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La Legge Zan e le ragioni del femminismo della differenza

Il ddl Zan introduce i delitti di istigazione a delinquere e compimento di atti discriminatori e violenti fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere. Finanzia politiche contro la violenza legata all’orientamento sessuale e all’identità di genere e istituisce la Giornata contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia, in cui sono organizzate, anche da parte delle amministrazioni pubbliche e nelle scuole, iniziative per promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione e a contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivate dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere.Per sesso, spiegano le definizioni di cui la legge è corredata, si intende quello biologico; per identità di genere la percezione che una persona ha di sé come uomo o donna, anche se non corrispondente al sesso biologico; per ruolo di genere qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse all’essere uomo o donna; per orientamento sessuale l’attrazione emotiva o sessuale nei confronti di persone dello stesso sesso, di sesso opposto o di entrambi i sessi.Con questa terminologia e queste definizioni il disegno di legge richiama teorie secondo le quali la distinzione tra i due sessi femminile e maschile si risolve in costruzioni sociali che si ripercuotono sugli individui come una gabbia repressiva, il ‘binarismo sessuale’, che esclude e stigmatizza chi in tale binarismo non si riconosce. Di qui il valore dell’autopercezione, e il suo significato contestativo: la possibilità di dirsi maschio femmina o nessuna delle due cose – l’identità di genere – indipendentemente dal corpo che si ha, romperebbe il giogo del binarismo. A quest’ultimo, autoritario, tende a essere associata, in questo ordine di idee, la differenza sessuale.In Italia esiste un pensiero femminista radicale noto come pensiero della differenza, molto vitale. Questo pensiero ha lavorato per far emergere la soggettività femminile, che consiste appunto nella differenza. Differenza rispetto a cosa? Rispetto al soggetto neutro della storia e del pensiero, per esempio l’Hegel che «si mette nella posizione di un soggetto universale mentre in realtà parla secondo l’esperienza di un soggetto maschile». E cosa sarebbe questa differenza? Il femminismo radicale ‘essenzializza’ le donne, sacralizza per caso il ruolo materno? No, la differenza non è un ‘ruolo’ o un ’comportamento’, perché non è una cosa.È una qualità, un processo, un divenire: è l’atto del differire, che scompagina i modelli ereditati, mette al mondo qualcosa che non era prima previsto e che non si può sapere mai che cosa sarà. E per iniziare a differire, occorre un primo atto di disobbedienza: scoprire che il corpo in cui una è nata, proprio quel corpo così a lungo squalificato e così spesso asservito, è invece intelligente, è il veicolo di molte esperienze, è una parte di noi che ci permette di dire «quel che ci risulta», di dire la nostra, a modo nostro: compone la nostra soggettività.C’è stato dunque nel tempo un impegno appassionato affinché le donne si sentissero autorizzate a parlare partendo dalla loro esperienza, onde questa, e non quella del soggetto neutro, entrasse a comporre i modi comuni di pensare, di vivere, di giudicare; impegno per restituire unità alla soggettività femminile, che il patriarcato spezzava tra sesso e costrutti sociali, e così consegnava all’irrilevanza.«Noi siamo e abbiamo un corpo e questo avere ed essere struttura il nostro porci nei confronti degli altri e del mondo»; nessuna e nessuno può partire da sé, dire il mondo come lo vede, se accetta di stare «alle determinazioni della sua natura o della sua condizione che sono precostituite: prima delle determinazioni esterne c’è lei, c’è un soggetto pensante capace di ragionare e concludere in base a quello che le risulta» (Luisa Muraro 1994).Le donne hanno o non hanno (finalmente) il diritto di parlare ciascuna per sé? E dopotutto, le donne esistono? Dopo decenni di lotta al patriarcato il dubbio si ripropone. Torna in voga il modello-Hegel, che il ddl Zan presuppone: il corpo è un nulla – un dato biologico, in effetti, non pensa e non sente – da cui si può prescindere con le sole operazioni della mente (l’autopercezione o identità di genere).L’unità corpo-mente del pensiero femminista è un’idea polemica e critica quanto meno alla pari – lo si concederà – dell’idea di identità di genere. Quest’ultima, per molte persone, ha un valore di liberazione, ma per molte altre è la prima idea ad avere quel significato. Non sta al legislatore stabilire se il corpo è solo biologia, o se esso è senso, storia e intelligenza perché tutto questo è, per ognuna e ognuno, la materia viva del nostro proprio esistere.Ma non si può ignorare che promuovendo azioni educative orientate a insegnare alle bambine che il loro sesso è solo biologia il legislatore si mette contro l’azione delle tante donne che porgono alle bambine l’idea opposta, affinché diano a se stesse valore e possano essere ciò che desiderano.La storia della rivolta femminile contro la cancellazione del proprio sesso non va sacrificata alla sacrosanta tutela delle persone omosessuali e bisessuali, transessuali e transgender. Questa la si può ottenere semplicemente nominandole, senza ricorrere alle parole-chiave di modernissime teorie, dall’antichissimo sapore patriarcale.    

