Questo articolo si inserisce in risposta al post di RadFemItalia. di Vittoria Tola Il 2 marzo 2020 l’Udi ha presentato, ultima iniziativa prima della chiusura per il Covid e prodotto di due anni di lavoro, la digitalizzazione di tutti i materiali del suo Archivio Centrale sulla violenza contro le donne partendo dai materiali sulle “marocchinate” e arrivando fino agli anni 2000. L’Archivio dell’Udi inizia con i documenti dei CGD Gruppi di difesa delle donne del 1943 e anni successivi, quindi dal periodo della seconda guerra mondiale e dell’Italia occupata e offre molti materiali catalogati sulle questioni che stiamo affrontando oggi in un continuum della violenza maschile dalla guerra alla pace sulle italiane, le immigrate e la donne trafficate.Non a caso nel 2000 l’ Udi cambia il suo nome, di cui eravamo orgogliose, da Unione donne italiane a Unione donne in Italia, per comprendere le migranti che erano arrivate nel nostro paese, anche in seguito a dittature, guerre e tratta dall’Est europeo e da altri paesi soprattutto negli anni ‘90 che si aggiungono alle immigrazioni storiche dalla Eritrea, Somalia, Capoverde o dall’America latina.E’ giusto riflettere sui trent’anni che ci stanno alle spalle per affrontare le politiche dell’oggi e tra i punti del documento che ci è stato consegnato c’è un importante riferimento alla questione della memoria. Ricorderei prima di tutto che, il nominato dalle relatrici DL del 1998 sull’immigrazione che prevede l’art. 18 che non sarebbe stato possibile se alcune di noi non avessero avuto conoscenza e consapevolezza di cosa era la prostituzione e in particolare delle norme e delle ragioni della Legge Merlin. Senza questa memoria le norme sarebbero state diverse e certamente meno efficaci di quanto sono state per le donne della prostituzione coatta.Per tornare agli stupri di guerra in questi giorni a Catania si ricordano quelli della seconda guerra mondiale compiuti a Capizzi delle truppe coloniali francesi, interne all’alleanza militare contro i nazifascisti che, sbarcati nell’isola dalla Sicilia, risalirono nell’Italia meridionale fino all’epicentro della battaglia di Monte Cassino dove ben tre armate, 2 americane e 1 francese, non erano riuscite a passare spezzando la Linea Gustav dei tedeschi. Ci riuscirono quelle truppe coloniali francesi, 15.000 uomini, truppe malviste, provenienti dal Marocco ed altri paesi africani, peggio equipaggiate, ma composte da combattenti addestrati in montagna. Con loro il generale francese Juin si è giocato tutte le sue carte conquistando Montecassino. E dopo la vittoria i Goumiers sono dilagati con una furia devastante con stupri singoli e di massa e aggressioni alle donne e uccisioni di quanti si opponevano in tutta la zona della Battaglia. L’unica grande vittoria militare francese del Secondo conflitto mondiale fu ,secondo alcuni storici come il francese Jean Christophe Notin, che nel 2002 ha pubblicato un lavoro per sostenere la gravità della dimenticanza, una vittoria “sfregiata” perché l’autore è convinto che mentre si attribuiscono tutte le responsabilità alla “furia francese e alle caratteristiche tribali e barbare dei soldati africani, le ragioni di questa accusa furono politiche da parte delle varie forze in campo e la colpa fu in parte della “rilassatezza dei costumi” delle donne italiane. Ma in ogni caso per Notin si trattava di pochi casi amplificati dalla propaganda italiana o, come commenta De Luna, casi falsi per ottenere soldi veri in una situazione di grande miseriaCome già scritto in “Stupri di Guerra” a cura Simona la Rocca “La povertà e la miseria in nel Lazio meridionale erano feroci e reali ma erano reali anche le migliaia e migliaia di donne non “dai costumi rilassati”, ma prede e vittime distrutte moralmente, materialmente e socialmente dalle truppe coloniali francesi. Dopo la vittoria dei Francesi a Montecassino e gli stupri che ne conseguirono le malattie veneree divamparono e con poca possibilità di controllo e di cura. Ci furono molte gravidanze (di cui nessun come documenterà alla Camera Maria Maddalena Rossi ha mai indagato le conseguenze cosi come difficilmente si sa qualcosa dei bambini che nacquero da queste gravidanze forzate), molte si