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I NOSTRI EVENTI 

Per la madre di Pisa e tutte le altre

L'UDI intende esprimere piena solidarietà a tutte le donne danneggiate colpevolmente dalla violenza patriarcale di Stato, che sottrae loro i figli in nome di credenze senza alcun valore scientifico al fine di rieducare forzatamente i minori alla relazione con un padre abusante, che si rifiutano di vedere, e punire le donne per i loro atti di insubordinazione verso quegli stessi uomini-padroni desiderosi di riguadagnare il potere perduto. E oggi, in particolare, l'UDI intende fare cerchio attorno alla "madre di Pisa", a processo lei per calunnia per aver denunciato le modalità violente di sottrazione del figlio di 8 anni da parte di undici carabinieri e il padre. Lo scorso 12 settembre, in occasione della prima udienza presso il Tribunale di Pisa, l'UDI di Modena aveva risposto alla chiamata pubblica dell'associazione Differenza Donna di presidiare il piazzale antistante il palazzo di giustizia. Lo ha fatto insieme ad altre realtà femministe come MaternaMente, Resistenza Femminista, Radicali Libere, Maison Antigone, Femminicidio in Vita, Laboratorio Donnae, Radfem Italia e MovimentiAMOci Vicenza. E l'ha fatto con la presenza fisica delle sue rappresentanti in delegazione, i suoi cartelli e le sue parole di denuncia: BIGENITORIALITÀ: SENZA MADRESENZA MADRE LA BIGENITORIALITÀ È RIPRISTINO DELLA PATRIA POTESTÀMADRECTOMIA, LA PEGGIORE PORCHERIABAMBINI RESETTATI = BAMBINI VIOLENTATI STATO, STATO: PRINCIPALE INDIZIATO L'UDI conosce il valore politico di questa esposizione pubblica, sapendo che è solo nella pratica della sorellanza che l'Unione, che le dà il nome, trova il suo più profondo significato e ragion d'essere. Per ogni donna offesa, siamo tutte parte lesa! UDI Nazionale, Roma 30 gennaio 2024    

Vis non grata puellae

L’uso cinico del diritto alla difesa degli imputati nel processo ai presunti colpevoli dello stupro di Porto Cervo, tra i quali spicca Ciro Grillo, si deve alla spregiudicatezza dei difensori e sicuramente alla pervicacia dei difesi. Le frasi pronunciate, che esprimono l’intento denigratorio della vittima, fanno impressione e rendono incongruente il termine “medievale”, scelto per definirle. Non è necessario tornare alla storia del medioevo: basta pensare a ciò che succedeva nel non tanto lontano 1979, quando grazie al valore di Tina Lagostena Bassi, alla progettualità delle femministe e alla regia di Annabella Miscuglio e Loredana Rotondo si produsse un film “processo per stupro” dove fu messo sotto accusa un sistema difensivo e giudiziario che trasformava le vittime in accusate e gli stupratori a loro volta in vittime.Non siamo tornate né al medioevo né al 1979, siamo qui di fronte a un patriarcato che ha tre teste e che le usa tutte e tre per schiacciare le accuse e impaurire le donne.La testa politica, ben piantata nel sistema, difende i suoi cuccioli impotenti prima ancora di giungere al giudizio. La testa mediatica che guida la diffamazione sui social. e anche su qualche foglio, la testa giudiziaria che spesso ignora le norme delle convenzioni per lo svolgimento dei processi. Il patriarcato esiste e ha tre teste contro una sola vittima.Stupro di gruppo è un’accusa ancora più infamante del reato commesso da una sola persona e segna il fallimento sessuale di maschi che senza pubblico non riescono a qualificare la loro individualità, maschi che non conoscono il sesso consensuale perché in quel caso non c’è sesso.Ma tant’è siamo a chiedere giustizia per una donna che, dal coraggio di denunciare, dovrà trovare il coraggio di vivere dopo essere stata sotterrata dalle ingiurie.Tina Lagostena Bassi, in quel processo per stupro, passò dall’essere patrocinatrice della parte civile a ricoprire “abusivamente” il ruolo di pubblico ministero. Ma vinse il processo, dando vita ad una svolta e a uno scoppio di gioia di un movimento che non si è fermato e non deve fermarsi ora. Alla prossima udienza del processo ai presunti stupratori di Porto Cervo ci saremo. Saremo a Tempio Pausania. UDI di Napoli, Arcidonna, Associazione Salute Donna, Aps Psy-com CSR Protocollo Napoli, Stefania Cantatore, Gabriella Ferrari Bravo, Ester Ricciardelli, Rosa Di Matteo, Elvira Reale Napoli, 15/12/2023    

