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Scambio di lettere tra Luisa Muraro e ministre Bonetti e Bellanova

Pubblichiamo lo scambio tra Luisa Muraro e la ministra Bonetti e la ministra Bellanova in quanto ci questione di interesse nel dibattito politico e culturale attuale.   Lettera Aperta di Luisa Muraro originariamente pubblicata sul sito della Libreria delle donneErrori e danni il governo in carica ne ha fatti, così come tanti altri governi alle prese con la pandemia. Ma nessun errore o danno è così grave come quello che potrebbe fare Matteo Renzi con le sue manovre nella coalizione di governo. “È senza anima” ha sentenziato Renzi del piano di spesa proposto dal capo del governo: parla come un esperto di anime l’uomo che conoscevamo per aver insidiato il governo Letta e mandato allo sbaraglio il proprio!Lo sta rifacendo con la minaccia di ritirare le “sue ministre”. Chi sono? Elena Bonetti e Teresa Bellanova, deputate nel parlamento italiano, elette nelle liste del Partito democratico (PD) e ministre del governo in carica, rispettivamente per le Pari Opportunità e per l’Agricoltura. Il riferimento delle due ministre è, costituzionalmente, il capo del governo, Giuseppe Conte. Ma entrambe hanno aderito a una piccola formazione, “Italia viva”, un nuovo partitino cui ha dato vita Matteo Renzi (anche lui del PD), dopo le elezioni.  Con quale scopo? Ci sono diverse risposte, sicuramente Renzi voleva contare di più e non trovarsi fuori dalla gara per il potere.Bisogna sapere che il Partito democratico è entrato a far parte della nuova coalizione di centrosinistra dopo la famosa manovra fallita dell’on. Salvini, estate 2019, che ha mandato per aria il centrodestra, e lui all’opposizione. La manovra doveva servire a spostare la politica più a destra e invece non fece che far ruotare il partito di maggioranza, i Cinquestelle (e con loro Giuseppe Conte che ha fatto da perno) da destra a sinistra: i numeri in parlamento c’erano senza tornare a votare. È stata una vera piroetta, il merito ne va a 4-5 persone fra cui lo stesso Matteo Renzi che voleva così rientrare nella gara per il potere: non pensava a favorire Conte, che in quel posto era arrivato quasi per caso.Poi è esplosa la pandemia e tutto è cambiato fra cui la politica europea e dietro a questa l’importanza dell’Italia e, con questa, quella di Conte e del suo governo di centrosinistra.Siamo a questo punto. E a questo punto mi rivolgo alle due ministre per chiedere loro di non prestarsi alle dubbie manovre di Matteo Renzi. Il passato non parla in suo favore. In ogni caso, non lasciate che sia lui a parlare e decidere per voi. Non siete ministre a disposizione di Matteo Renzi, siete ministre del governo in carica, che può e deve migliorare la sua politica: date il vostro contributo, lo sapete fare. Vi chiediamo, in sostanza una prova della vostra indipendenza dalla politica che mira al potere. Mirate alla libertà femminile e al bene comune. P.S. Sono stata informata che la ministra Teresa Bellanova è senatrice e che Elena Bonetti è ministra senza essere stata eletta. Mi scuso con le interessate. L.M.   Lettera delle Ministre Bellanova e Bonetti originariamente pubblicata sul sito di Italia VivaIl partito in cui siamo e agiamo è Italia Viva. Partito che dalla sua fondazione, da parte di Matteo Renzi, contempla la diarchia in tutti i ruoli e le cariche, scelta che anche a livello locale sta cambiando il volto della partecipazione politica (1). Non a caso Matteo Renzi è stato il primo e finora l’unico Presidente del Consiglio ad aver attuato la piena parità nell’indicazione dei suoi Ministri (50% donne e 50% uomini). Già molte ministre di quel governo furono accusate di essere succubi del capo. Megafoni. D’altra parte, è un maleficio che sembra colpire molte donne che scelgono la politica e ambiscono a ruoli apicali. Dunque, nessuna meraviglia se lo stesso incantesimo ricade oggi su due Ministre della Repubblica. Lascia tuttavia sconcertati che a farsene interprete sia questa volta anche la parola di una filosofa che ha scritto saggi sulla libertà femminile e l'autorità che ne deriva. Perché le donne, alla prova degli eventi e dei fatti, sono obbligate a dare ragione della loro autonomia di giudizio rispetto agli uomini mentre agli uomini mai, neppure dalle donne, questo è