sentirono colpevoli di quanto loro accaduto e anche delle morti di chi aveva tentato di difenderle. Migliaia e migliaia di donne ebbero vita difficile anche dopo la fine della guerra. Come quelle provenienti dai centri di raccolta di Capua e Aversa evacuate in Sicilia e ricoverate in lazzaretti per essere curate delle infezioni veneree e delle lesioni spesso devastanti riportate all’atto della violenza. Inoltre le donne in molti casi contrassero altre patologie presenti nei territori percorsi dalla guerra come la malaria, il tifo esantematico, la meningite e la tubercolosi, la scabbia, la diffusione di eczemi e piaghe di ogni genere, malattie respiratorie con esiti spesso letali per mancanza di cure in persone particolarmente debilitate. Molte morirono e molte impazzirono e non solo donne, ma anche i uomini e ragazzi brutalizzati. Da subito il sindaco di Esperia chiese indennizzi e interventi di riparazione e soprattutto medicinali e aiuti medici da affiancare ai medici condotti che si spesero al massimo per fermare con mezzi infimi la tragedia che avevano di fronte. Il Governo Bonomi e successivamente il Governo Parri intervennero in questo senso, ma con risorse che furono una goccia in un mare. Il comando del CEF, che pure aveva minimizzato i fatti di violenza, nel 1947 riconobbe un indennizzo massimo di 150.000 lire una tantum alle vittime di stupri dei loro soldati coloniali. Le risorse dovevano essere prelevate dal fondo che l’Italia doveva loro come indennizzo di guerra per l’aggressione alla Francia del 1940, la famosa pugnalata alle spalle” di Mussolini, che ammontava a 34 miliardi. La società Restituire fu incaricata di raccogliere le domande di risarcimento attraverso i Comuni di residenza delle donne interessate all’indennizzo. Complessivamente le richieste di risarcimento furono 50.000. L’Intendenza di Finanza di Frosinone erogò a titolo di indennizzo la somma di lire 100.000 massime a molte donne della provincia che dimostrarono di aver subito violenza dalle truppe marocchine. Le richieste non furono facili sia per la difficoltà che le donne avevano a parlare sia per la difficoltà a seguire l’iter burocratico estremamente complicato che le richieste prevedevano. Ogni persona per la richiesta di indennizzo doveva pagare ben 600 lire che troppe non possedevano. Intanto anche nell’immediato di questa catastrofe comincia a farsi strada l’inadeguatezza dell’indennizzo non solo materiale per le vittime di stupro ed emerge la richiesta di accedere alla pensione di guerra per le donne marocchinate.La legge n. 648 dell’agosto del 1950 stabilì i termini per la pensione di guerra, ma era indispensabile aver riportato nella violenza un’infermità fisica, mentre nessuno voleva considerare i danni morali, psicologici e sociali dello stupro. Da subito la risposta del Governo fu che non era possibile cumulare indennizzo e pensione. Per la pensione inoltre la tipologia e il numero di esami da sostenere furono un altro grave problema per molte donne semplici. La commissione era composta da medici militari e come per l’indennizzo bisognava dimostrare la buona condotta morale(sic!) della donna documentata dalla Caserma dei carabinieri locali; nell’assegnare l’importo si valutava se la vittima all’atto della violenza fosse stata illibata, coniugata, avesse avuto figli. I rappresentanti governativi ipotizzarono il rilascio di attestati per le nubili stuprate, che comprovassero la deflorazione (sic!) in seguito a violenza. L’importo del vitalizio per assimilare queste alle vittime di guerra era stabilito in base a tabelle predefinite. Norme che si commentano da sole! La distribuzione di denaro sotto varie forme favorì il nascere di speculazioni e di truffatori. Per affrontare questa situazione molto lunga e complessa fu l’azione politica delle donne e delle vittime del Frusinate aiutate dall’ UDI che interviene anche se con i pochi mezzi che aveva a disposizione. Neanche per loro era facile intervenire perché erano donne che venivano dal centro nord, dall’antifascismo e dalla guerra di liberazione partigiana in cui erano state staffette e partigiane. Protagoniste di una nuova realtà che avevano affrontato con coraggio ma erano donne che si identificavano