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Anniversario legge asili nido
(di Vittoria Tola)Cinquanta anni fa, il 6 dicembre del 1971, fu approvata la legge n.1044 “Piano quinquennale per l’istituzione di asilo nido comunali con il concorso dello stato” che istituiva un servizio sociale di interesse pubblico. Questa legge fortemente voluta dall’ Udi, per la quale le donne in tutta Italia si impegnarono in mobilitazioni locali e nazionali coordinate e straordinarie, ottennero risultati fondamentali sia per il superamento dell’OMNI sia per il riconoscimento del valore sociale della maternità per viverla non più come un destino ma come una libera scelta che si legava positivamente anche al diritto al lavoro. Fino ad allora le questioni erano apparse antitetiche. Il destino-dovere della maternità, infatti, aveva impedito a molte donne di lavorare e di aspirare all’autonomia economica o alla carriera. L’intelligenza di quelle lotte collegate in modo esplicito anche con l’esigenza del benessere dei bambini esplicitò il nesso positivo con l’infanzia e i bambini divennero soggetti di diritto, al centro di un discorso sui servizi e di un approccio pedagogico nuovo negli asili nido e nella scuola materna riorganizzata.La logica assistenziale e paternalistica dell’Onmi venne capovolta, riorganizzata su una idea di scuola di qualità, che si ristrutturava con il progetto del tempo pieno e di un accesso all’istruzione più ampio, grazie all’edificazione di strutture necessarie in ogni comune piccolo o grande, portando in pochi anni a Reggio Emilia ai nidi più belli studiati nel mondo. La lotta per cambiare la legislazione sull’istituzione dei nidi e sul congedo di maternità, si organizzo’alla fine degli anni sessanta, durante il quale le donne dell’Udi avevano preso atto della profonda trasformazione delle donne e della famiglia italiana e avevano compreso quali e quanti nuovi processi la riforma della scuola media e del diritto allo studio aveva innescato.La battaglia per l’emancipazione femminile per l’ Udi, (che sin dalla sua costituzione aveva rivendicato per le donne con il diritto a tutti i lavori il pari salario per pari lavoro), infatti, non fu mai la rivendicazione di un modello monosessuato, plasmato al maschile. La differenza della maternità si doveva coniugare alla rivendicazione del diritto al lavoro (intanto le donne per la prima volta in Italia avevano il diritto di accedere a tutte le carriere!) e alla risoluzione di quei problemi che le donne sentivano proprio nel mondo del lavoro, spesso sottopagato, precario o in nero che aggravava il problematico rapporto donna-lavoro-famiglia. Esisteva allora chi pensava che il boom economico di quegli anni avrebbe risolto d’incanto l’equità salariale tra i generi e la condivisione del lavoro di cura familiare. L’ Udi invece era consapevole sia delle ragioni profonde della disoccupazione femminile, sia di quanto il lavoro di cura fosse saldamente sulle spalle delle donne. Questo avveniva soprattutto in ambiente agricolo, oppure nel lavoro a domicilio, in nero. Quelle donne sapevano, soprattutto grazie al rapporto con le altre donne, che l’Italia aveva bisogno di cambiamenti culturali profondi tra i datori di lavoro, tra le forze conservatrici, nel mondo della sinistra e in quello cattolico. Oggi, ancora in piena pandemia, dopo l’emarginazione e la sottovalutazione che questi servizi come i bisogni delle donne, dei/delle bambine, delle famiglie hanno conosciuto negli ultimi decenni, aspettiamo che le proposte del PNRR riescano a diventare realtà anche per dimostrare che “l’inverno demografico” tanto temuto e criticato non appartiene alla volontà di governo di questo paese.
