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I NOSTRI EVENTI 

Lettera alle istituzioni sulla convenzione di Istanbul

La Convenzione di Istanbul non viene pienamente applicata in Italia.Dopo la ratifica del 2013, in sede parlamentare, non si è tenuto fede al prescritto adeguamento delle norme civili a garanzia del pieno diritto alla libertà delle donne vittime di violenza maschile, il che vanifica gli effetti di un numero altissimo di sentenze che condannano gli autori di reati di persecuzione, lesioni e perfino di tentativi di femminicidio o di efferati figlicidi. Dopo sette anni di attività parlamentari si registrano provvedimenti e progetti di legge addirittura in contrasto alla Convenzione stessa.Il rapporto del GREVIO (gruppo di monitoraggio presso il Consiglio d’Europa), presentato nel 2019, sullo stato di applicazione della Convenzione, i rapporti resi pubblici  dai cav , dalle  reti come D.i.Re (riconosciuta fonte attendibile presso le istituzioni e presso il GREVIO), dalle  ONG femministe (tra cui UDI di Napoli, Arcidonna, Salute donna ed esperti/e  "sulle procedure dei tribunali civili e minorili riguardanti la affidamento dei figli nei casi di violenza domestica")  descrivono lo stato confuso della realtà istituzionale che da una parte si esprime contro la violenza sulle donne e dall’altra si trova ad applicare leggi inadeguate al dettato della Convenzione, non di rado in aperta contraddizione tra loro sul piano applicativo e normativo.Quello che viene definito il coraggio di denunciare da parte delle donne, è una novità conseguente ai cambiamenti civili voluti e innanzi tutto praticati dalle donne. Questo andrebbe meglio definito come “conquista della libertà di denunciare” ed è il risultato della spinta propulsiva del movimento femminista e delle donne che hanno creato le condizioni di rottura del silenzio sulla violenza maschile.Questa spinta del movimento delle donne per la ratifica della Convenzione contro la violenza degli uomini sulle donne è stata fondamentale. Come da anni ormai le donne denunciano l’incongruenza di leggi radicalmente ancorate al principio (negato e apparentemente rimosso dal 1975) del capofamiglia uomo, che pure volentieri molti giudici applicano, comminando pene ridotte ai violenti che poi continuano la loro opera terroristica sugli spazi vitali di donne e bambini.Negli affidamenti che spesso escludono le madri sulla base della loro denuncia delle violenze subite dal partner, negli allontanamenti non garantiti da alcun meccanismo di controllo sui comportamenti aggressivi dei partners, nelle molestie e nelle violenze sessuali sui posti di lavoro, negli stupri commessi nell’inerzia di intere comunità complici (dove addirittura sindaci si ergono a difesa degli autori), in tutti le occasioni che rendono una donna vittima della violenza maschile, c’è una mancanza profonda di prevenzione e di formazione specifica.  L’incuria applicativa segnala il perdurare di antiche complicità, che vanno affrontate e superate. Per ogni aspetto della condizione derivante dall’asimmetria di potere tra donne e uomini (compresa quella economica), la Convenzione impegna il Parlamento e le istituzioni a un’attività riformatrice e all’emanazione di norme applicative.Tutte le donne presenti sul territorio italiano, native migranti e temporaneamente residenti, sperimentano la mancata protezione, protezione e salvaguardia invece prescritta dalla Convenzione.Le leggi non bastano a cambiare i retaggi e la cultura (argomento invocato sempre ed ogni volta che vengono individuate le cause istituzionali della violenza perpetrata sulle donne), ma sono però il segno necessario del recepimento della differenza tra vittime e carnefici, vittime e carnefici spesso confusi da un eccesso interpretativo nei tribunali nonché dallo zelo politico di chi nelle istituzioni si fa carico delle pressioni lobbistiche misogine. Le donne italiane hanno dimostrato di potere e sapere cambiare la cultura. Lo Stato deve fare la sua parte seguendo le indicazioni che ha sottoscritto: ha preso un impegno e approvato una norma che comporta l’adeguamento della legislazione per il contrasto avanzato al femminicidio e alla violenza che lo precede e lo segue. Al contrario, invece, nella crisi economica e nell’emergenza sanitaria, si è scelto di individuare  le donne come soggetti destinati a pagare il prezzo più alto, con la mancata salvaguardia dei diritti ormai acquisiti, la riduzione delle tutele e con la riduzione dei supporti istituzionali ordinari e quelli appunto previsti dalla Convenzione.  In dettaglio1-      Le vicende delle donne madri sottoposte alla vessazione istituzionale denunciano che:dopo l’individuazione e la sanzione del reato violento perpetrato dal partner, nei noti casi, la declinazione dei provvedimenti è affidata a soggetti, anche se deputati alla funzione, privi della formazione specifica prescritta della CDI. Si riscontra infatti la grande disinformazione sulle dette norme nei tribunali e nei servizi sociali e l’interpretazione ostile di norme che, pure inadeguate, non comporterebbero automaticamente la prevalenza degli interessi del padre su quelli della madre, additata come portatrice di patologie comportamentali, con la sola ragione di aver esercitato il proprio diritto di denunciare, e dei figli, anche quando vittime di violenza assistita quindi sottoposti a grave violenza psicologica.   