fortemente con le altre donne e avevano la consapevolezza di quello che le donne del Cassinate avevano subito, come erano state trasformate in paria, i danni materiali e morali che le consumavano, la vergogna a parlarne soprattutto per le più giovani, i drammi familiari e la loro mancanza di alternative e di un futuro. Insieme alla consapevolezza della tragedia delle violenze sessuali erano mosse da una motivazione solidaristica e sociale (sollecitare le pratiche della pensione per le donne vittime di quella tragedia) e pacifista (ricordare gli orrori della guerra mentre ci si batteva per la pace). Volevano conoscere e informarsi delle loro condizioni, informare le donne cassinati dei loro diritti e di quello che potevano richiedere. Parlare e ascoltare, distribuire moduli e brevi questionari anonimi, partecipare al loro dolore anche nella povertà estrema mai esibita ma evidente. Incontri nelle case per fare di una tragedia personale, per cui mancavano le parole per esprimerla, una battaglia consapevole e collettiva. Cercando di capire quante erano state coinvolte e con quali conseguenze e come fare a richiedere sia l’indennizzo che la pensione per avere un sollievo minimo materiale, ma che aveva anche il significato simbolico del riconoscimento della responsabilità degli autori delle violenze e del risarcimento di una colpa altrui.Maria Maddalena Rossi presidente nazionale dell’Udi visita ripetutamente tutti i paesi del Cassinate accompagnata da donne locali e per 2 anni anche da Luciana Romoli e altre donne di Roma per parlare con le donne testimoni o vittime delle violenze. Questo grande lavoro di contatto con le donne è testimoniato anche dalla storie e dalla memorialistica locale e da ciò’ che affiora dalla ricerca negli archivi anche dei paesi in questione, della Prefettura e nella Intendenza di finanza di Frosinone. L’associazione Donne del Frusinate(UDI) con a capo Ebe Locatelli insieme ad Adriana Molinari e Lina Paniccia organizzarono un vasto movimento di rivendicazione delle donne “marocchinate” che portò all’intervento in Parlamento di Maria Maddalena Rossi evento più unico che raro nei parlamenti del dopo guerra.Gia nel ’49, secondo un articolo su Noi Donne, giornale dell’ Udi, una commissione di Sindaci e di Associazioni, aveva posto, senza ottenere risultati, il problema di eliminare il divieto del cumulo tra indennizzo e pensione al Sottosegretario Andreotti, senza però ottenere alcun risultato. Nel 1948 c’è una prima riunione a Pontecorvo per rivendicare il diritto alla pensione di guerra, rivendicazione rimasta inascoltata e il lavoro riprese casa per casa, donna per donna. Le donne ebbero più coraggio nell’esprimersi pubblicamente e nel chiedere la pensione nel secondo convegno a Pontecorvo nel ’51.In una relazione del 24 agosto ’51, inviata all’ Udi nazionale da Ebe Locatelli che collaborava con le dirigenti locali e nazionali dell’ Udi, si riferisce che secondo dati ufficiali le “marocchinate” sarebbero 60.000 ma che le pratiche di pensione giacciono in un disordine indescrivibile presso l’Intendenza di finanza di Frosinone, essendosi “persi” (!) sia gli elenchi alfabetici che quelli per Comune. In un articolo dell’on Maria Maddalena Rossi del 17 novembre ‘51 sull’Unità si parla di 47.000 domande presso l’Intendenza di Finanza di Frosinone e di 10.000 domande presso il Ministero del Tesoro. La Locatelli distingue, sotto il profilo delle pratiche di pensione, tre gruppi:Donne che nel ’44 hanno avuta una “liquidazione” (dalle 80.000 alle 200.000 Lit.) dai governi francese e italiano, che viene trattenuta dalle pensioni di VII e VIII categoria assegnate alle vittime civili di guerra;Donne che hanno fatto richiesta di risarcimento di danni di guerra negli anni ’46, ’47, ’48, giacenti in disordine presso l’Intendenza di finanza, perché si sono persi ambedue gli elenchi. Locatelli osserva: molte donne si sono mosse in ritardo, vuoi per ignoranza di avere diritto al risarcimento, vuoi per vergogna.Donne, che avendo ricevuto 150.000 Lit. di liquidazione, non ricevono ancora la pensione (che ammonta da1400 a 3000 Lit mensili) a causa delle trattenute. Locatelli precisa che l’Udi ha avanzato la richiesta di considerare la