Referendum e Costituente: 75 anni fa.

Il 2 e 3 giugno del 1946, 75 anni fa, si tiene in Italia il Referendum Repubblica- Monarchia in cui le donne votano per la prima volta ma si vota anche per l’Assemblea Costituente. Una data fondamentale per questo Paese e per le donne che molti vedevano con sospetto. Lunghe file di donne e uomini si formano fuori dai seggi elettorali; le donne, come scrive la giornalista Anna Garofalo, stringono a sé le schede elettorali come fossero biglietti d’amore.  Le donne aventi diritto che vanno a votare sono l’89%. La Repubblica vince!   L’Italia diventa Repubblica, le donne votano e all’Assemblea Costituente vengono elette 556 persone di cui solo 21 donne:Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Angela Cingolani Guidi, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Angela Gotelli, Nilde Iotti, Maria De Unterrichter Jervolino, Teresa Mattei, Lina Meriln, Angiola Minella, Rita Montagnana, Maria Nicotra Fiorini, Teresa Noce, Ottavia Penna Buscemi, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio, Nadia Gallico Spano.  Di quelle 21 straordinarie donne ben 11 fanno parte dell’UDI. Sono pochissime, molte di più erano degne di essere votate, ma il loro peso, la loro determinazione, la loro unità pur appartenendo a forze politiche diverse, lasceranno il segno. L’Udi, gia’ dalla sua nascita e al primo congresso del 1945, promuove e partecipa attivamente al Comitato pro voto conducendo un’intensa campagna di massa con incontri, riunioni e volantinaggi per spiegare l’importanza del voto per le donne come avevano già proposto e chiesto al CLNAI. L’UDI si appella a tutte le donne italiane affinchè esprimano la propria volontà con il voto; spiegano perché si deve votare, cosa significa votare e come si vota. È passato alla storia l’appello di Nadia Spano di non usare il rossetto per chiudere le schede elettorali, poiché il segno lasciato avrebbe potuto invalidare il voto.   Le Costituenti, anello di congiunzione tra l’UDI e le istituzioni, porranno i principi fondamentali che permetteranno lotte e conquiste legislative utili alle donne. Quel 2 giugno segna ufficialmente il cammino politico, intrapreso già durante la Resistenza, delle donne italiane per il loro diritto pieno di cittadinanza che ha migliorato la loro vita e il paese tutto. Una narrazione fondamentale per la nostra democrazia ma poco rappresentata anche alle nuove generazioni, che noi continueremo a far conoscere perché si tratta di donne speciali che hanno rafforzato la nostra democrazia nonostante tutti gli ostacoli frapposti.      

Piazza Gina Borellini

Sabato 29 maggio 2021, in occasione dell'anniversario del terremoto che sconvolse vaste zone dell'Emilia, a Concordia, nel modenese,  si è svolta un'importante iniziativa. Lo spiazzo dove venivano accatastate le macerie è diventata una bellissima p.zza intitolata a Gina Borellini che ha vissuto a Concordia gli anni della Resistenza e del dopoguerra. Medaglia d'oro della Resistenza al valore militare , fondatrice e dirigente dell'Udi, dal '48 parlamentare per tre legislature. Quando ho preso la parola portando i saluti dell'Udi,  un forte applauso  mi ha testimoniato quanto ancora viva sia   la memoria della sua tenacia nel difendere le donne. (Laura Piretti)​  

Quando un’insegnante “cura la parola”