richiesto? E in quali gravi condizioni versa la credibilità del servizio della politica e dello stesso agire politico, se perfino una donna di pensiero è portata ad escludere nelle premesse che la scelta condivisa da due donne possa essere liberamente ordinata a null’altro che alla ricerca di un bene comune possibile per il Paese? Quest’ultima è, forse, la vera domanda del nostro tempo e attiene alla drammatica incapacità di concepire la comunità. Finisce così per interessare poco ciò che voci ufficiali di donne e uomini di Italia Viva, comprese le nostre, dichiarano da mesi nel merito puntuale di temi cruciali per il futuro di questo Paese. Diventa invece necessario ribadire che, in piena libertà e autonomia, abbiamo condiviso con Matteo Renzi e l'intera comunità di Italia Viva i rilievi mossi al Presidente del Consiglio rispetto a quelli che noi per prime riteniamo veri e propri vulnera istituzionali e deficit nella capacità politica di governare la complessità che stiamo vivendo. Richiamando le domande al principio del nostro ragionamento, chiediamo: è così difficile per Luisa Muraro, che sembra non conoscere a sufficienza neppure le nostre storie politiche e le nostre biografie, vedere e riconoscere libertà decisionale e autonomia femminile nelle nostre scelte? Mostreremmo forse una qualche prova di maggiore libertà se non richiamassimo tutti alla necessità di considerare le enormi risorse del Recovery un'occasione storica per il Paese e le nuove generazioni, tale da rendere necessario un confronto responsabile, rigoroso, di qualità all’interno della maggioranza di governo? Appariremmo donne più libere se non parlassimo di quanto una superficiale gestione delle responsabilità rischi di penalizzare pesantemente e mettere fuori gioco una intera generazione, costretta oggi alla didattica a distanza come unica modalità di insegnamento e domani a un futuro lavorativo desolante, sul quale nessuno sente il dovere di aprire gli occhi per disegnare una strategia valida e creare concrete opportunità? Saremmo riconosciute libere se con serena accettazione dicessimo che dinanzi alla gravità della pandemia è meglio non discutere e guai ad alimentare conflitti (e pazienza se si mette a tacere la coscienza e si rende sterile e innocuo, e in questo modo, sì, inutile e persino superfluo, l’esercizio critico del nostro giudizio)? Meriteremmo una patente di libertà, infine, se venissimo meno al riconoscimento reciproco come fondamento delle relazioni nelle comunità politiche e al giuramento fatto sulla Costituzione il giorno in cui siamo state nominate Ministre della Repubblica, quello di “esercitare con lealtà e onore le funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione”? Semplicemente, la nostra idea di libertà e di autorità femminilenon coincide con quella espressa dalle parole di Luisa Muraro e da chi come lei oggi ci sollecita ad agire al di fuori di una logica di comunità. Nel pieno rispetto delle reciproche differenze d’opinione, ne teniamo conto. Ma non vorremmo inutilmente alimentare un dubbio: non ci occorre alcuna patente di libertà. Noi siamo persone libere. Siamo donne libere. E con il servizio della politica abbiamo l’ardire – Muraro non se ne dorrà – di voler contribuire a spezzare i gioghi, troppi e subdoli, che parole come le sue ancora vogliono imporre sulle spalle delle donne di questo Paese. Teresa BellanovaElena Bonetti (1) Dallo  di Italia Viva: 1.1 Italia Viva è la casa aperta a tutte le donne e a tutti gli uomini che si identificano nei valori propri dello Stato liberale, laico, inclusivo e fondato sulla divisione dei poteri, nella Costituzione repubblicana e antifascista, nella Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea e nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. 1.2 Promuove la concreta parità di genere, impegnandosi affinché donne e uomini abbiano eguali diritti e medesimi doveri. 3.3 L’Associazione persegue anche attraverso azioni positive l’obiettivo della parità dei sessi in attuazione degli articoli 3 e 51 della Costituzione. Ogni incarico, elettivo o di nomina, è affidato congiuntamente a una donna e a un uomo, salvo diversa espressa previsione del presente Statuto o della Legge. In ogni caso, va garantito l’equilibrio numerico dei due sessi all’interno degli organi collegiali.     

