Le parole e i diritti: note a margine

originariamente pubblicato su rosangelapesenti.it Silenzio Nei contesti comunicativi la parola è d’obbligo, non si esprimono le proprie argomentazioni con il silenzio. Sono stata in silenzio dodici secondi prima di cominciare a parlare e dopo i primi sei ho ricevuto un sollecito, con il tono di affettuoso incoraggiamento. Di fronte a me ho colto sui volti qualche espressione di stupore, chi mi ha invitata a questo convegno forse avrà avuto un attimo di imbarazzo. Questo significa che noi siamo sempre immerse e immersi in un universo comunicativo in cui decodifichiamo velocemente messaggi attraverso il filtro della nostra storia, sociale famigliare linguistica. Si dice che la comunicazione passi per il 75% dal non verbale, quindi molti messaggi entrano nel mio sistema recettivo prima che io ne prenda coscienza. Il linguaggio non si genera nel vuoto ma dentro un’organizzazione del tempo, le strutture fisiche del luogo e una grammatica dei corpi, costituita da posture atteggiamenti espressioni abbigliamento, che eccede continuamente la grammatica della lingua definendola e ridefinendola a seconda dello spazio comunicativo che i corpi pensanti predispongono e vivono. La prossemica e lo spazio architettonico in cui siamo prevedono che chi sta in cattedra esprima un discorso verbale e che questo discorso abbia determinate caratteristiche, che fluisca in forma argomentativa e documentata. Qualche citazione poetica potrebbe essere accolta solo a chiosa del discorso, un intero poema sarebbe un intervento straniante. Il silenzio è imprevisto: turba, disturba, sorprende, imbarazza. Dodici secondi di silenzio sono nulla eppure modificano la percezione del contesto. Il silenzio funziona un po’ come la punteggiatura nella scrittura. A scuola usavo sempre questo esempio: “La donna senza l’uomo è nulla. La donna: senza, l’uomo è nulla.”[1] Un anno le mie alunne ne fecero un manifesto appeso sulla parete più visibile dell’ingresso. In realtà la punteggiatura traduce l’intonazione del discorso orale, il silenzio è uno strumento e una forma espressiva ben più potente e polisemica nella sua possibilità di rendere visibile il contesto, di solito lasciato sullo sfondo come ovvietà insignificante. Quando parlo il messaggio che arriva è sempre più ampio articolato e complesso di quello che sto dicendo, se resto in silenzio metto in primo piano le percezioni di chi mi sta guardando, percezione di me e percezione di sé. Quando a scuola entravo per la prima volta in una classe rumorosa e indisciplinata restavo in silenzio, anche a lungo, finché alunne e alunni non tacevano e tornavano al proprio posto. A questo punto cominciavo a parlare della comunicazione e dell’ordine che avevano inconsapevolmente costituito invitandoli a mettersi in disordine in silenzio. Ordine e disordine sono due temi fondamentali per capire l’organizzazione del potere e i nostri posizionamenti. Sono due termini che utilizziamo nella gestione delle nostre case che invece andrebbero osservate e vissute con i criteri di armonia/disarmonia e qualche volta il cosiddetto disordine e più armonioso di certe tipologie di ordine. Il silenzio può diventare uno strumento potente nelle pratiche di opposizione nonviolenta, anche di questo ho fatto esperienza, anche professionale. Il silenzio qui mi serviva a suscitare un piccolo sentimento di sconcerto per evocare quel lunghissimo silenzio a cui sono state condannate le donne per secoli, attraverso regole scritte e non scritte, attraverso l’interdizione ai luoghi di potere giuridico, religioso, militare, attraverso la rimozione della loro/nostra presenza reale, la svalutazione della parola e dell’agire di metà della specie umana, la cancellazione dalle abitudini discorsive che fanno prevalere il maschile come neutro, la deformazione degli eventi memorabili che formano la consapevolezza collettiva del passato, attraverso l’ignoranza pregiudiziale della presenza femminile nella storia, in ogni storia. Il silenzio è stato per secoli imposto alle donne nella loro vita in famiglia, a scuola, quando ne hanno avuto l’accesso, nei tribunali, presenti a lungo solo nei ruoli di imputate, nei luoghi di culto, ammesse talvolta tardivamente alla parola solo in ruoli ancillari. Gli uomini sanno spesso usare il silenzio atteggiamento di controllo e magari premessa di violenza. Le donne usano spesso il silenzio come sottrazione fino all’estremo e ultimo silenzio della morte. Troviamo l’analisi di questi atteggiamenti nella letteratura prima ancora che nella psicologia. Un testo in cui il silenzio della donna evidenzia il dominio maschile emerge proprio dalla falsificante autocoscienza di un marito nel racconto “La mite” di Dostoevskij che si presta sempre ad un interessante dibattito. Le nostre rappresentazioni linguistiche sono soggette a tre procedure universali del modellamento umano: generalizzazione, cancellazione, deformazione e le procedure sono sistemi che costituiscono strutture mentali, immagini comprensibili e familiari, creano il nostro immaginario. Questa lunga storia che ci viene trasmessa come inesistenza e/o insignificanza incide ancora sulle nostre esistenze nel modo in cui stiamo immaginando noi stesse, costruendo la nostra vita. Se parlo dell’UOMO primitivo l’immagine che si forma generalmente è quella di un maschio rozzo, spesso violento. La cancellazione del femminile genera uno stereotipo che falsifica anche il maschile e non ha alcun riscontro documentato. Ho utilizzato questo giochino per quarant’anni a scuola, nei corsi di formazione e perfino chiacchierando in treno (ai tempi in cui in treno si chiacchierava) e posso quindi documentare con l’esperienza la persistenza dello stereotipo. La parola uomo non significa anche donna e ormai conosciamo a questo proposito anche le vicende delle suffragiste inglesi dell’Ottocento e di quelle italiane nel 1906, che hanno cercato di utilizzare la contraddizione della legge a proprio favore. Al termine maschile corrisponde, nel nostro cervello, un’immagine maschile. Ovviamente direi. Il linguaggio che spaccia il maschile per universale è ingiusto secondo i criteri di una società democratica oggi considerata la migliore per quanto riguarda la garanzia dell’eguaglianza dei diritti e quindi è semplicemente scorretto dal punto di vista della comunicazione e della grammatica. Il fatto che sia comodo e consuetudinario nel sistema linguistico, sempre necessariamente economico (dire il più possibile con il minor numero di parole) ci pone questioni di scelte e anche di intelligenza creativa per trovare un nuovo equilibrio economico. Se per arrivarci dobbiamo passare da forme di ridondanza e meno economiche evidenziando due soggetti non crolla il mondo. Il piccolo rallentamento dell’esposizione consente di aprire visioni più ampie e strade nuove. Il silenzio dei libri si definisce propriamente censura, rimozione, generalizzazione impropria di ciò che è parziale, deformazione dolosa dei dati di realtà, induzione alla svalutazione e ignoranza di tutta una gran parte della storia attraverso incentivi al disconoscimento dell’esistenza umana nella pienezza asimmetrica dei due sessi che ne definiscono il sistema riproduttivo per ragioni che si perdono nella biostoria della nostra specie. Lidia Menapace, che già nel 1967 è stata la prima docente (o forse una delle prime se teniamo conto della censura informativa sull’attività delle donne) in Italia a tenere un corso sugli stereotipi di genere e di classe presenti nei libri della scuola elementare, all’Università Cattolica di Milano, ci ha ricordato per anni che il genocidio simbolico del genere femminile nella lingua e nella cultura ha legittimato per secoli le uccisioni delle donne reali, come gruppi o singole. Dalla caccia alle streghe agli stupri di guerra fino alle violenze domestiche e ai femminicidi, che sono l’unico reato costante e in crescita, dobbiamo registrare la violenza sulle donne come lunghissima durata della struttura profonda che informa i dispositivi sociali di potere nelle istituzioni fondamentali della società. Il genocidio simbolico che si afferma, non a caso, con la nascita della Stato borghese, è un dispositivo di occultamento dei corpi che induce a percepire la metà della popolazione (spesso maggioranza) come minoranza. In questo modo dal genocidio simbolico si arriva facilmente a quello che Daniela Danna