Nei casi resi pubblici dalle azioni di donne ed associazioni si nota, e si denuncia, la totale inosservanza dell’art. 15 del capitolo III (formazione dei soggetti pubblici e privati deputati alla tutela delle donne); l’inosservanza e mancata sorveglianza sull’applicazione dell’art.18 al capitolo IV (norme generali, che prescrive la collaborazione di tutti i soggetti a garanzia della sicurezza delle donne), inosservanza e contrasto all’art. 26 del Capitolo IV (protezione e supporto ai bambini testimoni di violenza sulla madre), inosservanza e contrasto all’art. 31 del capitolo V (diritto di visita e sicurezza dei minori in presenza del maltrattante). Va sottolineata la non introduzione legislativa della nozione di “violenza assistita” come aggravante.2-      Le donne ridotte in schiavitù sessuale e vittime di tratta, vittime del mercato criminale e della tratta di esseri umani, sono private delle protezioni previste da leggi ordinarie e dalla Convenzione:in coerenza con il preambolo e il primo capitolo, con particolare attinenza all’art.3, che definisce violenza tutti gli atti che provocano sofferenza e danno attraverso coercizione fisica ed economica (…..), le donne condizionate dalla precarietà dello status di vittime di tratta e clandestinità (secondo la legge italiana), sono destinatarie di tutte le prescrizioni a tutela previste dalla Convenzione. Tuttavia in aperta violazione dell’art. 60 del capitolo VII (richieste di asilo basate sul genere) le donne in quanto prive delle informazioni necessarie finiscono per essere associate allo status del capofamiglia, quando non a quello dei trafficanti. All’interno della condizione di queste donne è quasi totalmente esclusa la fattispecie dell’art. 44 del capitolo V (donne a qualunque titolo presente sul territorio anche a bordo di velivoli e natanti) per cui non sono previste azioni urgenti e competenti all’accoglienza. I responsabili istituzionali, nelle vecchie fattispecie di “clandestina”, “prostituta” o straniera stentano a riconoscere le vessazioni subite dalle donne all’interno dei traffici perché considerano la violenza una conseguenza, ignorando la vittimizzazione primaria all’interno della schiavitù sessuale o degli usi religiosi ed etnici ai sensi dell’art. 36 capitolo V (stupri con minaccia e ricatto).3-      Le donne vittime della violenza economica:le vittime della sopraffazione maschile sono anche vittime di un’economia maschiocentrica e la Convenzione riconoscendo la natura strutturale della violenza perpetrata sulle donne individua nei supporti economici un valore strategico di contrasto ad ogni sua forma. Per questo stabilisce all’art. 18 del capitolo IV che alle vittime venga garantito adeguato sostegno economico ed abitativo. Le donne perdono il lavoro per cause che riguardano direttamente anche le scelte politiche dei governi, ma nel caso delle donne separate, non di rado vittime di persecuzioni e violenze da parte degli ex partners, giungono alla separazione già prive di risorse proprie e del lavoro proprio e di un’abitazione indipendente. Come per le altre indicazioni, quella che riguarda la collaborazione tra diversi soggetti (sempre art.18 del capitolo IV) per quanto riguarda i licenziamenti e il così detto “retravailler” (tornare a lavorare) l’intervento dello stato è, se non nullo, sporadico e molto debole.  Una delle sconcertanti prove dello spontaneismo che caratterizza l’applicazione di uno dei pilastri della Convenzione, è la restituzione dell’autonomia economica alle donne che spesso ne sono private lasciando il lavoro o già prive di reddito proprio o cedendo il proprio reddito al “capofamiglia” nell’intento di controllarle e porle in stato di totale dipendenza, con la ventilata e mai attuata  politica sul territorio nazionale del “reddito di libertàL’emergenza sanitaria spesso, ha annullato o ridotto l’esigibilità dei diritti acquisiti dalle donne con carichi senza contropartita in molti ambiti. Ricordiamo inoltre che in alcune regioni il COVID19 è stato caratterizzato dall’inattuazione della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza, anche questa grave violazione delle indicazioni CEDAW e dell’OMS.Noi crediamo che ci siano nemici della Convenzione anche in Parlamento, ma crediamo che gli impegni assunti all’atto dell’elezione comportino per tutti  il rispetto delle leggi vigenti (ivi compresa e prima la CdiI), dei trattati sottoscritti, della Costituzione, della Carta dei diritti.Noi pensiamo che i primi, e tardivi, passi debbano necessariamente affrontare il rafforzamento delle garanzie a tutela