Un tribunale sudcoreano condanna Tokyo a risarcire le "schiave del sesso"

Articolo originale da RaiNews.it Si tratta del primo caso giudiziario riguardo alle ragazze fatte schiave del sesso dalle truppe di occupazione giapponese che eufemisticamente venivano etichettate come "donne di conforto". Tokyo e Seul sono entrambe grandi alleate degli Stati Uniti, ma le loro relazioni sono tese a causa del dominio coloniale giapponese dell'inizio del XX secolo e ulteriormente peggiorate negli anni del governo sudcoreano di centro-sinistra guidato da Moon Jae-in. Gli storici ritengono che fino a 200.000 donne, per lo più coreane, ma anche di altre parti dell'Asia, compresa la Cina, furono costrette a lavorare come prostitute per i militari giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale. La sentenza giunge dopo un processo durato otto anni fa. Da allora alcuni dei querelanti originari sono morti e sono sono stati sostituiti dalle rispettive famiglie. Tokyo, in questi anni, ha boicottato il procedimento e sostiene che tutte le questioni di risarcimento derivanti dal suo dominio coloniale sono state risolte con il Trattato del 1965 che normalizza le relazioni diplomatiche con i Paesi i vicini. Il governo giapponese nega inoltre di essere direttamente responsabile degli abusi di guerra, insistendo sul fatto che le vittime erano state reclutate da civili e che i bordelli militari erano gestiti da privati. La disputa si è inasprita nonostante Seul e Tokyo avessero trovato un accordo nel 2015 volto a risolvere la questione "definitivamente e irreversibilmente" con le scuse giapponesi e la creazione di un fondo da un miliardo di yen per i sopravvissuti. Ma il governo sudcoreano di Moon ha dichiarato difettoso l'accordo raggiunto sotto il suo predecessore conservatore e lo ha di fatto annullato, citando la mancanza del consenso delle vittime. La mossa ha portato a un'aspra disputa diplomatica che ha finito per incidere sui legami commerciali e di sicurezza fra i due Paesi. Lo stesso tribunale di Seul si pronuncerà la prossima settimana su una causa simile intentata contro Tokyo da altre 20 donne e dalle loro famiglie.

In ricordo di Marisa

Il 19 dicembre del 2019 Marisa Ombra ci ha lasciato.Le condizioni create dalla pandemia non ci hanno premesso di ricordarla ed onorarla come avrebbe meritato la sua vita e il suo impegno e come faremo appena possibile.Per questo la vogliamo ricordare a tutte con questo video e con le sue parole!( A cura di Ilaria Scalmani e Vittoria Tola )​  