definisce Ginocidio[2], violenza generata dal desiderio di controllo degli uomini. Ricordiamo che la violenza genera paura e induce sempre comportamenti divisivi perché suggerisce diverse vie di salvezza a cominciare da quella che appare più sicura: l’adattamento alle regole imposte dalla parte della popolazione che viene percepita come maggioranza. Oggi si uccide una donna perché esercita i diritti civili di cittadinanza, perché vuole proteggere i figli e le figlie da una vita intrisa di violenza. Cancellate le leggi più nefaste contro le donne, processo che si è parzialmente concluso in Italia nel 1996 con il riconoscimento della violenza sessuale come reato contro la persona e non contro la morale, l’induzione alla negazione di sé, al disconoscimento e deformazione del corpo femminile sono state affidate alla potenza dei media[3] e al perdurare della falsa neutralità linguistica e cancellazione storica nella tradizione scolastica. La persistenza nei manuali scolastici del canone letterario e filosofico a dominanza maschile, con rare eccezioni che, in quanto tali, non mutano la memorabilità della struttura profonda, costruisce il nostro immaginario. Il lavoro di decostruzione è complesso, come se dovessimo smontare una casa conservando il materiale per poterla ricostruire diversa. Il canone viene riprodotto e rilanciato, per scelta e/o ignoranza, dalle trasmissioni colte, dai media divulgativi, da quelli che Lidia Menapace definiva patriarchi gentili vecchi e giovani, osservando che sono perfino più pericolosi di quelli violenti. Ho sempre cominciato le lezioni sugli inizi della nostra storia letteraria accostando ai testi dei grandi i due sonetti che ci restano della censura a cui è stata condannata Compiuta Donzella, ricordata con questo appellativo per l’eccellenza ma non abbastanza da conservare i suoi scritti e il suo nome. Il suo silenzio, che ancora ci interroga, apre lo spazio a tutta la letteratura delle donne che nei secoli è esistita accanto alla produzione maschile e talvolta con maggiore successo. Ricordo Grazia Deledda, Sibilla Aleramo, Marchesa Colombi, Alba de Céspedes, solo per fare qualche nome a caso. Le donne hanno scritto e scrivono. Non posso non ricordare qui che sono sei donne le prime a scrivere dei campi di sterminio in Italia: Liana Millu, Luciana Nissim, Giuliana Fiorentino Tedeschi, Frida Misul, Lewinska Pelagia, Alba Capozzi Valech, come ricorda sempre la mia amica storica Elisabetta Ruffini. Pensando a questo incontro mi è capitato tra le mani il testo divulgativo di un insigne linguista italiano che avevo letto qualche anno fa con piacere. Il testo, pubblicato una decina di anni fa, ripercorre la riflessione sul linguaggio verbale attraverso il pensiero di diciassette uomini. Riguardandolo questo elemento mi è balzato agli occhi. Possibile che non ci sia una riflessione femminile, sulla lingua, degna di memoria in duemilacinquecento anni di storia? Nemmeno un cenno al fatto che si definisce “lingua madre” quella appresa nell’infanzia? Lingua madre che diventa matrice di pensiero già mentre cresciamo nel grembo materno e avvertiamo la vibrazione dei suoni mentre diventiamo corpo sensibile, senziente e poi pensante. La rivoluzione digitale ha una straordinaria valenza nella democratizzazione comunicativa per la diffusione quantitativa ma ha anche la potenzialità qualitativa di mettere insieme oralità e scrittura, silenzio, parola, immagine e la tramutazione dall’una all’altra. Per trovare criteri per capire cosa ci sta accadendo possiamo rifarci alla storia filosofica dei sistemi comunicativi ma anche ripercorrere l’apprendimento personale dentro la storia intima che parte dalla nostra nascita e prima ancora. Si parla di lingua madre perché dentro il corpo materno in cui veniamo generate e generati si imprime in noi la matrice che ci consente di imparare la lingua prima delle spiegazioni, prima di avere nozioni grammaticali. Non cito autore e testo per scelta. Mi permetto una piccolissima insignificante omissione come parte della mia personale lotta per incidere sul cambiamento culturale. Tutte noi che abbiamo studiato possiamo citare uomini a iosa mentre conosciamo pochissime donne e finiamo col citare sempre le stesse. Ho deciso di smettere di citare uomini finché non vedrò cambiamenti significativi nelle relazioni politiche. Se provassimo in molte e ovunque a omettere o ridurre al minimo, anche solo per un paio d’anni, qualsiasi riferimento a testi di uomini cercando testi di donne potremmo assistere a interessanti dibattiti. Molti uomini sarebbero costretti a smettere di considerarsi colti vantando un’immensa specifica ignoranza. Penso che non ci dovrebbero essere censure nella libertà di lettura dei testi ma non possiamo nemmeno continuare a citare i testi di uomini come se le donne non esistessero e non avessero avanzato legittime critiche. Quando ho incontrato il diario di Sofia Tolstoj ho visto in altro modo le opere di Leone e le sue posizioni politiche. Quando a scuola facciamo leggere Hegel possiamo accompagnarlo con la lettura di Sputiamo su Hegel di Carla Lonzi. Adele Bei, prima donna nominata nel Senato della Repubblica, appellata come senatore ha risposto: Sono una senatrice. Fondò il sindacato delle Tabacchine, non del Tabacco, per segnalare l’esistenza di un lavoro svolto da donne. Nadia Spano affermò che se si voleva conservare il termine “capofamiglia” avrebbe dovuto essere riferito alle donne che lo erano nella realtà. Dietro di noi non abbiamo il silenzio delle donne, ma le azioni violente con cui le donne sono state messe a tacere in vita o in morte. Oggi noi possiamo scegliere tra il silenzio delle complicità o le azioni solidali che salvando la memoria ci sostengono nel costruire reti tra noi. Diritti Dagli anni ’90 si è sviluppata una multiforme vendetta politica nei confronti delle donne italiane che nei primi cinquant’anni di storia della repubblica, attraverso un movimento vasto capillare articolato e continuamente rinnovato, hanno scritto, proposto e conquistato leggi fondamentali per definirci come paese democratico. L’attacco a scuola e sanità pubbliche insieme alla precarizzazione del lavoro, per citare solo le situazioni più eclatanti, hanno fermato un processo cresciuto tenacemente, generazione dopo generazione. La stessa legittima richiesta di parità delle donne è stata svuotata di significato nei rigidi dispositivi della politica (che si riproducono anche nei movimenti) e utilizzata per leggi apparentemente paritarie, come quella sulla bigenitorialità, che subdolamente inducono a confermare i peggiori stereotipi sessisti e consentono di penalizzare le madri nelle separazioni, anche a favore del padre violento e/o possessivo. Il termine bigenitorialità introdotto nella legge come apparente affermazione dei diritti dei/delle minorenni è la manipolazione linguistica di qualcosa che non può essere un diritto, infatti non si può imporre per legge di avere due genitori a chi ne ha perso uno per causa di morte. Perfino chi perde entrambi i genitori può essere cresciuto/a da parenti prossimi idonei. Generazioni intere sono state cresciute da madri sole, vedove di guerra o di emigrazione e per secoli i padri hanno utilizzato la certezza del dominio sulla prole per evitare il lavoro educativo e il coinvolgimento affettivo con il consenso e l’approvazione sociale, accettando anche a proprio vanto e alibi la costrizione strutturale del lavoro che, ancora oggi, non prevede di fatto il tempo per l’esercizio della paternità affettiva ed educativa. Una struttura del tempo di lavoro che in genere penalizza fortemente le madri e non viene comunque mai contestata dai padri. Non sono una giurista ma penso che, in attesa di cancellarla, la legge sulla bigenitorialità andrebbe utilizzata solo come aggravante per il colpevole nei reati di femminicidio. In un testo di alcuni anni fa Paola Tabet[4], insigne antropologa italiana, ci invitava a fare attenzione alla possibilità che i diritti conquistati venigano utilizzati contro di noi. In particolare ci ricorda che “mentre i vecchi rapporti di riproduzione si stanno modificando senza però che niente cambi nei rapporti socio-economici tra i sessi – i salari delle donne continuano ad essere inferiori, l’accesso al lavoro ineguale, ecc. – possiamo chiederci se non sono le donne a pagare da sole il costo di questa trasformazione.” Ancora una