delle donne che esercitano il diritto di denunciare le violenze, e si vedono penalizzate in famiglia rispetto all’esercizio dei diritti materni;  debbano altresì affrontare la tutela delle lavoratrici, sistematicamente punite con la perdita del lavoro sia nella crisi, sia fuori della crisi  quando rifiutano di sottostare ai ricatti sessuali ed economici o quando sono  condannate al lavoro di cura gratuito.Chiediamo che con una Sua esortazione i Parlamentari procedano ad una risoluzione per l’applicazione e la codifica concreta della Convenzione, in risposta alle questioni che poniamo, e che sia di indirizzo alla competenza regionale sia nel Welfare, visto che molti degli abusi si consumano nell’erogazione delle prestazioni socio-assistenziali, e sia in materia sanitaria.Le prime firmatarieUDI NAPOLIUDI NAZIONALEAssociazione Salute DonnaArcidonnaStefania Tarantino​    

Sentenza processo Rositani a Reggio Calabria

Oggi il GUP di Reggio Calabria ha ritenuto Ciro Russo – l’ex marito di Maria Antonietta Rositani che le diede fuoco il 12 marzo del 2019, lasciandola in fin di vita con il corpo coperto di gravissime ustioni - responsabile dei delitti ascrittigli e lo ha condannato alla pena di 18 anni di reclusione, al risarcimento delle parti civili ovvero la sua ex moglie, i suoi figli, il papà Carlo Rositani e le associazioni UDI Unione Donne Italiane ed Insieme a Marianna Onlus- nonché alla libertà vigilata a decorrere dalla fine della pena. UDI ed Insieme a Marianna Onlus accolgono positivamente questo verdetto,  che riafferma anche un principio etico fondamentale: le donne non sono un oggetto nelle mani di un potere patriarcale che offende la vita, la sicurezza, la dignità, la libertà, l’autodeterminazione del genere femminile.Oggi ha ottenuto giustizia prima di tutto Maria Antonietta, che non si è rassegnata alle violenze subite per anni e culminate nel fuoco, che ha gridato al mondo la sua libertà e la sua determinazione di essere donna. Con lei hanno ottenuto giustizia anche le tantissime altre donne che quotidianamente, e spesso nel totale silenzio, subiscono volenze e maltrattamenti, Per tutte loro Maria Antonietta è diventata un punto di riferimento, una interlocutrice ed un esempio da cui partire per ribellarsi ad un sistema culturale che riduce le donne a meno di oggetti. La storia di Maria Antonietta non è e non può esaurirsi nella semplice- e pur importantissima – vicenda processuale conclusa con una giusta sentenza di  condanna, ma deve esser vista come una tappa, sia pure dolorosa, di un percorso che possa delineare una società nuova, nella quale i diritti e le libertà, le potenzialità , le risorse, la visione del mondo delle donne possano affermarsi pienamente. le Associazioni UDI ed Insieme a Marianna Onlus- che lavorano quotidianamente accanto alle vittime di violenza, accanto ai giovani, affinché si affermi una cultura rispettosa delle identità e delle  libertà-  esprimono  la convinzione che questa sentenza incoraggerà tante vittime ad uscire dal silenzio ed a chiedere anche esse- come ha fatto Marianna Antonietta- sicurezza,  rispetto, libertà  e giustizia. ​Avv. Stefania Polimeni - Unione Donne in Italia APSAvv. Licia D'Amico - Insieme a Marianna ONLUS    

International Day for the Elimination of Sexual Violence in Conflict​

Il 19 giugno è la Giornata internazionale contro la violenza sessuale nei conflitti armati istituita nel2015, con la risoluzione A/69/L.75, dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per sollecitare il dibattito della società civile rispetto agli stupri e alle violenze sessuali nei conflitti, oltre che per onorare le persone (donne, uomini e bambini) che di queste orribile violenze sono vittime; la data è stata scelta anche per celebrare l’adozione della risoluzione1820/2008 del Consiglio di Sicurezza che riconosce la violenza sessuale quale “tattica di guerra, per umiliare, dominare, instillare paura, disperdere o dislocare a forza membri civili di una comunità o di un gruppo etnico”, nonché minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale.La disciplina del crimine di stupro è andata evolvendosi nel corso degli ultimi decenni. Gli orrori avvenuti durante i conflitti nell'ex Jugoslavia prima, e nel Rwanda poi, nonché i movimenti delle donne spinsero la Comunità Internazionale a riconoscere lo stupro quale fattispecie costitutiva dei crimini di diritto internazionale; oggigiorno, i crimini di natura sessuale sono espressamente inclusi nelle categorie di crimini di guerra, crimini contro l'umanità e atti costituenti crimini di genocidio, costituiscono una grave violazione dei diritti umani e rappresentano il principale ostacolo nel post-conflitto per la riconciliazione;  ciò dovrebbe indurre la Comunità internazionale a porre la tematica al centro del dibattito e la società civile a mobilitarsi affinché tali barbarie non avvengano mai più in nessun Paese del mondo. Tuttavia, questo anniversario viene, perlopiù, ignorato.Allo scopo di