L'Europa nega giustizia a Federico e Antonella

Clicca qui per vedere la conferenza stampa.  SENTENZA CEDU PENATI VS ITALIA L’EUROPA NEGA GIUSTIZIA A FEDERICO E ANTONELLA. A sei anni dalla presentazione del ricorso, la Corte Europea dei diritti dell’Uomo si è pronunciata ritenendo che nel caso di Federico Barakat non fosse stato violato il diritto alla vita.Federico è stato ucciso nel 2009 nell’ambito di un incontro protetto svoltosi all’interno di una struttura del Comune di San Donato Milanese; gli incontri protetti erano stati disposti dal Tribunale nonostante le numerose denunce di violenza della madre, Antonella Penati, e il rifiuto del minore ad incontrare il padre violento.In una situazione di conclamata violenza, il giudice, considerando la madre alienante, ha comunque preferito tutelare il diritto alla bigenitorialità, ossia il diritto del padre violento di vedere il figlio.Abbiamo dovuto attendere tutto questo tempo per apprendere che non ci sonoresponsabili se un bambino, mentre è affidato allo Stato, viene ucciso dal padre nell’ambito di un incontro protetto, ossia in un luogo che, per sua stessa definizione, dovrebbe preservare chi è vulnerabile e non dovrebbe essere violabile da parte di un uomo pericoloso, come era il padre (dotato di arma da fuoco e coltello) che ha ucciso Federico.Abbiamo anche appreso che gli incontri protetti, secondo il giudice italiano, che la Cedu ha avallato, avevano il ruolo di sostegno allo sviluppo educativo e psicologico del bambino, e non di salvaguardia del diritto all’integrità fisica e psichica e, più in generale, del diritto di protezione del minore.Constatiamo anche che la Corte, pronta ogni volta a censurare l’Italia per l’eccessiva durata dei tempi della giustizia, ha impiegato soltanto sei anni per rispondere ad un ricorso esprimendosi, peraltro, su un motivo non proposto.L’UDI, da sempre in prima linea nel contrasto alla violenza contro le donne, intervenire nel processo con l’avv. Fabrizia Castagna a sostegno di Antonella Penati, ha denunciato la completa inidoneità degli incontri protetti a fronteggiare la complessità della situazione, ma soprattutto ha rappresentato che erano state del tutto ignorate le Linee Guida dei Servizi per il diritto di visita e di relazione, adottate dalla Provincia di Milano.Benché esistano specifiche normative e misure a tutela della persona offesa, accade troppo spesso che ci siano femminicidi e figlicidi, perché accade che, in molti casi continui a persistere, da parte della magistratura italiana, una disarmante sottovalutazione del pericolo per la vita del minore e della donna, assegnando inspiegabilmente preferenza alla tutela del diritto del padre, anche se violento.Nel caso di Antonella Penati e di suo figlio Federico, è davvero sconcertante che non siano state riconosciute le innumerevoli denunce presentate dalla madre.Se soltanto si fossero valutate correttamente le ben 17 denunce presentate, se solo si fosse ponderata adeguatamente l’opportunità degli incontri, se solo si fosse tempestivamente optato per una sospensione degli stessi incontri, se solo si fosse dotata la struttura di presidi di sicurezza idonei a garantire l’effettiva incolumità del minore, se solo fosse stato installato un metal detector o anche solo garantita la presenza fisica di un operatore durante l’incontro, non è detto che la violenza non avrebbe comunque prevalso, ma certo avremmo potuto affermare che lo Stato avessefatto tutto ciò che poteva e che avrebbe dovuto fare per garantire e tutelare il diritto alla vita di Federico.Federico, infatti, non si trovava da solo per strada con il padre quando è stato ucciso.Federico si trovava in una struttura dello Stato, per adempiere ad un obbligo imposto dalle istituzioni italiane.E dunque, chi ha deciso che Federico quel giorno incontrasse l’uomo violento che rifiutava divedere?Chi ha deciso di non adottare misure minime di sorveglianza?Chi avrebbe avuto il potere e il dovere di proteggere Federico dall’aggressione violenta del padre?Secondo la Cedu, a quanto pare, nessuno.Con buona pace della tutela delle vittime di violenza domestica, che siano donne o che siano bambini.Per questo la sentenza ci sembra ingiusta e inadeguata a rispondere ai problemi posti. Per questo continueremo a batterci perché il diritto alla vita di donne e bambini sia un diritto fondamentale che lo Stato deve salvaguardare in tutti i modi e in tutte le forme possibili.Roma, 21.05.2021    