volta, aggiungo, visto che è già accaduto, come nel passaggio dalla proprietà feudale alla proprietà privata per fare un solo esempio[5]. E più avanti scrive: “L’indebolimento dell’istituzione matrimoniale provoca dunque un deterioramento della situazione delle donne: ormai gli uomini possono non farsi più carico dei costi materiali e psichici di un lavoro riproduttivo di cui continuano a profittare collettivamente e, spesso, individualmente […] Questo lavoro riproduttivo (comprendente, è chiaro, la cura e l’allevamento dei bambini), è indispensabile alla perpetuazione del gruppo umano; ma il suo peso non è assunto né individualmente dai padri, né collettivamente dalla società. Potremmo quindi trovarci di fronte ad una forma inedita di sfruttamento delle donne, più schiacciante ancora della precedente. In ogni caso per ora la dissoluzione dei legami privati di riproduzione non sembra comportare la fine dei rapporti di dominio maschile più di quanto la dissoluzione dei rapporti di servitù alla fine del Medio Evo europeo non abbia comportato la fine dei rapporti di classe, ma la sostituzione di una forma di sfruttamento con un’altra”. Ci è chiaro che nei tribunali si gioca un pezzo importante di questa partita. Scuola Nel discorso sul linguaggio l’apprendimento scolastico è centrale perché essendo la scuola istituzione deputata all’istruzione delle giovani generazioni nell’età dei primi e fondamentali apprendimenti sociali, generalizza la riproduzione e la conservazione delle strutture profonde del patriarcato. Faccio una breve digressione, che riguarda comunque sempre le parole, per dire che a scuola non si raggiungono obiettivi, si impara; non esiste il rendimento scolastico misurabile, esiste l’apprendimento che ti muta qualitativamente ed è valutabile; a scuola non c’è un capitale umano da accrescere ma ci sono persone, bambini e bambine, ragazze e ragazzi che crescono e noi possiamo accompagnare con ciò che di meglio ha pensato e inventato l’umanità nel cammino della conoscenza. Educare significa portare con sé e il metodo meno efficace è quello autoritario, prescrittivo, ripetitivo; la peggior organizzazione è quella aziendale perché a scuola non si producono pezzi conformi al modello, ma si accompagna la scoperta di sé attraverso la conoscenza dei linguaggi umani; non si lavora con precisione, ma con rigore, che è diverso, non si cerca la conformità ma la creatività. La scuola è il luogo in cui scoprire perché la storia ti riguarda ma anche perché la matematica ti riguarda e la fisica, l’arte, il cinema, la danza, il teatro, la fresatura di un bullone, il taglio dei capelli, la manipolazione di un corpo sofferente, la manutenzione di un ambiente. Imparare a leggere il mondo ti genera e rigenera, ti sostiene o ti mortifica, propone strumenti con cui ognuna e ognuno di noi si racconta. Nella scuola le bambine, le ragazze, sono incentivate al disconoscimento della propria storia di genere attraverso le immagini di una divisione del lavoro che relega le donne nelle aree non considerate economicamente, nelle mansioni del casalingato e della cura occultando la realtà variegata del lavoro femminile, ormai diffuso anche in settori definiti tradizionalmente maschili solo perché a lungo interdetti per legge alle donne. Le immagini e le metafore del femminile tradizionale nel libri di scuola non fermano certamente le giovani generazioni nella ricerca di una propria realizzazione scolastica e lavorativa ma fanno un’operazione più sottile di inculcamento dei dispositivi classisti per i quali tutti i lavori della riproduzione biologica (crescere bambine e bambini, avere cura di persone malate o anziane), domestica (la manutenzione ordinaria e quotidiana degli ambienti di vita, le procedure richieste dalla preparazione del cibo) e sociale (scuola, sanità, servizi alle persone, pubblica amministrazione) hanno un basso valore sociale e quindi una legittima minore remunerazione economica anche se, di fatto, si tratta di lavori indispensabili alla vita di tutte e tutti. Questi lavori sono la reale misura del BES, sigla che non indica i bisogni educativi speciali, orrenda distorsione del diritto allo studio introdotta nella scuola, ma il Benessere Equo e Sostenibile che dovrebbe informare i bilanci statali e istituzionali e diventare misura di valutazione del PIL oltre che informare tutte le strutture istituzionali. Le bambine generalmente disprezzano il lavoro domestico, che viene occultato nella sua organizzazione indispensabile, ritrovandosi poi a svolgerlo di fatto, magari ammantato da missione affettiva alla quale manca quel riconoscimento di dignità come elemento fondamentale del lavoro di cui parla il primo articolo della nostra Costituzione, ridotto per molte donne ancora oggi a quella “funzione” che nell’art. 37 segnala, più che l’ambiguità nel riconoscimento di eguali diritti, la difficoltà di trovare le “parole per dirlo” come nell’efficace titolo del libro di Marie Cardinal, perché la lingua che ha censurato e discriminato a lungo non diventa improvvisamente e magicamente espressiva della differenza dell’esistenza femminile. Il cambiamento non avviene magicamente ma anche attraverso scelte consapevoli di studio e lavoro. La lingua che ho imparato mi ha plasmata anche contro di me, quindi mutarla è una scelta costante di lavoro. Questo lavoro è indispensabile per chiunque lavori in una pubblica istituzione e sarebbe ovvio cominciare dalla scuola ma in questo momento occorre farlo ovunque e contemporaneamente se vogliamo che il cambiamento non sia ancora il vago orizzonte del futuro. La differenza inscritta nel corpo, che a lungo è stata utilizzata in forma discriminante e svalutante, oggi afferma la propria esistenza nella lingua e nella storia ma non si tratta di un processo semplice e indolore. Basta pensare, come esempio, alla locuzione del “voto alle donne” che troviamo ancora scritta nei libri di storia, come se ci fosse qualcuno titolare del diritto di elargire un diritto in un momento storico in cui esisteva solo una continuità che definirei amministrativa e il paese era in presenza di una reale discontinuità politica, quella che sarà poi sancita con il cambiamento della forma statuale da monarchia a repubblica attraverso il voto a suffragio universale. Il voto delle donne, la cui richiesta è diffusa già dal 1943, come documentano carte d’archivio, ha rappresentato il primo segno di una cesura storica già in atto e di quel percorso di lotte dentro e fuori dal parlamento grazie alle quali le donne hanno qualificato la repubblica come crescente democrazia, anche se ancora lacunosa e imperfetta. Nella scuola dell’Italia repubblicana e democratica, mentre avanzava la scolarizzazione femminile, abbiamo constatato il permanere oltre ogni decenza di immagini e metafore che svalutano tutto ciò che storicamente è stato ascritto all’area del femminile. In questo modo generazioni di ragazze sono state indotte ad assumere posture, atteggiamenti, linguaggi e abitudini tradizionalmente ascritti all’identità maschile, a nascondere ciò che consideravano debolezza, emozione, dolcezza, empatia per presentarsi come forti e guerriere secondo uno stereotipo bellico che inneggia alla guerra anche in tempo di pace. In questo modo viene garantita la riproduzione del modello patriarcale che oggi non ha più bisogno di leggi che ne riservino i privilegi al genere maschile perché le donne sono perfino più efficaci ed efficienti nella conservazione, alla quale portano anche le tradizionali capacità riproduttive di cura, attenzione, flessibilità, lungimiranza, versatilità, empatia e la novità della presenza stessa. Oggi nella scuola viene legittimata socialmente la stratificazione delle donne nella gerarchia sociale classista a matrice patriarcale: se riesci a fare carriera trovi ovvio che altre si occupino, con stipendi più modesti (nelle ipotesi migliori), di bambini e bambine, anziani e anziane, malati e malate, della pulizia degli ambienti e raccolta rifiuti. Una quota di donne può raggiungere i vertici delle carriere a patto che una quota ben più grande resti nell’area del lavoro invisibile e/o sfruttato. L’analisi dell’incastro tra sessismo classismo e razzismo esula da questo intervento ma certamente è il sistema delle relazioni di potere registrato anche dalla lingua che parliamo. Il patriarcato è sopravvissuto al crollo di imperi, al mutamento di forme