contribuire ad informare e stimolare il dibattito abbiamo scritto saggi, organizzato eventi nelle scuole secondarie di primo e secondo grado e nelle università; in autunno, in occasione nel primo ventennale dall’adozione della risoluzione 1325 (2000) –madre del corpus normativo dell’Agenda “Donne, Pace e Sicurezza” –, si terranno presso la Casa internazionale delle Donne due importanti incontri di approfondimento di questa complessa tematica. In occasione di questa giornata vogliamo rinnovare la memoria e la vicinanza alle persone vittime di queste violenze, nonché evidenziare alcuni dati e aspetti considerati anche nel Rapporto Conflict-related sexual violence presentato dal Segretario Generale delle Nazioni Unite nel 2019. Le violenze di genere, durante e dopo i conflitti, possono assumere diverse modalità; la giurisprudenza penale internazionale nella definizione di “violenza sessuale nei conflitti” comprende, oltre agli stupri, la schiavitù e la tratta a scopo di sfruttamento sessuale, la prostituzione e la gravidanza forzata, l’aborto la sterilizzazione edil matrimonio forzato e ogni altra forma di violenza sessuale perpetrata, direttamente o indirettamente legata(temporalmente, geograficamente o causalmente) a un conflitto; in particolare, il matrimonio infantile sta diminuendo a livello globale ma i numeri restano alti nei Paesi interessati da conflitti come, ad es., in Sierra Leone e in Niger dove più del 70% delle bambine viene costretta a sposarsi prima di 18 anni, e quasi il 30% di queste entro i 15 anni. Le conseguenze di questi atti barbarici sono fisiche (es. lesioni invalidanti, malattie sessualmente trasmissibili, problemi ginecologici persistenti) psicosociali e mentali (es. sentimenti di paura, impotenza, tristezza, disorientamento,  vergogna, sindrome da stress post traumatico, depressione, disturbi d’ansia, difficoltà a stabilire delle relazioni affettive, abuso di sostanze o dipendenze, suicidio); le violenze sessuali costituiscono delle ferite profonde e traumatiche, per le persone violate e per la stessa comunità di appartenenza, che perdurano nel tempo e rendono difficile la riconciliazione e la pace fra le comunità.   Nel 2019 i Paesi con guerre ad elevata intensità sono stati 358 (Rapporto Conflict Barometer 2020, dell’Heidelberg Institute for International Conflict Research), la maggior parte di queste coinvolge eserciti regolari, milizie gruppi armati statali e non statali, organizzazioni terroristiche ed il ricorso alle violenze sessuali è quasi sempre una costante; da bottino di guerra nei secoli scorsi -  comprese le violenze in epoca coloniale, ricordiamo ad es. il madamato -,  le violenze sessuali sono divenute armi, pianificate strategicamente per costituire strumenti di affermazione, controllo, comunicazione del potere; nei conflitti moderni, i civili e i loro corpi costituiscono il campo di battaglia.Tali violenze interessano tutti i paesi del mondo (in Italia, ricordiamo le cd marocchinate e mongolate) e tra le persone vittime ci sono donne, uomini (abusi verificati, ad es. nei conflitti in Cile, El Salvador, Sri Lanka, ex Yugoslavia) e bambini di ambo i sessi (tra gli altri, nell’ultimo rapporto Onu sul conflitto in Siria gli abusi e le violenze sessuali sui minori sono ampiamente documentate, A/HRC/43/CRP.6); tuttavia, interessano perlopiù, il genere femminile (donne e bambine), come evidenziato dalla stessa Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica del 2011 e dalle Raccomandazione n. 19 e 35 della CEDAW; le violenze, in molti casi, sono il risultato di un’esacerbata ineguaglianza di genere presente nella società prima delle ostilità che si rafforza durante e dopo; uno studio condotto dal Fondo di sviluppo delle Nazioni Unite per le donne, pubblicato nel 2017, ha rilevato nelle regioni dell’Ucraina interessate dal conflitto una maggiore vulnerabilità delle donne alle violenze (psicologica, economica, sessuale), che risultano essere tre volte superiori rispetto a quelle nel resto del paese; lo studio evidenzia, inoltre, come il conflitto abbia rafforzato i ruoli di genere più conservatori, nonché favorito il ritorno a modelli patriarcali. Lo stupro e le violenze sessuali sono utilizzate come armi non soltanto durante i conflitti armati; per i regimi queste pratiche hanno una valenza e funzione contro gli oppositori politici - come accade in Siria, Burundi, nell’Africa sub-sahariana -, e per limitare i movimenti di protesta e mettere a tacere giornalisti e attivisti dei diritti umani, dei diritti delle donne e delle persone LGBTI  in Palestina, in Ucraina come in Egitto dove ricordiamo, tra le tante persone vittime, gli abusi subiti da Sarah Hegazy incarcerata e torturata perché rea di aver sventolato durante un concerto una bandiera simbolo dell’identità LGBT. Altri aspetti importanti non adeguatamente indagati sono la condizione dei figli delle persone vittime degli abusi; la questione degli sfollati, pensiamo, ad es.,  alla situazione dei