La libertà femminile e "i reati spia"

L’iniziativa dell’UDI di Napoli “il Chiosco rosa” è un progetto, presentato con Salute Donna e Arcidonna, che indica ai comuni un modo per liberare dalla paura la mobilità delle donne.La paura di uscire delle donne, quella di camminare da sole, è legata alla percezione di una realtà di sempre: la strada è fatta per gli uomini, le donne possono percorrerla in tempi e modi stabiliti.I dati dicono che non si tratta di suggestioni, ma del ragionevole allarme di fronte a offenders che rivendicano la proprietà degli spazi e, con essi, quella sulle donne che li attraversano.Secondo i dati elaborati dal servizio di analisi criminale della direzione centrale di polizia, dal 2013 al 2022 si è evidenziato notevole incremento, progressivo e costante dei reati sessuali e delle violenze di gruppo. Questi dati sono stati oggetto della pubblicazione di settembre, con un focus sulle violenze di gruppo, considerati reati spia della fenomenologia relativa al femminicidio.Secondo l’ISTAT, ci sono stati, nel 2021, 12.800 interventi al pronto soccorso per violenze maschili: circa 3000 in meno del 2019. Il dato viene messo in relazione alle difficoltà di accesso dovute al covid. Questo dato segnala quindi una diminuzione forzata dei referti e delle denunce, spesso conseguenti al ricovero.Il diario tenuto dalle realtà di movimento, che è desunto da articoli di stampa, contiene discrepanze rispetto alla realtà, ma è comunque in aumento.  Gli organi stampa sono certamente influenzati da forme ideologiche di occultamento o modulazione del tono delle notizie, a partire dal linguaggio comunicativo, tuttavia l'incrocio delle fonti permette l'estrazione della sostanza degli eventi.Resta che le vittime di stupri e di azioni offensive sia psicologiche che fisiche, desunte dalla stampa sono 490, in questo 2023. Questi numeri in gran parte riguardano violenze in ambiente extradomestico, definite dalla polizia reati spia, della cui prevenzione la politica si occupa in modo marginale e solo in concomitanza di fatti particolarmente efferati.La disattenzione e l’inerzia istituzionale riguarda tutte le violenze, ma la parte del tutto ignorata è quella che riguarda l’effetto di questi crimini sulla libertà di movimento delle donne.Stefania Cantatore di UDI Napoli Napoli, 13/12/2023(allegati rapporto Direzione PS e dati ISTAT)   