politiche e di strutture economiche anche grazie alla cooptazione di quote di donne a proprio sostegno attraverso l’elargizione più o meno occulta di privilegi in cambio della cancellazione di diritti universali. Se definiamo la cultura, scientifica filosofica letteraria artistica giuridica linguistica (con tutti i sottosistemi specialistici) come ciò che indaga e interpreta il mondo nell’attività della specie umana che opera la trasmissione “memorabile” attraverso strutture materiali e dispositivi immateriali, a differenza di tutte le altre specie, dobbiamo pensare la possibilità di accesso universale al potere culturale come necessità per la realizzazione di una società democratica con eguaglianza di possibilità e distribuzione equa delle risorse. Nel 2021, in un documento diventato collettivo, ho scritto: “La scuola dovrebbe essere la strada per trasformare la casualità della nascita nell’armonia della vita di cui si diventa titolari alla ricerca di un’esistenza libera e appagante, cammino sempre individuale e imprevedibile che la società può solo facilitare. Il diritto a un tempo in cui crescere, individualmente e insieme, per trovare la propria strada nel mondo.” Oggi è questa la partita che si gioca nelle istituzioni a cominciare dalla scuola e l’esito non è scontato, per fortuna.    ​

Il Manifesto di Vandana Shiva

La cura e il sostegno reciproco sono la ricchezza della vita, sia nella natura che nella società che interagiscono in un unico insieme, condividendo valori e diritti intrinseci.La Terra, Gaia, Terra Madre, è un pianeta vivente la cui ricca biodiversità si è evoluta nel corso di miliardi di anni sostenendo tutta la vita. Non è né materia inerte né materia prima da sfruttare e degradare.La cura della Terra e di tutta la vita è la nostra responsabilità etica ed ecologica.La cura della Terra è l’economia della vita, Oikonomia.In un periodo di collasso e disintegrazione ecologica e sociale, curare e rigenerare la Terra è la base da cui ripartire per ripristinare il futuro umano. Cura della Terra e Diritti della TerraDobbiamo riconoscere che siamo un’unica famiglia terrestre, esseri viventi interconnessi, in tutta la nostra diversità, che partecipano e condividono una rete della vita comune. La cura della Terra rigenera le risorse naturali, la biodiversità e l’economia che ci forniscono vita e sostentamento. La Terra e il suo ecosistema ci sostengono con l’ossigeno per respirare, l’acqua, il cibo, i vestiti, ci offrono riparo e medicine.L’industrializzazione, basata sui combustibili fossili e sul petrolio, sta distruggendo gli ecosistemi viventi della Terra e ha contribuito in maniera decisiva al cambiamento climatico, alla perdita di biodiversità, alla diffusione di malattie, alla distruzione delle foreste e all’estinzione di piante e animali, mettendo la nostra stessa specie a rischio di estinzione.Il rispetto delle risorse limitate della Terra è fondamentale per un’economia di cura e per un’umanità attenta. Intelligenza umana, autonomia, libertà e dirittiGli esseri umani hanno co-creato con la Terra, con la sua biodiversità e gli uni con gli altri da tempo immemorabile. Questa è una realtà che è stata dimenticata dall’inizio dell’industrializzazione e che ora dobbiamo recuperare.L’approccio meccanicistico e separativo cartesiano nei confronti della vita ha ridotto gli esseri umani a macchine, a esseri non pensanti e meccanici, che rispondono acriticamente a norme e stimoli imposti da altri. La tecnologia e la digitalizzazione stanno intorpidendo i nostri cervelli e la nostra intelligenza, erodendo il nostro diritto di poter scegliere. Big Data, algoritmi, intelligenza artificiale (Ai) e robotica stanno immaginando un futuro di agricoltura senza agricoltori, di manifattura senza operai, di istruzione e informazione senza insegnanti, di sanità senza medici.Le economie della cura si basano sul recupero delle nostre menti, della nostra autonomia e del nostro potenziale creativo, per preservare le nostre libertà e i nostri diritti di lavorare al servizio della Terra, delle nostre comunità e delle generazioni future. Le economie della cura stimolano la libertà creativa, la giustizia e la coesione. Comunità rigeneranteLa vita è un fenomeno comunitario sensibile e premuroso, nella società come nella natura. È relazionale, non atomistica. Le comunità sono il luogo in cui convergono e si rigenerano le economie locali di sostentamento, salute e benessere. Le relazioni intessute attraverso il rispetto e la reciprocità coltivano la creatività e il benessere. Le economie di cura creano armonia e prosperità. Recupero dei beni comuniLe economie della cura si basano sul recupero dei beni comuni e dei beni pubblici – la cura della terra e la condivisione delle risorse comuni della terra: i beni comuni delle sementi e della biodiversità, dell’acqua e della terra, del cibo e del nutrimento; e i beni e i servizi pubblici che le società hanno sviluppato con responsabilità asserendo il diritto alla conoscenza, alla democrazia, alla salute, all’istruzione, all’energia, al trasporto e a un’abitazione.La privatizzazione, i brevetti e l’appropriazione dei beni comuni rappresentano un sistema fallito di un processo coloniale basato sull’estrazione e sull’avidità e non trovano posto nelle economie di cura. La finanziarizzazione e la mercificazione della natura riducono la Terra e le sue risorse ad asset finanziari, oggi controllati da miliardari e dai loro fondi di gestione patrimoniale, aggravando la crisi ecologica e mettendo a rischio le comunità indigene e i piccoli agricoltori che da sempre hanno cura della biodiversità e della Terra. La Madre Terra non è in vendita. Dalla concorrenza alla cooperazione, dalle economie dell’avidità alle economie dell’assistenza, dalle economie estrattive alle economie circolari della Legge del RitornoLa cooperazione e la sinergia sono alla base delle economie di cura. Le economie di cura rispettano i limiti della Terra e si basano sulle necessità. Come ci ha ricordato Gandhi, “la Terra ha abbastanza per le necessità di tutti, ma non per l’avidità di pochi”. La competizione e l’avidità violano i processi ecologici della natura e distruggono la capacità degli ecosistemi e delle comunità di rinnovarsi, rigenerarsi e produrre.Le economie dell’avidità, basate sull’estrattivismo e sulla concorrenza creano scarsità, fame, malattie, insicurezza, disoccupazione e violenza. Le economie della cura si basano sull’economia circolare, sul dono, sulla reciprocità, sulla condivisione e sulla mutualità – la Legge del Ritorno.Le economie circolari aumentano il potenziale creativo e rigenerativo della società e della natura. I sistemi di economia della cura sono circolari, locali, partecipativi e armoniosi e portano al benessere e all’abbondanza. Diversità e decentralizzazioneLa globalizzazione ha portato al controllo centralizzato delle risorse della Terra e dei mercati, al degrado della qualità del cibo che mangiamo e dei vestiti che indossiamo. La qualità richiede cura. Le economie della cura implicano il decentramento e la democrazia partecipativa e comprendono la diversità culturale e biologica. La partecipazione e la localizzazione sono radicate nelle relazioni e nelle affinità. La democraziaLe economie della cura si basano sull’uguaglianza, la giustizia e la dignità per tutti e sono il cuore di una democrazia vivente delle persone, dalle persone, per le persone. Nessuna persona o specie è sacrificabile. Le economie della cura generano cibo per tutti, salute per tutti, lavoro per tutti.Le economie dell’avidità si basano sul controllo centralizzato, sull’uniformità, sul dominio e sulla creazione di gerarchie e sono una minaccia per la democrazia. L’avidità promuove l’uso di tecnologie che non si prendono cura della Terra ma la danneggiano insieme alla sua popolazione rendendo le persone sempre più sacrificabili.La democrazia della Terra è la democrazia di tutta la vita in interconnessione e partecipazione. Considerazione e cura per i diritti delle generazioni futureI principi delle economie della cura si fondano sul visionario “Principio della Settima Generazione” della Confederazione Irochese, la più antica democrazia partecipativa vivente. Il principio guida di tutte le loro politiche è rappresentato dalla considerazione e dalla cura delle prossime sette generazioni. Il principio afferma: “In ogni nostra deliberazione, dobbiamo considerare l’impatto delle nostre decisioni sulle prossime sette generazioni”. Dalla guerra e dai conflitti alla pace e all’armoniaL’avidità e la concorrenza creano conflitti per l’accaparramento delle risorse e guerre che distruggono la Terra. Per evitare il collasso ecologico e l’estinzione delle specie, dobbiamo fermare la guerra contro la Terra.Dobbiamo fare pace con la Terra, lavorando secondo le leggi ecologiche, rispettando i confini planetari e i diritti di tutte le specie e degli esseri umani come elementi di un unico insieme.Attraverso la cura della Terra, la rigenerazione e la guarigione dei cicli interrotti e delle società danneggiate, possiamo fare pace con la Terra. Non prendere più di quanto ci serve è un atto di pace. Prendersi cura e condividere i doni della Terra è la via della pace.Vandana Shiva   ​