Rohingya in Birmania e delle donne e bambine che vengono rapite e trafficate a scopo di sfruttamento sessuale in Nigeria; inoltre, le violenze sono perpetrate da gruppi terroristici nelle aree per la conquista ed il controllo di risorse minerarie (ad es. oro, tantalio, tungsteno, coltan) situazione documentata nella Repubblica Democratica del Congo e in Burkina Faso).Infine, nella trattazione di questo fenomeno si ritiene importante riflettere su alcuni dati che interessano il nostro Paese rispetto all’applicazione del Trattato sul commercio delle armi (ATT); in particolare, le disposizioni contenute negli artt. 6 e 7(a) contemplano l’obbligo giuridicamente vincolante per gli Stati parti di non autorizzare alcuna esportazione di armi se vi è un rischio che le stesse possano essere utilizzate per commettere o facilitare gravi atti di violenza di genere. Le spese militari mondiali, secondo i dati SIPRI, sono andate crescendo continuamente arrivando nel 2018 a 1.822 miliardi di dollari, con un aumento del 2,6% rispetto al 2017 e del 5,4% rispetto al 2009 e ciò nonostante l’incremento dei conflitti armati in alcune zone del mondo quali l’area nordafricana e mediorientale; l’Italia, Paese Parte del Trattato, ha speso 23,8 miliardi di dollari (nel 2016) in armamenti attestandosi al dodicesimo Paese al mondo per spesa annuale; dalla Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento del 2020, su dati del 2019, risulta che vendiamo armi a Paesi belligeranti e regimi fortemente repressivi che non rispettano i diritti umani e i casi di violenze sessuali sono ampiamente documentati; tra i primi 25 Paesi destinatari di armamenti figurano l’Egitto, il Turkmenistan l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, la Turchia, il Marocco e la Nigeria.In conclusione, alcuni passi avanti verso una riduzione del fenomeno sono stati fatti, ma molto rimane ancora da fare; in particolare, il risarcimento alle persone vittime è un’eccezione e poche sono le condanne dei responsabili delle violenze a tutti i livelli. Le violenze contro le donne costituiscono ancora oggi un ostacolo al raggiungimento dell’uguaglianza, della pace e della vera sicurezza; la risposta deve necessariamente essere anche culturale e coinvolgere tutta la società civile; in questo ambito, un ruolo importante spetta alle reti di donne e alla loro capacità di costruireuna nuova narrazione dei diritti delle donne. Testo redatto da Simona La RoccaDocente, studiosa di diritti umani, politiche e violenze di genere​   

RU Niente Più

Si può cercare di raggiungere il paradiso in vario modo. Una modalità, secondo i leghisti della ns Regione, è quello di rendere difficile la vita delle donne, la loro libertà, la loro autodeterminazione. Così oggi sono arrivati ad abrogare la delibera regionale ottenuta solo nel dicembre 2018, dopo 8 anni di attesa, che dava indicazione agli ospedali umbri di organizzare con day hospital il servizio per la interruzione volontaria della gravidanza (IVG). Questo significava solo la possibilità che, come nel resto d’ Europa, le donne che decidevano di interrompere la gravidanza, potessero scegliere il metodo meno invasivo per loro, che meglio si adatta alle loro esigenze. Invece, poiché in Umbria non sarà così. Che sarebbe tutta questa autodeterminazione! Ricoveriamole per 3 giorni, rendiamo sempre più difficile il percorso per ottenere l’aborto farmacologico, impediamo che si possa anche spendere meno ed evitare in epoca COVID di stare in Ospedale a lungo! Questo è stato ottenuto oggi. Direi: Festa regionale! In Francia l’IVG farmacologica viene scelta dal 66% delle donne, in Svezia dal 95%, in Irlanda e Portogallo anche con alte e crescenti percentuali. In Italia (ultimi dati 2018 della sorveglianza IVG del Ministero Salute) solo dal 18%, in Umbria dal 5%. Perché? Come mai siamo così diverse? Perché una IVG medica per una donna, da noi è una corsa ad ostacoli: contro il tempo, la disinformazione e la mancanza di Servizi. Si era faticosamente arrivati nel 2019 ad avere almeno un Ospedale nella provincia di Perugia (Pantalla e poi dopo COVID ad Umbertide) e 2 nella provincia di Terni (Orvieto e Narni), che mettessero in atto la procedura di IVG farmacologica. Nei 2 ospedali più grandi, dedicati anche all’insegnamento universitario non è mai stato possibile, mai organizzato. A Terni si offrono solo 3 IVG chirurgiche ogni settimana e 5 a Perugia, significa anche che vi sono lunghi tempi di attesa per gli interventi (in media 3 settimane), che con la IVG farmacologica, senza sala operatoria e anestesia, si riducono molto. Questo faticoso piccolo avanzamento che ci faceva essere meno arretrati anche solo dal punto di vista scientifico da oggi viene messo in discussione. I dati reali, riportati dalla relazione del Ministro, mostrano che nelle regioni in cui vi è obbligo di ricovero, nel 95% dei casi le donne firmano ed escono su loro responsabilità. Forse tutta questa protezione … dalle donne, non è così richiesta! La