liquidazione un contributo straordinario e di pagare la pensione regolarmente; Lea Locatelli riferisce anche sull’attività svolta e sulle difficoltà incontrate: 2 riunioni a Pontecorvo, 3 a S. Giovanni Incarico, 2 a Ceccano, 1 a S. Elia. In esse viene distribuita una petizione da firmare, diretta alla Camera dei Deputati.Esiste – si commenta nella relazione- ancora sfiducia nelle donne a causa dei tentativi individuali falliti, delle truffe subite da parte di presunti “professionisti”, che promettevano dietro compenso di seguire le pratiche, vuoi per la lunghezza dei tempi; c’è reticenza in molte a apporre firme; qualcuna ha ricevuto il libretto di pensione (siamo prossimi alle elezioni) e quindi altre sperano di averla; infine si osserva che le vittime vivono in maggioranza in campagna, in frazioni sperdute, che le ristrettezze finanziarie rendono difficili gli spostamenti e che bisognerebbe perciò riuscire a costituire dei comitati nei centri maggiori. La petizione chiedeva:Sollecito disbrigo delle pratiche e, in attesa, acconti da non trattenersi sulla pensione, a titolo di rimborso delle spese di cura: [Molte delle donne avevano subito lacerazioni, o erano state ferite, o infettate da malattie luetiche e blenorragiche.]Pagamento delle pensioni e degli arretrati senza trattenere le somme erogate dal governo francese e italiano, da considerarsi come indennità straordinaria per le spese di cura.Assegno di cura, che veniva assegnato alle vittime di guerra solo per chi aveva contratto tbc;Medicinali e cure mediche gratuite (teoricamente le visite e i medicinali erano gratuiti presso il reparto dermosifilopatico dell’ospedale di Pontecorvo, ma i medici – nel ’51 – non disponevano dei mezzi necessari).Quando nel 1951 si arrivò al Convegno di Pontecorvo, anche questo avvenimento più unico che raro e non solo per l’Italia, in esso confluirono tutte le donne che nel cratere della battaglia avevano subito stupri e aggressioni e da anni lavoravano per definire e presentare un progetto di rivendicazioni verso tutte le autorità italiane. Al convegno di Pontecorvo si arrivo con una lunga grande mobilitazione e con un atto di sfida alle istituzioni e il particolare a tutte le forze dell’ordine che presidiavano le strade per bloccare senza successo queste donne dopo il duro divieto di Scelba Ministro degli interni. Il convegno riusci’ oltre ogni previsione per presenze e passione e a conclusione oltre alle richieste contenute nella petizione di promozione, venne chiesta: “L’istituzione di un Centro contro le malattie contratte, la proroga del termine per la presentazione delle domande di pensione, la visita di tutti i figli delle marocchinate”.Due giorni dopo, il 16 ottobre, Maria Maddalena Rossi depositava alla Camera una interpellanza al Ministro del Tesoro. Era convinta fosse venuto il momento di aprire un fronte pubblico nazionale e ufficiale per il riconoscimento dei risarcimenti alle migliaia di donne violentate dai militari coloniali francesi nel maggio di otto anni prima. L’interpellanza sarà discussa solo il 7 Aprile dell’anno successivo.La guerra era finita solo da sette anni e molte ferite erano aperte. l’Italia era in cerca di appoggi e riconoscimenti internazionali per risollevarsi dalle macerie della guerra, far parte dell’Alleanza atlantica ed entrare all’Onu dove l’appoggio della Francia era determinante. Le tensioni politiche, così come le divisioni esasperate dalla Guerra fredda, si avvertivano ovunque. Le richieste delle donne passarono in secondo piano.Il presidente Macron, recentemente ad agosto 2019, nell’anniversario della liberazione dal nazifascismo della Francia meridionale, ha chiesto ai sindaci francesi di intitolare alcune strade ai combattenti delle truppe coloniali quale riconoscimento del loro valore contro i nazisti. A Montecassino ha sede l’Associazione nazionale vittime delle marocchinate, diretta dalla destra fascista; in quella occasione l’Associazione ha chiesto al Ministro degli Esteri del Governo italiano di intervenire contro Macron perché la Francia voleva valorizzare gli stupratori di Montecassino. Una strumentalizzazione e una confusione voluta che continua a far leva sulla mancata concordanza tra storia