Quando la forza sostituisce la legge:

una deriva che non possiamo accettare

 

Negli ultimi giorni due episodi diversi, ma profondamente inquietanti, hanno riportato al centro del dibattito pubblico una domanda che non possiamo eludere: quale società stiamo costruendo quando la forza viene percepita come la risposta più immediata, quando la violenza viene giustificata come strumento di difesa, di controllo o di affermazione del proprio potere?

 

Da un lato, la vicenda del gioielliere condannato per l’uccisione di due persone in fuga ha riaperto una discussione pericolosa: quella secondo cui il cittadino potrebbe sostituirsi allo Stato, alla magistratura e agli strumenti previsti dalla legge, trasformando la paura e la rabbia in una licenza all’uso della forza.

 

Dall’altro, il caso avvenuto al Pilastro, dove un uomo è morto dopo essere stato fermato e trattenuto a terra da agenti delle forze dell’ordine, pone interrogativi altrettanto gravi sul rapporto tra autorità, uso della forza e tutela della vita delle persone. Saranno gli accertamenti necessari a chiarire ogni responsabilità, ma non possiamo ignorare il significato politico e culturale di questi episodi.

 

Sono segnali di una società nella quale sembra crescere l’idea che la forza fisica, la sopraffazione, l’intimidazione possano diventare strumenti legittimi per risolvere conflitti, esercitare controllo, imporre la propria ragione. Una società nella quale la parola, il confronto, il diritto e le garanzie democratiche rischiano di essere percepiti come ostacoli anziché come conquiste fondamentali.

 

Eppure la nostra storia culturale racconta altro. A chi oggi richiama continuamente le “radici” della nostra identità, ricordiamo che le radici del pensiero italiano ed europeo affondano nella parola, nel confronto e dibattito pubblico delle assemblee, nell’elaborazione delle regole di diritto. La nostra tradizione non nasce dalla pistola, dalla vendetta privata o dalla legge del più forte. Nasce dalla capacità degli esseri umani di costruire regole comuni, di affidarsi al diritto, di riconoscere il valore della vita e della dignità di ogni persona.

 

La violenza non è una risposta alla paura. La violenza non è sicurezza. La violenza non è giustizia.

 

Come UDI denunciamo con forza una deriva culturale e politica che normalizza l’uso della forza come linguaggio delle relazioni sociali e pubbliche. Non possiamo accettare che l’idea di giustizia venga sostituita dalla logica della punizione, che l’autorità venga confusa con la sopraffazione, che la vita delle persone venga considerata un elemento secondario.

 

Una democrazia si misura dalla capacità di garantire diritti, protezione e giustizia senza abbandonare i principi che la fondano.

 

Noi non ci stiamo.

Continueremo a difendere una cultura della parola, del diritto, della responsabilità e della non violenza