SIGO (Società Italiana Ginecologi ed Ostetrici) ha affermato l’8 aprile 2020 che “si dichiara favorevole a una maggiore diffusione dell’aborto farmacologico, a tutela della salute e dei diritti delle donne, che rischiano di essere negati a causa dell’emergenza sanitaria in corso. Un impiego maggiormente estensivo dell’aborto farmacologico, finora relegato ad un ruolo marginale, permetterebbe di decongestionare gli ospedali, alleggerire l’impegno degli anestesisti e l’occupazione delle sale operatorie. Affinché si realizzi una piena applicazione della procedura farmacologica – che può essere utilizzata anche in caso di diagnosi di aborto interno. Sottolineano la necessità di rivedere alcuni aspetti delle procedure vigenti, dichiarandosi favorevoli a:spostare il limite del trattamento da 7 a 9 settimane;eliminare la raccomandazione del ricovero in regime ordinario dal momento della somministrazione del mifepristone a momento dell’espulsione;introdurre anche il regime ambulatoriale che prevede un unico passaggio nell’ambulatorio ospedaliero o in consultorio, con l’assunzione del mifepristone, e la somministrazione a domicilio delle prostaglandine, procedura già in uso nella maggior parte dei Paesi europei; In Umbria si vuole andare nella direzione opposta e sostenere che questo è a favore della salute femminile. E’tempo che qui in Umbria le donne si facciano sentire, che pretendano che i Consultori tornino in grado di funzionare adeguatamente, che la contraccezione torni gratuita, che il personale e le strutture siano adeguati e formate per rispondere alle esigenze di chi vi abita.Speriamo poi che il Ministero della Salute, ascolti le Società Scientifiche, le loro proposte, modificando le linee guida molto arretrate del 2010 (governo Berlusconi), che ci rendono fanalino di coda in Europa per i diritti sessuali e riproduttivi. UDI PerugiaUDI Nazionale   ​

Scuola Bene Prezioso

Roma, 19 maggio 2020 ALLA MINISTRA DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE, UNIVERSITÀ E RICERCAAL PRESIDENTE DELL’ANCI AI PRESIDENTI DELLE REGIONI Oggetto: LA SCUOLA, BENE PREZIOSO Una delle parole più ricorrenti delle ultime settimane, utilizzata dalla stampa e dal governo per veicolare e infondere ottimismo, è “ripartenza”. Una parola che è anche nutrimento di speranza collettiva poiché contiene in sé il richiamo ad un nuovo inizio, al movimento e quindi al superamento dell’immobilità a cui siamo state costrette per lungo tempo.Il Governo, già da tempo, si è impegnato a fornire nel più breve tempo possibile indicazioni e disposizioni per la ripresa di tutte le attività lavorative ed economiche, ad eccezione però di quel tassello che costituisce da sempre il fondamento e il cardine del progresso e dello sviluppo di tutte le società: la scuola.È stato già rilevato come l’emergenza COVD-19 abbia riportato alla ribalta i limiti dell’attuale impianto del sistema scolastico italiano, un sistema di certo incapace di far fronte, con tempestività, ad una crisi nazionale.Le donne, insieme ai bambini, sono state le prime chiamate in causa a sostenere e coordinare la nuova situazione che ha necessitato di ridefinire spazi e modalità in tutti gli ambiti di vita, a partire da quello familiare.In questo contesto di difficoltà oggettive, alimentate dalla confusione e dalla scarsità delle informazioni riguardanti le modalità di avvio del prossimo anno scolastico, esprimiamo seria preoccupazione per il futuro della formazione nel nostro Paese.A nostro avviso la scuola non solo deve riaprire a settembre, garantendo le misure di sicurezza per tutta la popolazione scolastica, ma deve essere all’altezza delle sfide del presente e del futuro. A tal fine, dobbiamo fare in modo che questo periodo di obbligata chiusura sia stata un’occasione di una proficua riflessione.La pandemia ha mostrato l’importanza di attività e valori umani: la cura, la solidarietà, la relazione, l’interdipendenza, trascurati, se non cancellati, dalla logica ferrea del mercato e ha reso evidente la complessità del presente, i pericoli insiti nella globalizzazione e l’insostenibilità di un modello di sviluppo che mette a rischio la vita. Da più parti si afferma che si debbono trovare strade nuove per un necessario “cambio di civiltà” e di conseguenza assumono un ruolo fondamentale la formazione, il sapere e la ricerca.Come associazione che da sempre ha avuto un’attenzione particolare nei confronti della sua rilevanza sociale, riteniamo che la scuola meriti quella cura che si dovrebbe riservare alle questioni complesse e determinanti, che interessano e coinvolgono tutte e tutti e stanno alla base del vivere civile democratico, per come scegliamo che esso sia.A causa dell’emergenza sono riemerse le criticità di un sistema scolastico fragile e problematico, anche se con grandi risorse umane e professionali, su cui negli anni si è intervenuto confusamente in un’ottica miope di risparmio e di efficientismo imprenditoriale che ha demotivato il personale docente, non