa parte del direttivo del Gruppo Nazionale Nidi e Infanzia (GNNI) come rappresentante della Regione Emilia Romagna e ne segue le tematiche che riguardano il mondo dell’infanzia, oltre a far parte del direttivo dell’UDI (Unione Donne in Italia) in cui collabora soprattutto su Progetti regionali e nazionali sulla parità di genere.Elisabetta Aldrovandi, Avvocato iscritta presso il Foro di Modena dal 2000.Garante regionale per la tutela delle vittime di reato per la Lombardia, prima regione in Italia a introdurre questa figura istituzionale a supporto delle vittime di reato.Presidente dell'Osservatorio Nazionale Sostegno Vittime – in questo ruolo partecipa in audizione in Commissione Giustizia alla Camera dei Deputati e al Senato sui disegni di legge relativi alle vittime, come la riforma del rito abbreviato per vietare sconti di pena ai reati puniti con l'ergastolo, o l'introduzione del codice rosso o di reati come la diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti. Inserita dal settimanale F tra le 100 donne più importanti del 2019.Elisabetta Aldrovandi si presenta come Avvocato, perché è così che desidera presentarsi. La pluralità delle voci su questi temi è una benedizione, perché vuol dire che ci si confronta e si ragiona, senza ostilità, ma con la ricchezza degli argomenti e delle riflessioni. Soprattutto se chi ragiona lo fa con competenza e cognizione di causa, perché, come dice Tullio De Mauro, linguista, lessicografo, accademico e saggista italiano: “per aprire le fronde è necessario avere radici salde”!Stefania Guglielmi Avvocata Cassazionista.Si occupa prevalentemente di parità di genere, violenza di genere, diritto di famiglia, diritto del lavoro.Collabora con un centro antiviolenza. Ha insegnato in corsi di laurea e master universitari, scrive, studia, fa conferenze, seminari. Molti lavori, molte competenze, molto impegno nel sociale. È co-responsabile UDI FerraraAnnalisa Casalati e la Classe  IV S Istituto EinaudiDa sedici anni è impegnata con gli adolescenti nell’insegnamento ed è da sempre fiduciosa che la riflessione scientifica sulla letteratura e sulla lingua, unite agli studi storici, siano strumenti essenziali per garantire a ciascuno e a ciascuna il potere di autodefinirsi e riconoscersi in società e quindi, naturalmente, a vivere come parte attiva e critica, l’attualità. Con questi presupposti il progetto sul linguaggio di genere non poteva che riscuotere condivisione e interesse ed infatti ha interessato e coinvolto sia la Prof.ssa Casalati che un gruppo di studenti della scuola superiore, la classe IV S dell’IIS Luigi Einaudi di Ferrara.Docente, studenti e studentesse (in numero di 25) sono stati interlocutori vivaci durante gli interventi pensati dall’UDI nel corso degli incontri che si sono proposti fino ad ora, svolti tra incontri a distanza, in gmeet, e alcune lezioni curricolari; tutti comunque  volti a interrogarsi sulla lingua come descrittore sociale, storico, culturale.Francesca Battista, laureata in Giurisprudenza, abilitata all’esercizio della professione forense, ha iniziato l’attività in CGIL a Ferrara presso l’Ufficio migranti.Successivamente é entrata a far parte della categoria della Funzione Pubblica dove si è occupata delle lavoratrici e dei lavoratori del settore socio sanitario, degli enti locali e delle amministrazioni centrali, oltre a rivestire il ruolo di responsabile dell’organizzazione della categoria. Dal 2017 è componente della segreteria confederale della Cgil di Ferrara. A lei sono affidate fra le altre, le deleghe sull’organizzazione, welfare, immigrazione e politiche di genere.    

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