Solidarietà ad Arcilesbica

Solidarietà alle amiche di ArciLesbica Nazionale per l'ignobile attacco subito ieri.Il clima antidemocratico che ruota attorno al dibattito sul ddl zan si sta manifestando in maniera sempre più aggressiva. Riportiamo il comunicato di La Comune di Bologna: Difendiamo la libertà di espressione! Giù le mani da Arcilesbica! Denunciamo il vile attacco alla sede dell’Associazione La Comune di Bologna che ospita l’Associazione interetnica e antirazzista 3 febbraio e Arcilesbica nazionale. La sede è stata imbrattata con scritte volgari e offensive contro l’Arcilesbica che noi siamo fieri di ospitare come sede legale nei nostri locali. Infatti, l’Arcilesbica era stata vergognosamente espulsa e sfrattata dalle sede del Cassero.Questo atto provocatorio si inserisce in una catena di intimidazioni, aggressioni, prepotenze, censure fino a minacce di stupro da parte di settori che si rifanno alle pseudo teorie queer: negano i generi e quindi attaccano in primo luogo le donne e tutta l’umanità. Per questo prendono di mira un’organizzazione storica del femminismo come Arcilesbica che si oppone al dissolvimento dell’identità di genere, mentre a Milano danno la parola dal palco ad un rappresentate di Forza Italia! I metodi di questi gruppi sono quelli tipici del fascismo, di chi vuole mettere a tacere e intimidire chi la pensa diversamente.Siamo da sempre impegnati per difendere la piena libertà di scelte sentimentali e relazionali, per la piena libertà di scelte eterosessuali, lesbiche, omosessuali, bisessuali, transessuali, nel pieno rispetto reciproco. Perciò denunciamo i metodi fascistoidi, censori e prepotenti di questa gente. Ci appelliamo a tutte le persone e le organizzazioni solidali, antirazziste, femministe, alle brave persone di sinistra, per reagire unitariamente contro chi nega la nostra comune umanità e i due generi che la caratterizzano e per affermare la piena libertà di espressione contro tutte le prepotenze censorie.La ComuneBologna 10 maggio 2021     

Il Quirinale si inchina a Edith Bruck

Articolo originariamente apparso su Pagine Ebraiche“Ricordare è una sofferenza, ma non mi sono mai sottratta. Anche illuminare una sola coscienza vale la fatica e il dolore di tenere vivo il ricordo di quello che è stato. Per me la memoria è vivere e la scrittura è respirare”.Instancabile voce di Memoria, Edith Bruck è una luce e un punto di riferimento per molti.A coronamento di un percorso che è passato e continua a passare attraverso libri straordinari (come il suo ultimo Pane perduto, tra i dodici finalisti del Premio Strega) la scelta del Capo dello Stato Sergio Mattarella di conferirle quest’oggi il titolo di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

Quando il molestatore è un Prof.

Ho appreso dai media – locali e nazionali, televisioni e carta stampata – la notizia dell’emersione di un centinaio di casi di molestia, tra le nostre studentesse all’Università della Calabria e all’Università Magna Grecia a Catanzaro.  Ho pensato di parlarne qui su Mercurio, nel nostro Notiziario di Ateneo, per contribuire in forma costruttiva al dibattito in atto nella nostra comunità. Credo che molestie e discriminazioni non siano un problema solo nostro, e che la ricerca di una soluzione non possa essere interamente delegata alla governance del nostro Ateneo; ma sia una responsabilità della nostra comunità universitaria perché è un problema che interessa tutte le persone che ne fanno parte:  i/le docenti e studenti, il Personale tecnico-amministrativo, chiunque vi lavori in forma strutturata o precaria.  Sono certa che “garantire il diritto alla tutela da qualsiasi atto o tipo di comportamento discriminatorio” come ha assicurato il Rettore sia un primo importantissimo passo; parimenti è cruciale fornire “consulenza ed assistenza a chi denuncia di essere vittima di molestia nel rispetto dell’anonimato” come ha aggiunto la delegata Giovanna Vingelli.  Ma sappiamo bene che questo non è sufficiente a prevenire tali comportamenti, ad evitare che continuino a ripetersi. La domanda a cui voglio tentare di rispondere è la seguente: esistono strategie per prevenire discriminazioni, molestie morali e sessuali, e altre forme di violenza basate sul genere?Allego un breve documento, invitando alla lettura ed alla riflessione – sperando che si possa maturare insieme la determinazione necessaria per trovare le misure adeguate alla riduzione/eliminazione di questi  fenomeni, che vanno affrontati alla radice dalla nostra comunità, in maniera inclusiva per creare il clima culturale vincente, ove le soluzioni possano essere partecipate e praticate in maniera convinta, in quanto frutto di un lavoro comune.   https://drive.google.com/file/d/114cg9PPNnpuiCkWR8LEsggPJaYJacDjK/view?usp=sharing Laura CorradiResearcher Gender Studies and Intersectional MethodologyDipartimento Scienze Politiche e SocialiPonte Bucci - Cubo zero BUniversità della Calabria    

Auguri, Renata!

Facciamo tantissimi auguri alla nostra cara Renata, che per l'UDI ha fatto tantissimo e ci ha sempre dato forza ed ispirazione.Con tutto il nostro affetto!Le amiche dell'UDI

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Attraverso l’azione politica, culturale e sociale, lavoriamo da ottant'anni per l'autodeterminazione della donna, per affermare il rispetto e l’inviolabilità dei corpi, contro ogni forma di sfruttamento e mercificazione. Crediamo che i diritti delle donne siano una misura fondamentale dei diritti umani e una condizione indispensabile per una società più giusta. Riaffermiamo con immutata convinzione il ripudio della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali e promoviamo la pace tra i popoli, la nonviolenza e la difesa non armata. 

 

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