ufficiale e memoria comune che non è mai stata sanata veramente dalla fine della guerra creando la coscienza di una storia condivisa. E’ inoltre l’ennesimo tentativo della destra italiana di sostenere che le truppe alleate erano solo invasori e degli stupratori e non dei liberatori o con una frase che allora le donne del Cassinate dicevano, “aspettavamo dei liberatori, sono arrivati li diavuli”. Dalle aggressioni da parte di alleati alla donne in particolare gli stessi tedeschi occupanti in ritirata avevano avvisato la popolazione che la vulgata di allora esprimeva con” i tedeschi portavano via gli uomini mentre gli alleati stuprano le donne”. Neanche sugli stupri delle truppe tedesche al nord si è mai fatta piena luce. Come viene spesso ricordato le guerre sono degli uomini, ma le guerre sono alle donne: le vicende di Montecassino e della Ciociaria sono in questo senso emblematiche e terribili anche perché si tratta non di nemici occupanti ma di alleati contro il nazifascismo. Dopo la battaglia di Montecassino tentare di resistere all’orda di “diavuli” soldati strani e selvaggi anche nel loro abbigliamento che li travolgevano spietatamente, da parte della popolazione locale e degli sfollati la reazione fu immediata e spontanea; stanchi della guerra delle aggressioni e degli stupri si rivolgevano agli ufficiali francesi, ma anche alcuni di loro erano tra gli stupratori, come si evince dalle testimonianze delle donne o dalla memorialistica locale o agli ufficiali inglesi, i quali però sostenevano che erano lì per combattere i tedeschi non per interessarsi della popolazione civile vessata dai francesi; la stessa cosa vale per gli americani. Il risultato finale fu che questa orda che ha devastato un’intera provincia è andata avanti per giorni, con danni non solo in termini di stupri ma di anche malattie veneree e gravidanze, malgrado si dicesse che le malattie veneree non potevano comportare gravidanze. Non esisteva l’aborto, le gravidanze furono portate a termine, ma bambini morivano dopo pochi giorni dal parto di raffreddore o broncopolmonite: alcune testimoni dicono che le donne hanno provveduto a modo loro. Solo molto tempo dopo le donne raccontarono. Molti bambini furono mandati nei brefotrofi, complessivamente in Italia negli anni dopo la guerra il numero dei bambini in essi era molto alto, circa 350.000.Quando l’interpellanza di M.M. Rossi arrivò in Parlamento molte domande erano state presentate e raccolte in modo confuso o disperse. La Prefetta di Frosinone Emilia Zarrilli quando nel 2014 abbiamo fatto un convegno a Vallecorsa sulle Marocchinate dichiarò pubblicamente che al suo arrivo aveva voluto verificare cosa era veramente successo di quanto aveva letto nei libri di storia e trovato con sorpresa, negli archivi della Prefettura, molte cartelle presentate dai sindaci che riconoscevano lo stupro e il risarcimento, ma che le donne non si erano mai presentate a chiedere il pagamento.Quando in Parlamento nel 1952 si parlò di risarcimenti e pensioni il Sottosegretario Tiziano Tessitori disse che tutti i dati raccolti minuziosamente ed esposti da Maria Maddalena Rossi per arrivare all’ottenimento della pensione erano esagerati, si trattava di pochi numeri che andavano inseriti nella lista degli altri danni di guerra, quali per esempio quelli derivanti da incidenti stradali provocati dai mezzi degli alleati a Napoli e Montecassino danni tutti allo stesso livello!Emblematica la risposta feroce ed sarcastica di Maria Maddalena Rossi al Sottosegretario: “Si vede bene che Ella non è una donna”.Non si affrontò quindi la questione, non solo perché non volevano pagare e riconoscere fino in fondo l’ignominia di quanto successo, ma perché ritenevano quanto successo comprensibile nei danni collaterali di guerra e non si sognavano neanche di mettere in discussione il Codice Rocco che parlava di stupri e violenze come reati contro la morale e non contro la persona.Le richieste di indennizzo continuarono ad essere richieste fino agli anni 60, e non a caso il film “La Ciociara” uscirà solo in quegli anni, quando la questione chiusa in Parlamento fu riaperta dalle donne presso la Corte dei Conti per ottenere giustizia. Con qualche caso non ancora chiuso.