Convegno nazionale: Italia Riccelli a 100 anni dalla nascita

Si è svolto a Roma, lo scorso 24 giugno, un convegno su Italia Riccelli nel centenario della sua nascita. L’evento è stato organizzato dalla CNAI (Consociazione nazionale delle associazioni infermiere/i) e dall’ANIN (Associazione nazionale infermieri in neuroscienze), con il supporto di molti altri enti istituzionali.   Visionarie concreteDonne che hanno fatto l'Italia repubblica fondata sul lavoro di Rosangela Pesenti Fare memoria in forma collettiva in un tempo e in un luogo significa generare ricordi.Siamo qui per generare ricordi convergenti e condivisi: ricordare una donna, Italia Riccelli, non significa fare della sua storia un frammento della nostra memoria come se fosse la tessera di un mosaico.La memoria determina i nostri orientamenti, è una bussola che ci guida, talvolta ricordare una persona, un dettaglio, significa modificare la visione d’insieme.I ricordi di oggi saranno condivisi solo se le parole che esprimiamo e ascoltiamo saranno generatrici di nuove consapevolezze, se apriranno dentro di noi nuovi spazi di pensiero, se illuminando il passato genereranno visioni portatrici di azioni nel presente.Ricordare una donna significa illuminare un pezzo di storia delle donne e il modo con il quale questa storia interroga le narrazioni tradizionali che hanno relegato le donne a sfondo invisibile nella grande storia a guida maschile. Significa anche districarsi dagli stereotipi e capire come questa donna si è districata dagli stereotipi del suo tempo, quanto è stata fautrice della costruzione di esistenza libera anche attraverso la propria professione.In questo senso fare memoria diventa una scelta di direzione nell’orientamento del vivere.Fare storia per le donne significa sempre affrontare una sorta di edificio costruito a prescindere dalla realtà del corpo femminile e del modo con il quale questo corpo è stato iscritto nella cultura, significa scoprire come le donne hanno costruito le professioni, quale sapere hanno recuperato e trasmesso, quale visione del lavoro, uno specifico lavoro, hanno immesso nella realtà mutandola.Lo scambio tra terreno simbolico, elementi di filosofia della vita e del mondo e vicende umane è un processo di continua osmosi per il quale elementi distinti mutano in forme prevalentemente impreviste dalla cultura dominante, facendo emergere linee e sorgenti di pensiero pratico e praticabile che ridefinisce modi di vivere e guardare il mondo.Il titolo del mio intervento rimanda a un contesto, la Repubblica democratica fondata sul lavoro, come annuncia l’art. 1 della Costituzione promulgata nel 1947 e a un giudizio sulle donne, concrete visionarie, che nasce dall’aver conosciuto molte donne della generazione di Italia Riccelli, dentro l’Unione Donne italiane, nei luoghi del femminismo e del dibattito politico tra donne, nelle reti di relazioni quasi sempre invisibili eppure determinanti, nel mondo cattolico della mia provincia, Bergamo, nella scuola e nei luoghi della formazione.STORIA: La condizione delle donne nel Regno d’ItaliaQuando Italia Riccelli nasce nel 1922 l’Italia è una monarchia parlamentare che si prepara a diventare una dittatura fascista, la Prima guerra mondiale ha esasperato i conflitti sociali con un arretramento delle condizioni di vita e del dibattito culturale aperto dal femminismo in Italia fin dal Risorgimento, anche in dialogo con le correnti democratiche, socialiste, pacifiste e ovviamente femministe ed emancipazioniste internazionali.Nello Stato liberale in cui nasce Italia le donne non sono cittadine nonostante le molte lotte delle associazioni e gli appelli sostenuti da intellettuali famose, da Anna Maria Mozzoni a Maria Montessori per citare solo due nomi che esprimono l’impegno costante e crescente delle donne dall’unità d’Italia (e già prima) fino alle speranze del nuovo secolo.Quando nasce da soli tre anni, nel 1919, è stata abolita l’odiosa autorizzazione maritale, che dava al marito il totale arbitrio sulla vita della moglie e le donne sono state da poco ammesse a tutte le professioni, tranne quelle che attengono a poteri giurisdizionali, politici e militari, ma già nel 1920 il governo emette un comunicato per il licenziamento di tutte le donne dagli uffici pubblici.Grazie a Salvatore Morelli dal 1877 le donne sono ammesse a testimoniare negli atti pubblici e privati ma la capacità giuridica delle donne si è bloccata lì.All’inizio del Novecento quindi le donne non esistono come cittadine per le istituzioni ma nella società si muovono, lavorano in mille mestieri, sono attive dentro il movimento dei lavoratori come nel mondo cattolico, hanno capacità di associazionismo autonomo e impegno creativamente volto alla ricerca di una vita migliore, della dignità nel lavoro, del diritto allo studio e alla salute, della tutela dell’infanzia.Il più importante sindacato del tempo, la Federterra, ha come segretario una segretaria, Argentina Altobelli, la voce più autorevole del Partito socialista italiano è una donna, Anna Kuliscioff, uno dei quotidiani più importanti, Il Mattino di Napoli, è diretto da una donna, Matilde Serao.Proprio a pochi mesi dalla nascita di Italia Riccelli il colpo di mano del re apre la strada alla dittatura fascista che di legge in legge ridefinirà l’esistenza delle donne relegandole al ruolo di fattrici assoggettate al compito di riproduzione della specie in un’ottica anche razzista.Si comincia con l’esclusione delle donne dalla dirigenza delle scuole superiori, oltre che dalle più importanti cattedre di insegnamento; la scuola già fondata sul classismo e il sessismo, diventerà poi anche esplicitamente razzista con le conquiste coloniali e soprattutto le leggi razziste del ‘38.Nell’Italia fascista in cui cresce Italia Riccelli i salari delle donne vengono ridotti al 50% di quelli degli uomini (1927), la violenza sessuale viene definita reato contro la morale e viene istituito il cosiddetto delitto d’onore, viene peggiorata la legislazione esistente sulla prostituzione che istituisce una forma di vera e propria schiavitù.Per quanto riguarda la professione che Italia sceglierà sono illuminanti le parole che scrive Olivia Fiorilli all’inizio del suo libro a cui è stato assegnato il premio Franca Pieroni Bortolotti:“All’inizio del ’900, in Italia, mentre gli ospedali sono ormai avviati a trasformarsi da ricoveri per miserabili e morenti in ‘macchine per guarire’ e lo stato liberale ha già iniziato a dipanare sul territorio del Regno una rete sempre più fitta di figure e istituzioni preposte alla tutela e al ripristino della salute pubblica, intorno ai corpi malati si affaccendano diverse figure, maschili e femminili: oltre che di madri, ‘comari’ e ‘praticoni’, si tratta di medici, suore, infermiere e infermieri. Questi ultimi – all’incirca in egual misura uomini e donne – figure assimilabili, nell’immaginario dell’epoca a quelle delle domestiche o dei contadini, si prendono cura di corpi rispettivamente di malati se uomini e di malate se donne; la cosa è ritenuta del tutto normale: sarebbe il contrario ad apparire scandaloso. Alla fine degli anni ’20, appena un trentennio più tardi, una legge varata nel 1925 – e perfezionata dai regolamenti del 1929 – stabilisce che i corpi infermi – di uomini o donne indistintamente – debbano essere accuditi, toccati, curati preferibilmente da donne dotate di un certo livello di educazione e formate in apposite scuole convitto. Alle soglie degli anni ’30, quando ormai il fascismo ha dispiegato il proprio regime e definito tra le proprie