16 dicembre 1945: parte il primo treno della felicità

Articolo di Giovanni Rinaldi apparso originariamente su Il Mulino 1945, l’Italia è libera da pochi mesi, dovunque distruzione e macerie. Dalla stazione di Milano, il 16 dicembre parte il primo treno speciale che porta 1.800 bambini a Reggio Emilia, dove altrettante famiglie, per la massima parte composte da militanti comunisti, li ospiteranno fino alla primavera.Teresa Noce  ̶ dirigente comunista, combattente in Spagna con le Brigate internazionali col nome di battaglia Estella, internata dai nazisti nel campo di Ravensbrück   ̶  racconta come si avviò quel progetto: «Sarebbe toccato soprattutto alle compagne lavorare. Ma avremmo fatto in modo di mettere all’opera anche gli uomini. Tutte le compagne di Milano si misero al lavoro. Nel mio piccolo ufficio, che allora era chiamato “della stufa rossa” perché, quando ci davano un po’ di legna, era riscaldato da una stufa di terracotta rossa, era un via vai continuo di donne, uomini, bambini. Arrivavano richieste da ogni parte. I bambini affamati erano tanti. Cominciava il tempo umido e freddo e non c’era carbone. I casi pietosi erano molti, moltissimi. Bambini che dormivano in casse di segatura per avere meno freddo, senza lenzuola e senza coperte. (…) Bambini lerci, pieni di croste e pidocchi».Il movimento “Per la salvezza dei bambini d’Italia”, come verrà poi chiamato nei numerosi comitati organizzatori sparsi per l’Italia, nasce quindi a Milano, dalla fantasia e dalla passione di Teresa Noce, organizzato dalla nascente Unione donne italiane (Udi), erede dei Gruppi di difesa della donna, nati all’interno della lotta partigiana. Non era, del resto, un’assoluta novità, riprendendo l’antica e ripetuta esperienza del solidarismo di classe e del mutuo soccorso.Milano, nella sua periferia, era piena di bambini che soffrivano letteralmente la fame e il freddo. A una prima timida richiesta di aiuto per alcune decine di loro, Teresa Noce invia la compagna Dina Ermini a sondare la disponibilità dei compagni di Reggio Emilia a ospitare in affido un certo numero di bambini nel periodo invernale. Il radicamento e l’organizzazione del Pci nell’Emilia Romagna faceva presagire una buona risposta alla loro richiesta di aiuto. La risposta va al di là di ogni loro legittima speranza: all’ipotesi di ospitalità richiesta per poche decine di loro, Reggio Emilia risponde offrendo accoglienza per duemila bambini, seguita a ruota da Parma, Piacenza, Modena, Bologna e Ravenna. In parallelo avverrà un altro trasferimento: quello dei bambini di Torino verso Mantova.Al V congresso del Pci (Roma, 29 dicembre 1945 - 6 gennaio 1946), dopo pressanti richieste di aiuto all’infanzia da parte dei rappresentanti territoriali, si decise di estendere l’iniziativa e radicarla a favore del Mezzogiorno.Nei primi mesi del 1946 si avviò quindi il trasferimento a scaglioni di migliaia di bambini da Cassino e dal frusinate, terre devastate dalla guerra e dai bombardamenti alleati; e, quasi in contemporanea, altre migliaia da Roma, dalla sua periferia e dalle borgate più popolari. Nel 1947 si replicò con il trasferimento, forse il più imponente, da Napoli verso le regioni del Centro Nord, di circa 10.000 bambini, gli sciuscià sottratti alla strada e allo sfruttamento.Treni speciali continuarono a partire negli anni successivi, dal 1948 fino al 1952, dalla Calabria martoriata dall’alluvione, dalla Sicilia, dalla Sardegna, dalla Puglia e dal Polesine.Il Pci e l’Udi, animatori principali dei comitati organizzatori, furono affiancati dai Comuni, dai Prefetti, dal Cln, dalla Cgil, dall’Anpi, dalla Croce rossa, dal Centro italiano femminile (Cif) di ispirazione cristiana, dalle cooperative e da tanti privati cittadini. Aiuti arrivarono anche dalle Ferrovie, dal ministero dell’Assistenza postbellica, dall’United Nations Relief and Rehabilitation Administration (Unrra). Protagoniste principali dell’organizzazione dei viaggi furono le militanti dell’Udi, che si occuparono di curare e vaccinare i bambini, raccolsero fondi e donazioni da privati, enti, commercianti, consigli di fabbrica, distribuirono indumenti e biancheria, calze e scarpe, organizzarono sedute di taglio di capelli e di eliminazione dei pidocchi.Fu un lavoro gigantesco: bisognava selezionare i bambini più bisognosi – non solo quelli provenienti da famiglie ideologicamente “vicine” – andando casa per casa per conquistare la fiducia delle famiglie, verificare le condizioni di salute di ognuno, prepararne le schede personali e i cartellini di riconoscimento, abbinare ogni bambino alla famiglia di accoglienza, accompagnarli nel viaggio fornendo vitto e vestiario, mantenere i contatti tra le famiglie. Le donne dell’Udi furono sostenute dai militanti di tutte le sezioni del Pci, da moltissimi medici volontari, ma trovarono nelle Crocerossine, delegate all’assistenza nei vagoni, le più inaspettate e pragmatiche partner nei lunghi e faticosi viaggi in treno.Decine di migliaia di bambini furono ospitati e accuditi dalle famiglie contadine e operaie della Toscana, delle Marche, dell’Emilia-Romagna, del Veneto e della Lombardia, presso le quali vennero rivestiti, curati, mandati a scuola. Ritornava spesso il detto: «Dove si mangia in sette si mangia anche in otto!». Nelle stazioni, a salutarli alla partenza e all’arrivo, c’erano le bande musicali di ferrovieri e tranvieri, i sindaci con intere giunte comunali, i militanti e le militanti dei Comitati di accoglienza che provvedevano alla collocazione dei bambini presso le famiglie ospitanti.Molti bambini viaggiarono però traumatizzati da una propaganda feroce, operata soprattutto dai parroci del Sud, che costantemente facevano circolare voci che evocavano la leggenda dei comunisti “mangiabambini” o il loro trasferimento forzato in Russia, spaventando le famiglie. In Emilia-Romagna e in altre regioni del Centro Nord, invece, altri parroci e qualche vescovo parteciparono bonariamente ai comitati organizzatori. All’arrivo nelle nuove famiglie, la sorpresa dei bambini meridionali spesso fu scioccante, perché scoprivano agi e comodità sconosciuti, una società molto lontana da quella di provenienza. L’incontro tra queste due Italie e il confronto tra queste due culture fu il vero risultato della scelta, politica, della “solidarietà nazionale”.Un’Italia popolare si sostituiva alle istituzioni, organizzando dal basso nuove forme di società solidale e la gestione collettiva della cosa pubblica. La politica diventava lo strumento collettivo, necessario e pragmatico per costruire il bene comune. Si scoprì inoltre «una solidarietà possibile tra Nord e Sud, tra operai e contadini – scrive Miriam Mafai in L’apprendistato della politica – un conoscersi tra gente che aveva vissuto in modo diverso le atrocità della guerra, il superamento da una parte e dall’altra di antiche incomprensioni e diffidenze, un entrare in contatto di mondi diversi: il mezzadro emiliano e il sottoproletario meridionale, con lo stabilirsi di rapporti di fraternità che resisteranno nel tempo».“I treni della felicità”, come oggi chiamiamo quel movimento, non fu mai, in realtà, la sua definizione ufficiale, né una definizione propagandistica. Non la troviamo in discorsi pubblici, né in documenti organizzativi, né sui giornali dell’epoca che titolavano In partenza il treno speciale, Parte il treno dei bambini, In viaggio con il più bel treno del mondo. Una sola volta, viaggiando su uno di questi treni che riaccompagnava a Napoli i bambini ospitati nella sua città, il sindaco di Modena, Alfeo Corassori, rivolgendosi a una delle accompagnatrici Udi, ebbe a definirlo “il treno della felicità”. Sintetizzava, con queste parole, la difficile scelta dell’allontanamento dei bambini dai loro affetti e, insieme, la felicità della loro restituzione alle famiglie, dopo aver conosciuto nuovi affetti e sentimenti. La felicità negli occhi di quei bambini, nel guardare al futuro con minor paura e più fiducia.    