Il discorso del padre di Giulia Cecchettin

“Mia figlia Giulia, era proprio come l’avete conosciuta, una giovane donna straordinaria. Allegra, vivace, mai sazia di imparare. Ha abbracciato la responsabilità della gestione familiare dopo la prematura perdita della sua amata mamma. Oltre alla laurea che si è meritata e che ci sarà consegnata tra pochi giorni, Giulia si è guadagnata ad honorem anche il titolo di mamma. Nonostante la sua giovane età era già diventata una combattente, un’oplita, come gli antichi soldati greci, tenace nei momenti di difficoltà: il suo spirito indomito ci ha ispirato tutti. Il femminicidio è spesso il risultato di una cultura che svaluta la vita delle donne, vittime proprio di coloro avrebbero dovuto amarle e invece sono state vessate, costrette a lunghi periodi di abusi fino a perdere completamente la loro libertà prima di perdere anche la vita. Come può accadere tutto questo? Come è potuto accadere a Giulia? Ci sono tante responsabilità, ma quella educativa ci coinvolge tutti: famiglie, scuola, società civile, mondo dell’informazione... Mi rivolgo per primo agli uomini, perché noi per primi dovremmo dimostrare di essere agenti di cambiamento contro la violenza di genere. Parliamo agli altri maschi che conosciamo, sfidando la cultura che tende a minimizzare la violenza da parte di uomini apparentemente normali. Dovremmo essere attivamente coinvolti, sfidando la diffusione di responsabilità, ascoltando le donne, e non girando la testa di fronte ai segnali di violenza anche i più lievi. La nostra azione personale è cruciale per rompere il ciclo e creare una cultura di responsabilità e supporto. A chi è genitore come me, parlo con il cuore: insegniamo ai nostri figli il valore del sacrificio e dell’impegno e aiutiamoli anche ad accettare le sconfitte. Creiamo nelle nostre famiglie quel clima che favorisce un dialogo sereno perché diventi possibile educare i nostri figli al rispetto della sacralità di ogni persona, a una sessualità libera da ogni possesso e all’amore vero che cerca solo il bene dell’altro. Viviamo in un’epoca in cui la tecnologia ci connette in modi straordinari, ma spesso, purtroppo, ci isola e ci priva del contatto umano reale. E’ essenziale che i giovani imparino a comunicare autenticamente, a guardare negli occhi degli altri, ad aprirsi all’esperienza di chi è più anziano di loro. La mancanza di connessione umana autentica può portare a incomprensioni e a decisioni tragiche. Abbiamo bisogno di ritrovare la capacità di ascoltare e di essere ascoltati, di comunicare realmente con empatia e rispetto. La scuola ha un ruolo fondamentale nella formazione dei nostri figli. Dobbiamo investire in programmi educativi che insegnino il rispetto reciproco, l’impor- tanza delle relazioni sane e la capacità di gestire i conflitti in modo costruttivo per imparare ad affrontare le difficoltà senza ricorrere alla violenza. La prevenzione della violenza di genere inizia nelle famiglie, ma continua nelle aule scolastiche, e dobbiamo assicurarci che le scuole siano luoghi sicuri e inclusivi per tutti. Anche i media giocano un ruolo cruciale da svolgere in modo responsabile. La diffusione di notizie distorte e sensazionalistiche non solo alimenta un’atmosfera morbosa, dando spazio a sciacalli e complottisti, ma può anche contribuire a perpetuare comportamenti violenti. Chiamarsi fuori, cercare giustificazioni, difendere il patriarcato quando qualcuno ha la forza e la disperazione per chiamarlo col suo nome, trasformare le vittime in bersagli solo perché dicono qualcosa con cui magari non siamo d’accordo, non aiuta ad abbattere le barriere. Perché da questo tipo di violenza che è solo apparentemente personale e insensata si esce soltanto sentendoci tutti coinvolti. (...) Cara Giulia, è giunto il momento di lasciarti andare. Salutaci la mamma. Ti penso abbracciata a lei e ho la speranza che, strette insieme, il vostro amore sia così forte da aiutare Elena, Davide e anche me non solo a sopravvivere a questa tempesta di dolore che ci ha travolto, ma anche a imparare a danzare sotto la pioggia. Sì, noi tre che siamo rimasti vi promettiamo che, un po’ alla volta, impareremo a muovere passi di danza sotto questa pioggia. Cara Giulia, grazie, per questi 22 anni che abbiamo vissuto insieme e per l’immensa tenerezza che ci hai donato. Anch’io ti amo tanto e anche Elena e Davide ti adorano. Io non so pregare, ma so sperare: ecco voglio sperare insieme a te e alla mamma, voglio sperare insieme a Elena e Davide e voglio sperare insieme a tutti voi qui presenti: voglio sperare che tutta questa pioggia di dolore fecondi il terreno delle nostre vite e voglio sperare che un giorno possa germogliare. E voglio sperare che produca il suo frutto d’amore, di perdono e di pace. Addio Giulia, amore mio”.    