priorità la ‘bonifica della razza’, non solo non desta più riprovazione l’idea che corpi maschili siano accuditi da mani femminili, ma in linea di massima risulta sospetto il contrario. La cura dei corpi è ormai raccontata con il linguaggio della maternità, sebbene negli ospedali del regno continuino ancora a lavorare moltissimi uomini, inquadrati come infermieri ‘generici’. Cosa è successo nel volgere di pochi decenni, perché ciò che è stato considerato scandaloso fino a poco tempo prima, venga presentato come espressione delle ‘immutabili leggi naturali’ che regolano le ‘qualità ontologiche dei sessi’?”Anche lei osserva, come potrei documentare anch’io, la rimozione in Italia del tema dell’assistenza infermieristica da parte degli storici di formazione, sia uomini che donne con la significativa eccezione rappresentata da Stefania Bartoloni, che ha affrontato in una prospettiva di genere la storia delle donne impegnate in questo settore.La trascuratezza storiografica si è accompagnata alla scarsa considerazione sociale.Mi chiedo quanto abbia pesato la questione economica nell’orientare o prescrivere un lavoro, una professione, al solo ambito femminile.La storia delle maestre elementari, diversa da quella delle infermiere, racconta un analogo indirizzo di sfruttamento specifico delle donne attraverso la femminilizzazione di un mestiere.Durante il fascismo viene quindi cancellata la professione al maschile, nell’ambito di una generale educazione dei maschi alla virilità guerresca e delle femmine alla cura oblativa, ad essere le madri dei guerrieri relegate nel casalingato, nell’attitudine alla manutenzione dei corpi, alla servitù domestica e allo sfruttamento extradomestico.Gli stereotipi identitari prescritti dal fascismo hanno una storia di lunga durata e uscirne non è facile: sarà proprio la generazione di Italia Riccelli ad avviare il nuovo cammino dopo la guerra.In una condizione giuridica decisamente subalterna, con una scuola che scoraggia le donne a studiare, in un paese ancora contadino e analfabeta, con condizioni di lavoro peggiorate per tutti ma in particolare per le donne, funziona comunque la trasmissione famigliare.Dentro le famiglie molte donne, pur ridotte in condizione di subalternità e dipendenza economica, non dimenticano il clima culturale dei primi anni del Novecento in cui sono cresciute e con naturalezza trasmetteranno alle figlie l’amore per lo studio, il desiderio di indipendenza, la tenacia necessaria al raggiungimento dei propri sogni, la capacità di agire con concretezza e coraggio nelle situazioni che oggi definiremmo di emergenza.Se seguiamo la traccia delle biografie personali e quindi delle famiglie e dentro le famiglie le tracce delle donne che ne sono il cardine e la ragione profonda, possiamo capire l’energia inedita che cresce in sordina nel ventennio e farà poi della presenza femminile durante la guerra la prima imprevista emersione del ruolo fondamentale delle donne nella gestione concreta e quotidiana del paese.Durante l’occupazione tedesca le donne sono ovunque e in moltissimi ruoli fino a quelli della scelta partigiana che fecero in moltissime. Come ricordava sempre Lidia Menapace, senza le donne non ci sarebbe stata la Resistenza.Alla fine della guerra, diventate cittadine con il diritto di voto chiesto e conquistato, nonostante i tentativi di rimandarle a casa, ridurle al silenzio o al massimo a presenza modesta e mortificata nei ruoli politici e professionali, la generazione delle donne nate negli anni venti e trenta diventerà il fattore decisivo per costruire la democrazia in Italia.Democrazia significa uguaglianza delle opportunità, diritti paritari, ma anche invenzione di spazi e ruoli che rendono giustizia ai talenti femminili costruendo la cittadinanza nei luoghi di lavoro, significa un lavoro diffuso e capillare in tutti gli ambiti, a cominciare da fondamentali innovazioni in quelli considerati più tradizionalmente femminili com’è proprio il caso delle infermiere.La biografia di Italia Riccelli segnala le tappe del diventare cittadine di un’intera generazione di ragazze impegnate a ricostruire l’Italia dalle macerie immaginando un paese diverso, immaginando la diversità in ogni ambito di attività e lavoro, generazioni di ragazze impegnate a fare ovunque la differenza.Come moltissime donne, dopo l’8 settembre con la guerra che dilaga sul territorio italiano attraverso l’occupazione tedesca, anche Italia Riccelli si occupa a Roma di sfollati e reduci e nella concretezza del lavoro trova la sua strada che non è solo il lavoro di infermiera ma soprattutto la passione pedagogica e la visione organizzativa che accompagnerà la crescita della sua competenza nel mestiere e della professione stessa grazie a lei.Dalla sua storia emergono le tracce di relazioni tra donne che si sostengono perché condividono una visione, da Anna Platter a Rosetta Brignone, alle tante allieve e poi anche allievi, noi possiamo intuire una rete di relazioni tessuta con lungimiranza e dedizione attraverso la quale si costruiscono competenze nuove dentro una visione tanto inedita quanto necessaria. Non si trattava infatti solo di conquistare il diritto alla propria esistenza libera da mortificazioni e condizionamenti, si trattava di inventare le forme in cui potersi esprimere, avere la forza di abbattere muri, forzare le porte chiuse delle istituzioni e inventarne di nuove.Italia Riccelli sente che il suo lavoro, svolto con passione e dedizione, va immaginato in una nuova definizione professionale che richiede formazione e organizzazione. Studia i metodi e la storia professionale all’estero, confrontandoli con la situazione italiana dove esamina l’approssimazione organizzativa, la confusione nelle mansioni, la preparazione quasi lasciata alla casualità dei talenti personali, quasi sempre misconosciuti, si rende conto che si tratta di studiare e capire anche il fatto che in moltissime situazioni le cose funzionano perché le infermiere suppliscono alle tante carenze con l’intelligenza diffusa, il buon senso, la competenza da autodidatta, la capacità di riconoscere limiti e risorse, l’intuizione del valore del lavoro cooperativo, lo sviluppo in forma professionale della compassione umana.Le cosiddette virtù femminili: pazienza, capacità empatica, dimestichezza con i corpi inermi dell’infanzia e della vecchiaia e i corpi sofferenti della malattia, insieme alla capacità di far fronte all’imprevisto, di organizzare le risorse anche scarse per il soddisfacimento dei bisogni, frutto di educazione più che dotazione innata sono le risorse neglette e misconosciute su cui si basa il mestiere e possono diventare caratteristiche della professione per la quale chiedere riconoscimento sociale prima di tutto dentro il sistema scolastico e accademico.Riorganizzare la professione significa avanzare anche richieste sindacali, immettere la professione nell’ambito del lavoro riconosciuto e quindi nella contrattazione sociale ma intanto si affronta l’apprendimento inventando metodi pedagogici che hanno come fondamento lo sviluppo dei talenti personali dentro una definizione di compiti, mansioni, ruoli che deve diventare un modo di essere.Come Italia Riccelli nella sua professione, così moltissime donne nel dopoguerra proporranno innovazioni decisive per l’apprendimento delle professioni, quel misto di competenze comunicative e sapienza dei corpi, del modo di muoversi nella professione con gesti, posture, inclinazioni che definiscono procedure in forma adeguata ben oltre l’elaborazione di protocolli.Quella generazione di donne si muove su un crinale sottile, da un lato entrare a pieno titolo nel mondo del lavoro con il riconoscimento delle proprie competenze e quindi inventare un modo nuovo di essere professioniste, dall’altro tradurre le proprie competenze nel linguaggio delle istituzioni e di un mondo del lavoro fondato sul modello produttivo fordista, che utilizza termini esplicativi spesso inadeguati ma ai quali è necessario talvolta sottostare per passare la cruna stretta del riconoscimento e aprire una strada sicura per tutte quelle che verranno dopo.Una storia fatta da donne abituate a FARE più che ad APPARIRE, lontane da qualsiasi forma di esibizione ma capaci di trasmissione orale e fisica, pratica, più che accademica e quindi, proprio per questo, profondamente formativa. Quando scrivono testi lo fanno con chiarezza di finalità, linguaggio