rinnovato la didattica e aumentato il divario tra le regioni e tra le fasce sociali, producendo anche dispersione, abbandono ed esclusione sociale.Le/i nostre/i docenti sono tra quelle/i con le più basse retribuzioni in Europa e molte scuole sono non sicure, edificate senza attenzione ai criteri antisismici, con diverse carenze sia nelle strutture portanti, sia negli impianti; così come sono numerosi i casi in cui non sono state adottate misure per l’abbattimento delle barriere architettoniche. Un sistema, quindi, che non poteva fare fronte a una crisi nazionale come la pandemia e su cui si deve intervenire con la stessa attenzione che si avrebbe nei confronti di un bene prezioso come la salute.Noi siamo convinte che si debba procedere in direzione opposta a quella seguita nel passato, segnata dalla volontà di diminuire il tempo scuola. Occorre infatti non meno, ma più scuola! Una scuola a tempo pieno, aperta, che sia anche luogo d’incontro, in cui potere organizzare oltre le ore curriculari, attività culturali, artistiche, sportive e che diventi punto di riferimento non solo per le/i giovani ma per i quartieri relativamente alle problematiche dell’infanzia e giovanili.Riaprire le scuole a settembre in sicurezza con l’intento non solo di ripristinare ma di migliorare tutto il ciclo della formazione, è un’esigenza improrogabile sia per il benessere delle ragazze e dei ragazzi sia per l’economia presente e futura del nostro paese.L’emergenza ha avuto tra i suoi primi effetti la chiusura della scuola di ogni ordine e grado ed è stata affrontata con la didattica a distanza (DAD), una didattica di emergenza che ha coinvolto in un modo senza precedenti gli/le alunni/e, il personale insegnante e le famiglie, uno sforzo incredibile che ha palesato il valore della didattica in presenza e l’utilità di usare in modo competente la tecnologia, ma anche numerose criticità. Scavalcando l’entusiasmo iniziale per la DAD, infatti, i dati locali sul divario digitale e sulle possibilità reali delle famiglie e delle scuole ci illustrano una discriminazione di un numero consistente di studenti, di alcune regioni in particolare.Esiste un divario reale per moltissime famiglie, soprattutto al Sud: che va dalla indisponibilità di sufficienti devices, all’assenza di copertura della banda larga su tutto il territorio; dalla mancata possibilità di utilizzare fibra e giga illimitati alle scarse competenze tecnologiche di genitori che dovrebbero essere di supporto nella DAD; dalla formazione e competenze di docenti non al passo con le necessità contingenti, alle scarse competenze di studenti che sono nativi digitali solo per dato anagrafico. L’inclusione nasconde ancora molte zone d’ombra, così bambini e ragazzi con bisogni educativi speciali sono stati particolarmente penalizzati.Esiste pertanto un reale gap che, con la chiusura delle scuole, si è concretizzato in una lesione del diritto alla scuola e allo studio che riteniamo non possa passare inosservato ma debba essere sanato, affinché tutti i bambini e i ragazzi riacquistino la stessa opportunità di costruire il proprio futuro su solide basi di saperi e conoscenze capaci di fare la differenza, sia per la singola persona che per tutta la collettività.La DAD, dunque, può funzionare solamente a condizione che non sia esclusiva ma strumento integrativo della didattica in presenza, e comunque tenendo presenti le necessarie implementazioni tecniche atte a non creare disuguaglianze. Sarebbe un grave errore pensare che possa essere sostitutiva della didattica in presenza, perché qualsiasi processo educativo implica la reciprocità della relazione e non può prescindere dalla dimensione emotiva, corporea e persino inconscia dell’incontro. La scuola, come Lei sa bene, non è solo lezione frontale, ma uno spazio condiviso di pratica democratica e di apertura verso il mondo. Favorisce il rapporto con la società esterna ed è il primo banco di prova relazionale al di fuori della famiglia, soprattutto per i più piccoli.Inoltre, non ci convince nella scuola dell'obbligo la frequenza a giorni alterni per metà della classe, che determinerebbe un’ulteriore compressione dei tempi sia di apprendimento per gli alunni, sia di lavoro per i loro genitori, con un inevitabile impoverimento delle famiglie e penalizzazione del genitore economicamente più debole, nella maggior parte dei casi la donna.Particolarmente a cuore ci sta poi la questione degli asili nido e della scuola dell’infanzia. È questa l’età fondamentale per i bambini e più propizia all’apprendimento in cui, a detta di tutti gli studi, si gettano le fondamenta del sapere. È necessario che i/le bambini/e, ancora di più se provengono da ambienti socialmente e culturalmente deprivati, abbiano la possibilità fin da piccolissimi di uscire dalla famiglia di origine per fare più esperienze possibili, allargare le proprie conoscenze. Le maestre hanno un ruolo rilevante nella crescita dei/le nostri/e figli/e, lo sappiamo bene per esperienza