Intervista a Marisa Rodano a cura di Vittoria Tola

La mimosa tra simbolo e storia della Giornata internazionale della donna Intervista a Marisa Rodano a cura di Vittoria Tola  Nell’ottobre del 1945 si è tenuto il 1 Congresso dell’UDI e nel 2021 la mimosa compie 75 anni come fiore simbolo utilizzato nell’8 marzo del 1946 per le elezioni amministrative in cui le donne votavano per la prima volta. L’ Udi voleva che insieme ai materiali che distribuiva ci fosse un fiore e Marisa Rodano propone o, come dice qualcuna, “inventa” la mimosa.Ne parliamo con lei che il 21 gennaio compirà 100 anni. Marisa: Beh non è che me la sono inventata proprio io, ci siamo messe a discutere sul fatto che in Italia c’era bisogno di un fiore per l'8 Marzo. Quell'anno gli alberi di mimosa erano tutti fioriti e pensammo che questo fiore costava poco, si poteva raccogliere gratuitamente e quindi decidemmo per la mimosa. Quell’8 marzo 1946 era il primo che si celebrava nell'Italia ormai libera e la scelta della mimosa come fiore della Giornata internazionale della donna venne da sé. Mi è rimasta nella mente, con un'evidenza fotografica, l'immagine della riunione del Comitato direttivo dell' Udi nelle sale di Palazzo Giustiniani, che discuteva sulla necessità di scegliere un fiore per l'8 marzo («Come a Parigi i mughetti il primo maggio» disse, ricordo bene, Giuliana Nenni). Rammento che passammo in rassegna diverse possibilità: scartato il garofano, già legato al Primo maggio, esclusi gli anemoni perché troppo costosi, la mimosa sembrava convincente, perché, almeno nei dintorni di Roma, fioriva abbondante e poteva esser raccolta senza costi sulle piante che crescevano selvatiche. Fu così — è questo il fotogramma che rivedo — che disegnai un approssimativo rametto di mimosa con l'apposito punteruolo, che incideva la cera, sul cliché, con il quale sarebbe stata ciclostilata la circolare per i comitati provinciali…Tuttavia come ho già scritto in proposito esistono diverse vulgate: Può darsi che la mimosa abbia una doppia maternità (o paternità…) o addirittura una maternità molteplice: ho letto in un libro che l'inventrice del «simbolo della mimosa» sarebbe Teresa Chicchi Mattei. Nel Lazio e nel Sud, dove la pianta cresce spontanea, spesso fiorisce assai prima dell'8 marzo. Quando ero dirigente dell' Udi di Roma, ne facevamo venire quintali e trascorrere intere giornate a dividerla e a farne mazzetti era duro. Certo in quei giorni mi sarei ben guardata dal rivendicare con le mie compagne la maternità di quella scelta. Domanda: Avete cominciato a dare la mimosa nel '46, ma questo fiore che è diventato un simbolo dell’8 marzo, è stato riconosciuto come simbolo di lotta anche nel senso comune perché le donne che combattevano per il voto, i diritti delle donne, la pace e diffondevano “Noi Donne” con i volantini e la mimosa, in quegli anni e, soprattutto successivi al '48, venivano anche fermate dalla polizia...Marisa: Sì mi ricordo che venivano sequestrati i mazzetti di mimosa, venivano fermate le donne, e mi ricordo che allora noi ci organizzammo perché G. Di Vittorio, che allora era Segretario Generale della CGIL, facesse un giro per il comune di Roma ad offrire la mimosa alle donne. Domanda: In quegli anni l'UDI come era vista dalle istituzioni?Marisa: Dipendeva dal colore politico delle istituzioni, nel senso che dove c'era una prevalenza di sinistra era più accettata, dove c'era una prevalenza di destra era combattuta e negli anni della guerra fredda l'UDI è stata osteggiata, combattuta da parte dei governi, della polizia. Per esempio furono messe sotto attacco le colonie dell'UDI subito dopo la guerra e tutto il lavoro fatto per l'infanzia e per le famiglie più povere. Si fecero chiudere le colonie con pretesti vari e anche quando lavoravamo con bambini molto poveri che erano alla fame. Noi prendemmo bambini di famiglie napoletane o di Montecassino molto povere, magari senza casa e in una condizione durissima a causa del