sobrio ed efficace, le loro lezioni sono occasioni di apprendimento complesso e complessivamente umano, un vero e proprio tirocinio che è sempre la chiave di volta di ogni formazione professionale.Sappiamo che la comunicazione passa per il 75% dal non verbale e in questa professione la cura del corpo è contestuale alla manutenzione dei sentimenti.Una professione in cui il silenzio talvolta si fa parola lasciando spazio al linguaggio efficiente e partecipe del corpo.Chiunque sia stata/stato in un ospedale per qualche tempo sa che la figura dell’infermiera/e fa la differenza tra benessere e malessere perfino più della competenza medica.Che tipo di lavoro è questa professione? Proprio la storia documenta una professione che emerge dai lavori necessari alla condizione umana, lavori determinanti della condizione umana, costitutivi l’ambito di una società che definiamo civile.L’assistenza sanitaria emerge come diritto nel Novecento e mette in luce quell’aspetto dell’esistenza umana che oggi si definisce fragilità, la possibilità di incrinarsi, di rompersi, e un tempo si definiva infermità, vocabolo che segnala una condizione di non stabilità, (infermo è colui che non è fermo).Ci sono incertezze e approssimazioni linguistiche nel passaggio della definizione dall’utenza alla professione che forse oggi andrebbe definita in altro modo.Se guardiamo alla lunga storia delle due fondamentali professioni sanitarie, medica e infermieristica, possiamo vedere una diversità prima di tutto posturale: il medico si tiene a distanza, la sua conoscenza viene dai corpi morti, dai cadaveri, l’infermiera-infermiere costruisce il suo sapere sulla vicinanza, sulla tattilità, sulla conoscenza della pelle umana (in un romanzo ho coniato il neologismo pelleità) e quindi sulle pratiche empatiche, la capacità di sentire e di toccare in tutte le forme della cura.Avere cura e non solo erogare cure.Una professione rimossa dalla storia, anche dalle opere divulgative di alto livello: penso a un’opera come la Storia d’Italia dell’Einaudi che è stata un riferimento fondamentale per generazioni di insegnanti e anche intellettuali fino all’avvento di wikipedia.Ho scorso il volume 7 intitolato in forma neutra Malattia e medicina: l’approfondimento dei saggi segue il rapporto tra professione medica, affermazione degli studi scientifici e istituzioni di servizio e/o controllo della popolazione da parte dello Stato, manca la storia della professione infermieristica.Interrogativi linguisticiSo che è invalso l’uso, ormai quindi come prescrizione corretta, del termine ‘infermieristica’ per la professione, ma ho sempre molti interrogativi aperti sull’uso dei suffissi.Come si dice tranquillamente professione medica, deontologia medica ecc., utilizzando il termine come aggettivo oltre che come sostantivo, si dovrebbe poter dire professione infermiera.Mi chiedo se si sia evitato di definirla professione infermiera perché il sostantivo è presente nell’uso come professione femminile, quindi utilizzato come aggettivo connoterebbe la professione in forma svalutante come tutto ciò che attiene al femminile.Per il termine ‘medica’ non c’è problema perché non viene usato come sostantivo femminile nonostante il termine fosse già presente nella lingua dal medioevo alla stessa stregua di avvocata.Trotula de Ruggiero era una medica illustre della Scuola salernitana e avvocata nostra è Maria nella preghiera nota come Salve Regina.Sui lavori delle donne e soprattutto quei lavori assegnati alle donne come destino ontologico, come l’infermiera appunto, i garbugli linguistici segnalano la struttura sociale del potere che non è solo potere economico e politico ma anche potere di definizione, il potere di nominare e ciò che non ha nome sappiamo che diventa invisibile.Perché la storia delle infermiere è così marginale, così sconosciuta?La storia della professione infermieristica condivide l’oscurità in cui è stata lasciata tutta la storia delle donne, come se metà della specie umana fosse ininfluente nei grandi processi del divenire sociale, il lavoro delle donne irrilevante nell’accumulazione della ricchezza, la presenza delle donne insignificante nella strutturazione del potere, nelle scelte politiche, nelle organizzazioni della società civile e nell’oscurità sono lasciati tutti i lavori della riproduzione umana non a caso attribuiti spesso in forma identitaria alle attitudini femminili e per questo, non a caso, poco retribuiti economicamente.In questo senso anche l’infermieristica è una professione sia in evoluzione che evolutiva della società, e mi auguro che mantenga questa linea evolutiva e non degradi nei modelli virilisti di stampo aziendale che confondono l’efficacia e l’efficienza con la standardizzazione anonima di prestazioni pseudo rigorose e solo defraudate dell’esperienza umana.Uscire dagli stereotipi identitari del maschile come corpo armato, incline alla durezza e alla violenza e il femminile come corpo inerme capace per natura di occuparsi dei corpi inermi significa anche prendere in considerazione le attitudini e le competenze necessarie per i lavori della riproduzione umana, farne  professioni con specifici percorsi di apprendimento, così come ha fatto Italia Riccelli insieme ad altre innovatrici.La professione infermieristica si costruisce sulla vicinanza e quindi sull’allenamento empatico perché è un lavoro della riproduzione sociale.Empatia è spesso un termine abusato, significa stare dentro il sentimento dell’altro/dell’altra quindi non si tratta di vivere lo stesso sentimento, non è identificazione, non è condiscendenza, arrendevolezza, comunione, non è un atteggiamento subalterno o servile, anzi, esattamente il contrario: si tratta di un movimento verso l’atra/l’altro che si esprime con il corpo e i sentimenti nel riconoscimento della comune dignità umana, un modo di guardare le persone nell’interezza vivente e senziente, usando il proprio sentire allenato alla percezione che include anche forme di razionalità funzionale, conoscenze scientifiche, procedure collaudate, percorsi verificati, senza mai farne riduttive pratiche totalizzanti, senza mai dimenticare l’unicità di ogni persona, la complessità di ogni storia.L’empatia si impara e si allena scoprendola dentro di sé, confrontandosi con la propria storia affettiva dentro le relazioni e vivendola in relazione.Lavoro di riproduzionePer capire il tipo di talento di Italia Riccelli e di tutte le altre dobbiamo inserire la loro storia nel tempo lungo della rappresentazione dei lavori praticati dalle donne e affidati talvolta in modo esclusivo (ed escludente) al genere femminile e nel tempo della sua vita e della sua azione, che sono gli anni della costruzione di un’Italia come repubblica democratica. Si tratta di talento organizzativo e talento professionale, talento per l’organizzazione professionale di un lavoro della riproduzione umana.Assegnata dall’ideologia identitaria, in Italia quella fascista, alle donne come naturale questa è una professione che appartiene ai lavori della riproduzione, diversi dai lavori di produzione perché non producono merci e nemmeno profitto, sono indispensabili ma non cumulabili (vengono erogati sul momento), percepibili ma non tangibili.Seguendo lo schema di Lidia Menapace, che affronta la questione teorica del lavoro già negli anni ’80 nel libro Economia politica della differenza sessuale, i lavori della riproduzione umana si possono dividere in riproduzione biologica (fare e crescere bambini e bambine, ma anche prendersi cura di sé e delle relazioni), riproduzione domestica (tutti i lavori di manutenzione dei luoghi di vita individuale e famigliare) riproduzione sociale (scuola, sanità, pubblica amministrazione, servizi alle persone e manutenzione dei luoghi pubblici), hanno scarsa considerazione da parte della scienza economica, e quindi dei bilanci, perché vengono considerati estranei alla ricchezza delle nazioni, per dirla con Adam Smith, o al PIL, il prodotto interno lordo basato sulla produzione tra gli indicatori ufficiali di ricchezza.I bambini non possono essere venduti e la cura di una persona malata non può essere messa in cassaforte o in frigorifero come un farmaco, per restare nel discorso sanitario.I lavori della riproduzione cominciano a entrare negli indicatori del BES (benessere equo sostenibile), di cui illustri economiste ed economisti scrivono da tempo, che si è