All’improvviso, tutta la classe storna lo sguardo dal video e si alza in piedi a guardare fuori dalla finestra.Possibile che la pirotecnica “lectio” della sociolinguista Vera Gheno su linguaggio e sociale, sulla memoria lunga (e vendicativa…) del web, su tachigrafie, sigle, invenzioni estemporanee, meme, emoji, selfi, di cui improvvidamente (e ahimè spensieratamente) infarciamo la nostra comunicazione, non sia più così trascinante come sembrava fino a un minuto prima?Sorpresa e sconcerto.Fino al mistero svelato: una delle splendide (e storiche) robinie che ornano il sagrato della chiesa di San Gerolamo  in Via Savonarola è rumorosamente crollata, lunga distesa su via Pergolato, dove appunto “battono” le finestre dell’Istituto Einaudi colpendo l’attenzione dell’intera IV S.Spiace, e molto, ma l’onore dell’incontro è salvo e l’attenzione presto riconquistata: si torna al lavoro. Siamo in una video meet, e alle affollate “finestre” virtuali si affacciano: Vera Gheno Sociolinguista, Liviana Zagagnoni Responsabile UDI, Stefania Guglielmi avvocata, Loredana Bondi Progettista di “Coniugare al femminile: un uso consapevole della lingua per le pari opportunità” su cui stiamo lavorando, Elisabetta Aldrovandi avvocato, Francesca Battista per la segreteria CGIL, Dorota Kusiak assessora comunale, Elisabetta Ghesini dell’Ufficio Pari Opportunità del Comune, Marianna Fornasiero e Annalisa Casalati, rispettivamente Preside e Docente dell’Istituto Luigi Einaudi, la Classe IV S dell’Istituto Einaudi di Ferrara e la sottoscritta, impegnata a coordinare questo tavolo virtuale. Comunicazione, linguaggio, linguaggio di genere, sessismo e social: sono questi gli argomenti sui quali si è dipanato un percorso fatto di studio, di ricerca, di indagine, di analisi linguistica e socio culturale al quale la Professoressa Casalati, in sintonia con la sua Preside e in sinergia con esperte progettuali esterne, ha preparato la sua intera classe, “curando la parola”, come dice lei stessa, e attraverso la parola, le delicate identità, con le quali e sulle quali, lavora quotidianamente. A confrontarsi in tema di linguaggio non discriminatorio nei confronti del genere femminile, obiettivo di questo progetto, sono le riflessioni espresse da studentesse e studenti, e le testimonianze di esperte: punti di vista resi con competenza, attenzione e sempre con garbo interlocutorio, nell’ambito di un progetto promosso da UDI (Unione Donne in Italia) in partnership con il Comune di Ferrara, la Cooperativa Sociale “Le pagine” e la Confederazione Sindacale CGIL di Ferrara. La lingua non è solo uno strumento di comunicazione attraverso il quale vengono trasmesse informazioni e idee, ma ne è anche lo specchio: influenza ed è influenzata, potenzia e depotenzia modi di pensare, di giudicare, di classificare la realtà: dietro forme ed espressioni linguistiche di uso comune, spesso si celano pregiudizi sociali, culturali e sessuali che si trasmettono, senza volerlo, nel linguaggio. Il linguaggio, che questa mattina indaghiamo con gli strumenti del lessico sociologico della metalinguistica e della sociolinguistica, diviene quindi motore di un auspicabile cambiamento culturale, necessario per contrastare e superare pregiudizi e stereotipi. Perché ancora oggi è difficile assuefarsi all’utilizzo di parole nuove declinate al femminile? Perché si dice che “suonano male”?È ormai noto che “essere nominati” e “avere un nome” è la conferma dell’essere visibili, è la conferma della propria presenza. “In principio fu il verbo”: avere un nome è avere presenza perché “quel che non si nomina non esiste». Questo è l’assunto che ha dato il via al progetto su cui stiamo lavorando, con la certezza che è indispensabile rendere consapevoli le generazioni presenti e future delle discriminazioni, dei limiti e dei rischi che un uso della lingua non rispettoso di una paritaria presenza di entrambi i generi, maschile e femminile, provochi inevitabilmente marginalizzazione e sottorappresentazione, esplicita e implicita, allontanando l’obiettivo della parità di genere. Ma su questo, tutto sommato condivisibile punto di partenza, attengono ancora molte resistenze, se non di carattere grammaticale (chiunque, minimamente alfabetizzato, è consapevole che l’italiano declina al maschile e al femminile ogni essere animato) quanto di carattere socio-politico-culturale, senza escludere la riflessione critica, emersa nella pluralità degli interventi, che non sia il "genere" nel linguaggio, l’elemento determinante la discriminazione: ”non è una vocale finale a determinare distinzioni che denigrano la donna in quanto tale, poiché, se è vero che la forma è sostanza, è altrettanto vero che il rispetto e la parità di genere sono concetti anzitutto culturali, che devono far parte del modo di pensare e della mentalità, ancor prima che del linguaggio”. Tante e ricche e plurali! Le riflessioni che emergono in questa mattinata di lavoro: riguardano puntualizzazioni e confronti, indagini e analisi, sui vasti temi del sociale e del linguaggio, temi che di seguito molto spavaldamente riassumo, ma al cui approfondimento rimando in un imminente, più esaustivo (e anche più “serio”) documento nel quale saranno riportati fedelmente interventi e approfondimenti. Ecco quindi qualche elemento che ho raccolto in un affannato tentativo di fermare, sulla carta, le tante sollecitazioni, riflessioni, convergenze e qualche “distanza”.La conferma della necessità di “maneggiare” con cura il nostro linguaggio”: parlato, scritto, trasmesso, digitato (“registri” adeguati a contesti diversificati) la lingua non è un mezzo neutro di trasmissione dei contenuti, ma è espressione di una determinata rappresentazione della realtà che influenza il pensiero stesso dei parlanti.