Ciao Lidia

Partigiana, cattolica, marxista, femminista, pacifista sempre e comunque, ma soprattutto donna libera e di grande pensiero. A lei saremo sempre grate per il suo esempio di vita, per la sua intelligenza politica e mai conformista, per la sua ironia e per il suo impegno nell'Udi profuso per decenni, fino all'ultimo Congresso del 2016. Lidia ci lascia ma non se ne va. Resiste insieme a tutte noi e indica strade che non dobbiamo abbandonare. Grazie per quanto ci hai trasmesso e per quando ci hai fatto sorridere!

Linee di Indirizzo sulla interruzione volontaria della gravidanza in umbria

Finalmente dopo 4 mesi la Regione Umbria recepisce le "Linee di Indirizzo sulla interruzione volontaria della gravidanza con mifepristone e prostaglandine" aggiornate a seguito del parere del Consiglio Superiore di Sanità del 4 agosto 2020. Sarà possibile per le donne umbre scegliere l'IVG farmacologica senza il ricovero e fino alla nona settimana di gestazione. Ora chiediamo:che gli ospedali si organizzino in fretta per applicare le procedure e soprattutto che la pratica dell'aborto farmacologico si possa finalmente fare anche nei 2 principali ospedali della Regione, quello di Perugia e di Terni che oltretutto sono ospedali di insegnamento nei quali gli operatori sanitari in formazione ora NON apprendono le modalità di somministrazione e controllo della pratica sanitaria.Chiediamo inoltre che la Regione aggiorni il nomenclatore tariffario in modo da permettere ai consultori, adeguatamente attrezzati e formati, di praticare l'aborto farmacologico.Infine chiediamo che la Regione Umbria provveda, come già fanno altre regioni, a rendere la contraccezione gratuita per tutt* così come previsto dalla legge 194!Vogliamo scegliere sui nostri corpi sulla sessualità e sulla riproduzione! Non ci fermeremo qui!Vi diamo appuntamento sulla nostra pagina facebook mercoledì 8 dicembre alle ore 18:00 per una diretta con varie operatrici del Centro ItaliA: Giovanna Scassellati LAZIO, Barbara del Bravo TOSCANA, la Marina Toschi UMBRIA; Attiviste delle MARCHE; Lisa Canitano Vitadidonna; con la quale analizzeremo lo stato dell'arte e la lunga strada che bisogna ancora percorrere per vedere rispettate le nostre libertà ed i nostri diritti!   ​

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Attraverso l’azione politica, culturale e sociale, lavoriamo da ottant'anni per l'autodeterminazione della donna, per affermare il rispetto e l’inviolabilità dei corpi, contro ogni forma di sfruttamento e mercificazione. Crediamo che i diritti delle donne siano una misura fondamentale dei diritti umani e una condizione indispensabile per una società più giusta. Riaffermiamo con immutata convinzione il ripudio della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali e promoviamo la pace tra i popoli, la nonviolenza e la difesa non armata. 

 

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