affacciato nelle rilevazioni dell’ISTAT nel 2010, (se non sbaglio), e non è ancora recepito nei bilanci pubblici, nei quali, come sappiamo, tutti i lavori della riproduzione sociale sono considerati solo costi come se il benessere delle persone fosse qualcosa di aleatorio, opinabile, non misurabile e quindi senza valore economico.Scriveva Lidia Menapace: La riproduzione sociale (scuola, sanità, servizi, pubblica amministrazione) non ha il profitto come fine, bensì la conoscenza, la salute, il benessere sociale, il diritto, la cittadinanza, la pace. Applicare il modo di produzione industriale capitalistico a settori economici non industriali è barbarie.Il lavoro della riproduzione non è un lavoro di cura perché la cura non è un lavoro, è il modo di lavorare per la riproduzione.I lavori della riproduzione indicano la qualità della società in cui viviamo, segnalano il grado di cittadinanza della popolazione, perché riguardano il sistema dei diritti e il patto sociale che sostiene e garantisce la convivenza in un territorio.Sono i lavori della riproduzione che hanno tenuto insieme il paese durante la pandemia con sacrificio personale delle operatrici e operatori, come ben sappiamo, eppure non c’è stato un ripensamento dei criteri di bilancio, come se, a fronte della costante attenzione ai processi di spostamento degli indicatori delle quotazioni di borsa, la morte di qualche migliaio di persone diventi comunque sempre irrilevante.Questo è un discorso che ci porterebbe lontano ma proprio la pandemia ha portato in primo piano la professione infermieristica come cruciale nel presidiare la salute e sappiamo, dai fatti, che dovrebbe diventare orientativa dell’organizzazione pubblica della sanità.Definire le cure “una produzione di salute” è del tutto improprio, una metafora poco efficace perché non si produce la salute, si genera una persona sana, e mentre nella produzione si può esattamente progettare l’esito delle azioni, nei lavori della riproduzione si può solo prevedere con margine di attendibilità.I gesti non sono erogazioni posturali meccaniche ma apprendimenti formativi che pur diventando abitudinari devono sempre adattarsi all’infinita diversità umana che presenta il bisogno.Non esiste la salute astratta, esistono le persone in salute, sempre temporaneamente.Per lo stesso motivo sia gli ospedali che l’organizzazione sanitaria non dovrebbero essere terminali delle industrie farmaceutiche ma sistemi di orientamento della ricerca e della produzione di farmaci.La pandemia, che speriamo non diventi endemica, ci dovrebbe comunque costringere a cambiare sguardo sul mondo perché impone diverse priorità: prima di tutto salvare vite e non considerare le vite distrutte come un effetto collaterale necessario per il progresso.In questo capovolgimento la parola CURA è diventata centrale e la cura è un modo di essere, non un oggetto di somministrazione come un farmaco.Diventano centrali le pratiche di manutenzione della vita, di cura delle relazioni umane, di produzione ecosostenibile, quindi quelle pratiche che tutta la cultura, da quella umanistica a quella scientifica, hanno confinato nel non valore in quanto erogate quotidianamente e prevalentemente da donne.Come in ogni catastrofe vissuta dall’umanità anche questa volta la continuità della vita è dipesa molto dalla capacità di gestire empaticamente le relazioni, dalla capacità di essere versatili e, dentro gli ospedali, la capacità di considerare le persone complessivamente, non solo come mansioni, come funzioni, come malattia.Ovunque abbiamo visto queste capacità come lavoro erogato prevalentemente dalle donne, abituate a gestire la vita quotidiana che chiede continuità delle risposte.Quella che Lidia Menapace definiva Scienza della vita quotidiana si costruisce nella consapevolezza che tutto ciò che è necessario alla sopravvivenza non conosce interruzione.Capacità allenate dalle donne nei millenni della storia umana, spesso attribuite alle donne per ragioni poco nobili, possono essere apprese da chiunque senta di avere attitudine e inclinazione per una professione e mi auguro che siano sempre più i talenti personali a orientare le scelte professionali con l’auspicabile superamento delle discriminazioni di reddito.Tutti i lavori della riproduzione appartengono alla storia della cittadinanza, alla qualità del vivere civile.Siamo nella società dell’informazione ma la somma dei dettagli non sempre determina formazione, non sempre riesce a dare forma a un pensiero, un orientamento, un modo con il quale si fanno le cose.Per usare una metafora potremmo definire i lavori della riproduzione come il respiro sociale.Noi non decidiamo di respirare, è un’attività irriflessa e indispensabile, senza respiro non esistiamo, se il respiro è faticoso la vita è ridotta, in affanno, mortificata, muore.La mortificazione e svalutazione dei lavori della riproduzione umana è visibile nell’affanno sociale diffuso.L’infermieristica è una professione il cui sviluppo in età contemporanea ne fa un laboratorio di saperi e questioni che possono riguardare tutta la società.La cura è un modo generativo della relazione umana in senso lato, generativa di relazioni e di condizioni e il gesto di cura per i corpi è un modo di accudire l’anima o in qualsiasi modo si voglia chiamare l’esistenza in cui ci percepiamo come umane e umani.        

Rendicontazione dei contributi pubblici ricevuti nell’anno 2021 

(Ex Legge 124 del 2017)  DATA DI INCASSO SOGGETTO EROGATORE CAUSALE SOMMA INCASSATA 06/04/2021 Presidenza del Consiglio dei Ministri Progetto digitalizzazione Archivio Centrale €   8.000,00 23/12/2021 Ministero della Cultura Progetto riordino Archivio Centrale €   5.138,00 24/12/2021 Ministero della Cultura Progetto fondo Tola (fase 1) €   3.000,00 TOTALE   € 16.138,00  ​

70 anni dopo riparte la marcia inarrestabile delle donne

(da Ansa) Due giugno, Festa della Repubblica, ma anche data ideale per celebrare "l'inarrestabile marcia delle donne verso la parità", a 70 anni - era il 1952 - dal primo Congresso delle donne sarde. Il 2 giugno le donne dell'Isola si riuniscono, stesso luogo di 70 anni fa - il Teatro Massimo di Cagliari - "per far rivivere lo spirito unitario e il tratto trasversale di quel primo Congresso - sottolinea Carmina Conte, presidente di Coordinamento3, che promuove l'iniziativa - e lanciare una grande alleanza fra le donne in Sardegna e fuori dall'Isola".     Il secondo Congresso è l'occasione per una riflessione a più voci, tra la rievocazione di una data emblematica e rivendicazioni ancora in agenda. Nel 1952 arrivarono a Cagliari dalle campagne e città dell'Isola, in corriera, in treno, su carri trainati da cavalli, circa 3000 rappresentanti di diversi schieramenti e realtà. Oggi Coordinamento3 con lo stesso spirito chiama a raccolta rappresentanti della politica e delle istituzioni, della società civile, delle professioni, l'associazionismo, donne immigrate ed emigrate. Accanto alla rievocazione le esigenze irrinunciabili di oggi, al centro della giornata, dalle 11 fino a sera. Quattro i momenti, con Maria Francesca Mandis, Bruna Biondo, Anna Paola Marongiu e Debora Porrà: la ricostruzione del primo Congresso, con l'omaggio a Nadia Gallico Spano, madre Costituente, fra le protagoniste di quella giornata, alla presenza della figlia Chiara; l'attualità con focus su lavoro (Luisa Marilotti), salute delle donne (Rita Nonnis), violenza di genere (Patrizia Desole) e rappresentanza (Rita Corda); la firma di un Protocollo d'Intesa con Coordinamento Donne Fasi; nel pomeriggio Carla Puligheddu, vice presidente di Coordinamento3, rivolgerà lo sguardo al futuro con l'esigenza di proposte di modifica della legge elettorale regionale, per una reale e paritaria presenza femminile nel Consiglio regionale.    Dopo i saluti istituzionali, tra cui il presidente della Regione Christian Solinas, la vice ministra del Mise, Alessandra Todde, l'assessora regionale al Lavoro Alessandra Zedda, e il sindaco di Cagliari, Paolo Truzzu, la parola alle studiose degli Atenei di Cagliari e Sassari Ester Cois, Maria Rosa Cardia, Antonietta Mazzette e Maria Lucia Piga. Poi Vittoria Tola (Udi), Serafina Mascia (Fasi), la costituzionalista Carla Bassu, Pupa Tarantini, presidente del Congresso.    In collegamento video da Roma i saluti della neo presidente del Wwf Italia Daniela Ducato.   

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