disastro della guerra, li portavamo a "svernare" e a rimettersi in Emilia presso famiglie disponibile con quelli che sono stati chiamati i Treni della felicità. Un’esperienza straordinarie e molto estesa. Lì si stabilivano dei rapporti che magari sono durati fino ad oggi. Un’ esperienza che continua a stupire chiunque l’affronti come sta succedendo oggi con pubblicazioni di grande successo. Domanda: Che effetto ti fa il fatto che la mimosa sia diventata anche il simbolo della "festa" dell’8 marzo come a un certo punto si è cercato di definirla?Marisa: Beh, ma noi volevamo che diventasse un simbolo positivo, anche di "festa" quando l'abbiamo scelta. E senza paura della mercificazione anche se questo succede quando vedi che la mimosa viene venduta dagli angoli delle strade e abbinata a tanti prodotti. Insomma senti che ormai il rischio esiste anche nel cambio di generazioni di donne diverse quando vedi che la criticano o la rifiutano come è successo recentemente. Oggi diversamente dai collettivi femministi degli anni ‘70 quando le giovani tornarono in piazza in occasione dell’8 marzo e la mimosa la adottarono, anche se cominciò ad essere venduta agli angoli delle strade, si potrebbe dire che come tutti i simboli questi hanno fasi in cui sono simboli di lotta e fasi in cui il senso originario si perde come l'8 marzo stesso che va a periodi. Negli ultimi anni ha ripreso il senso originario da cui era stato proposto tra fine 800 e primi 900. Ora è una giornata in cui viene da più parti proclamato lo sciopero mondiale diventando la giornata di mobilitazione internazionale delle donne per i loro diritti. Non è il fiore che determina le lotte ma sono le lotte che determinano il significato del fiore diciamo. Forse per questo è utile che ci sia la possibilità di fare questo libro a disegni da dare a tutti i bambini e le bambine nelle scuole elementari per raccontare loro questa storia. Bisogna cercare di trasmettere memoria e storia. Oggi le/i giovani pensano che i loro diritti ci siano sempre stati, ignorano completamente che ci fosse un’epoca nella quale bisognava lottare per conquistarli. Il meccanismo di dimenticanza anche negli ultimi 25 anni è troppo forte. La memoria è corta e resa anche più corta dai media e dal modo in cui si pensa e si comunica. Domanda: Sulla mimosa e sulla sua nascita ci sono versioni diverse come ci sono versioni diverse sull'8 Marzo, perché c'è chi lo fa nascere con l’incendio della fabbrica della "Triangle", dopo tutti i tentativi fatti precedentemente al 1911...Marisa: Negli Stati Uniti e poi nel 1910 Clara Zetkin aveva posto il problema al convegno delle socialiste di Copenaghen. Dopodiché in Italia il primo momento in cui si riprende la giornata internazionale dell'8 Marzo è al Congresso del Partito Comunista di Livorno nel '21. Quindi tutte date molto diverse che però dopo la guerra, proprio in Assemblea Costituente fu celebrata da Nadia Spano come Giornata Internazionale, non una “festa”, ma una giornata sui diritti e le lotte delle donne riconosciuta da tutti. Ma io ricordo anche che poi al Parlamento Europeo quando proposi di celebrare l'8 marzo negli anni 80, ci fu un collega, tedesca, che mi disse " Ma Dio, quella è una festa dell'Ex unione sovietica!" Proprio non si può festeggiare! (ride).Ma proprio per l’importanza che le donne sovietiche le attribuirono nel '17 (ride), così è nella vulgata corrente ma in realtà l'idea di una Giornata Internazionale è nata negli Stati Uniti d’America dalle suffragette e socialiste americane. Per dire come l'immaginario collettivo una volta che è passato un certo messaggio fa difficoltà a cambiare. Oggi certo è molto difficile perché  siamo nelle mani di un tipo di informazione in cui le notizie false sono all'ordine del giorno... come certi giornalisti molti dei quali sono ignoranti. D: Quindi come vedi il futuro?Marisa: Lottando come sempre. Tanto le donne e l’Udi sono sempre contro venti e maree!(ride).  8 Marzo 2021    