diretta.Ebbene, all’interno dell’erronea e insensata visione gerarchica piramidale della formazione, la scuola di base non ha il riconoscimento che dovrebbe avere, ecco perché va fatto ogni sforzo non solo per riaprire a settembre ma per valorizzare adeguatamente questo ciclo non tenuto finora nella giusta considerazione. Basti pensare che in Italia solo il 24% di bambini frequentano asili, di cui la metà quelli privati: questo si ripercuote anche negativamente sulle donne che, se non supportate dalla famiglia, mariti, compagni o nonni, sono spesso costrette a estenuanti gincane o a lasciare il lavoro.Noi riteniamo che quanto attiene alla scuola, includendo i nidi, non possa essere derubricato a “questione femminile”, ad ambito riguardante esclusivamente le donne, ma che debba essere considerato una questione inerente la genitorialità nel suo complesso e che non possa gravare sul welfare informale e sulle donne in particolare.La pandemia, lo ripetiamo, che è una sfida terribile deve essere anche occasione di un ripensamento profondo che ci permetta di migliorare il nostro sistema scolastico su cui lo Stato deve mantenere il controllo in modo da assicurare un’offerta formativa omogenea in tutto il paese. In che modo gestire l’emergenza in funzione della conclusione dell’anno scolastico è ormai deciso. La questione da non perdere di vista e sulla quale concentrarsi, a partire da oggi, è a nostro parere molto più grande ed importante e necessita, da parte di chi sta al governo, di grande coraggio e lungimiranza.È indubbia infatti la necessità di ridurre drasticamente il numero di studenti per classe facendo diventare solo un brutto ricordo le cosiddette classi pollaio. Questa riduzione conduce necessariamente all’assunzione di nuovo personale, in numero consistente, precario e per titoli, tentando per quanto possibile di evitare gli esodi interni delle/dei lavoratori da sud a nord. Studenti dimezzati per classe e nuovo personale assunto necessitano a loro volta di ulteriori spazi, messi in sicurezza e sanificati, da ristrutturare se necessario subito o da reperire, immaginiamo, tramite uno stretto coordinamento tra Enti e Istituzioni nazionali e locali, nell’ambito di strutture inutilizzate o destinate ad altri usi.Riteniamo dunque che per riaprire a settembre, garantendo la sicurezza, senza pregiudicare, anzi innalzare la qualità della offerta formativa, bisogna immediatamente lavorare per: classi dimezzate rispetto alle attuali, con un numero limitato di alunni/e in base anche alla grandezza delle aule;assunzione immediata di nuovo personale (evitando gli esodi interni delle/dei lavoratori da sud a nord);requisizione di spazi pubblici inutilizzati da destinare all’aumento delle classi e dei laboratori;sanificazione e messa in sicurezza degli edifici scolastici.In conclusione, perché si possa parlare veramente di “ripartenza” per tutto il Paese, non si può fare a meno di restituire centralità al diritto allo studio, all’istruzione e alla cultura, ma ciò va fatto mediante un serio progetto a lungo termine di riforma del sistema scolastico capace di guardare oltre l’emergenza, con una seria programmazione di carattere nazionale e soprattutto con investimenti adeguati, una revisione dei programmi d’insegnamento e delle metodologie di insegnamento.Solo un’ottica programmatica di lungo periodo può davvero mettere le basi per un futuro migliore per le nuove generazioni e, conseguentemente, per il nostro Paese. UDI- Unione Donne in Italia   ​

sondaggio udi sullo smart working​

CLICCA QUI PER FARE IL SONDAGGIO Il recente periodo di confinamento legato all’emergenza sanitaria ci ha costrette tutte in una situazione che non conoscevamo modificando abitudini, qualità dei rapporti umani, procurando in molti casi situazioni complesse e difficili da gestire. Alcune donne hanno perso il lavoro, altre sono state messe in cassa integrazione, per altre si è aperta in maniera improvvisa ed inedita una nuova modalità di lavoro chiamato smart-working o lavoro agile, che si svolge tra le mura di casa.Ora che siamo passando alla “fase 2”, molte lavoratrici continuano a lavorare da casa. Tale modalità lavorativa ha indubbiamento avuto molte ripercussioni  sull'organizzazione del lavoro, ma contemporaneamente ha avuto forti ripercussioni sull'organizzazione familiare e sui rapporti interpersonali, con ricadute a volte anche pesanti  in termini emotivi.Pensiamo che questa modalità di lavoro potrebbe continuare ancora per molto.Abbiamo quindi pensato di cercare di capire, dalle stesse donne coinvolte, come questo modo di lavorare è stato vissuto e se e come ha modificato la loro vita lavorativa e familiare.Non pretendiamo di fare una vera e propria indagine, ma un sondaggio dal quale ricavare indicazioni per sottoporre alle organizzazioni sindacali (che non sono stae coninvolte in questo momento di mergenza) e alle forze politiche le idee dell’UDI su questo argomento.

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