Marisa Rodano per il calendario UDI 2023 "Fuori la guerra dalla storia"

Le donne hanno combattuto nella resistenza antifascista, anche con le armi in mano. Ma lo hanno sempre fatto, anche se sembra una contraddizione, in nome della pace. Non a caso sono le donne che hanno animato quella che poi è stata definita la resistenza civile, fatta di solidarietà ai combattenti, di aiuto ai prigionieri e ai “disertori”, di contrasto alle razzie e alle deportazioni, di lotte per il pane.  Fu quella azione che contribuì in modo determinante, alla azione dei partigiani e delle truppe alleate e restituì all’Italia almeno una parte della dignità perduta col fascismo e la fuga dei Savoia. Potremmo dire che il modo in cui noi abbiamo concepito la necessità di combattere allora è stato proprio quello che poi è stato sancito dalla Costituzione nell’articolo 11. Le donne hanno combattuto per ripudiare la guerra come strumento capace di assicurare pace e giustizia tra le nazioni. Esattamente il contrario della guerra come continuazione della politica con altri mezzi. La guerra è la negazione della politica della possibilità per l’umanità di combattere i suoi veri nemici: la fame, l’ingiustizia, le malattie e oggi la crisi climatica. Per tutta la vita ho combattuto per la pace. Sono stata sempre perché si cercassero soluzioni politiche e pacifiche ai conflitti, perché si attuassero politiche di disarmo, perché si cercasse l’accordo anche con quelli che venivano considerati nemici. Anche il sostegno alle lotte di liberazione di tanti paesi dall’Algeria al Vietnam, è stato per me un modo per chiedere la pace, per affermarla nel mondo, per far cessare le politiche coloniali e di potenza. Penso che il fatto che leader politici, anche di paesi che si dichiarano democratici, usino con tanta disinvoltura armi terribili, giustifichino la guerra, l’aumento delle spese militari, sia un terribile passo indietro. Non abbiamo ancora imparato che la guerra, non solo è crudele, ma è tragicamente inutile. E’ un’illusione, oggi sempre più pericolosa, pensare di risolvere sul piano militare i conflitti. Produce odio e crea le condizioni per altri conflitti. E purtroppo gli ultimi decenni ne sono una testimonianza. Noi donne siamo portatrici non di un pacifismo istintivo. Noi donne sappiamo che i conflitti esistono, ma abbiamo capito che vanno riconosciuti. Sappiamo che le società o sono inclusive, o ci si prende cura dell’altro, si ascoltano i suoi problemi e le sue paure, oppure il prevalere della competizione e dello scontro ci trascina indietro e nega i diritti di tutte e di tutti. Per questo dobbiamo combattere sempre, contro tutte le guerre, chiunque le scateni e le combatta. Marisa Rodano, agosto 2022     

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