“La lingua funziona per uso”: se si utilizzano le parole, con quotidiana abitudine, anche i neologismi più astrusi entrano nell’uso comune e perdono la loro presunta “cacofonia”.“Siamo le parole che usiamo”: ricordiamo sempre che le parole sono il nostro biglietto da visita con il quale ci presentiamo al mondo e concorrono alla formazione del nostro “sé”. La correlazione tra modo di esprimersi e l’idea che gli altri si formeranno di noi è diretta e molto forte, sia nelle comunicazioni in presenza, sia nello spazio comunicativamente spartano della rete. “Le parole sono pietre” Non è un luogo comune, è proprio così: ci sono parole che lasciano scorie nella nostra mente, scorie tossiche, che sedimentano per anni per poi scolorire e affievolire la loro potenza negativa, ma non sempre: alle volte germogliano in rancore, frustrazione, vendette.Un lessico ricco e pertinente tiene in salute l’animo: è importante conoscere (e praticare) tante parole e avere dimestichezza con l’uso del vocabolario. E’ importante acquisire familiarità con il loro significato.                                        Sapere esprimere con le parole più adatte e più pertinenti i nostri sentimenti, è funzionale per scaricare tensioni e “buttare fuori” quelle scorie di rabbia che possono avvelenarci l’animo, oppure renderci appagati quando un feedback positivo ci conferma che le parole più delicate e più affettuose, hanno raggiunto l’effetto desiderato.Il linguaggio descrive il mondo in cui viviamo e il suo uso può cambiare la realtà che ci circonda. Un uso consapevole del linguaggio costituisce quindi un primo passo verso un percorso di inclusione e di rispetto per la parità di genere. “Tutte le persone con l’uso del linguaggio hanno ricevuto un megafono, ma non sempre hanno anche ricevuto le istruzioni per usarlo e di conseguenza non sempre hanno imparato a gestire la democrazia della comunicazione” (cit. Vera Gheno). Il linguaggio come strumento di contrasto alla violenza sulle donne. E’ necessario pretendere un riconoscimento pubblico del ruolo della donna nella società e il suo effettivo diritto di cittadinanza, anche tramite un uso più consapevole della lingua, troppo spesso veicolo di stereotipi sessisti e resistenze al cambiamento. “Parlare non è mai neutro” afferma la filosofa Luce Irigay: è importante l’uso del declinare al femminile il linguaggio, per non inglobare, in un generico, unico e totalizzante maschile inclusivo, l’intero universo.Le resistenze alla declinazione rispettosa in base al genere, non sono di carattere linguistico (da un punto di vista grammaticale è lapalissiano: come diciamo maestra possiamo dire ministra, come diciamo infermiera possiamo dire ingegnera; l’unica differenza è che a infermiere e maestre siamo abituati da sempre, meno con le ministre e le ingegnere), ma di carattere socio-culturale. Sempre rispetto e attenzione verso chi argomenta che una “o” o una “a” non facciano differenza in chi parla e in chi ascolta, ma molti argomenti a suffragio di una posizione diversa. Ed è proprio su queste resistenze culturali che è necessario intervenire: finché ci sarà sorpresa nell’appellare una donna con il nome di “architetta” o di “medica”, vorrà dire che nel retaggio del nostro immaginario è ancora troppo cementata la stravaganza linguistica che connota questa parola.  Solo quando per dire “medica” non useremo più la perifrasi di  “donna medico”, potremmo dire di avere superato le nostre personali resistenze: dire “donna medico” equivarrà, per pari stravaganza, dire “uomo casalinga”.   Una mattina che chiude con un momento di approfondimento socio-culturale il progetto UDI Si affronta il “linguaggi” con cui comunichiamo, sulle necessità di una sempre maggiore sensibilità verso l’individuazione e il contrasto agli stereotipi e sull’uso non sessista del nostro “dire”, sia parlato che scritto, che trasmesso, che digitato. Una mattina di lavoro sul terreno sterrato della conquista di quella parità di genere che perseguiamo con costanza e con diritto. E che continueremo a perseguire. In chiusura, una saggia citazione:Il filosofo Ludwig Wittgenstein sosteneva: “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo, perché il linguaggio descrive la realtà ed occorre quindi eliminare ogni forma di discriminazione anche nel linguaggio”. Qualche nota biografica, e non solo,  sulle relatrici odierne:Vera Gheno: sociolinguista specializzata in comunicazione digitale, traduttrice dall’ungherese e conduttrice radiofonica, ha collaborato per vent’anni con l’Accademia della Crusca. Attualmente lavora con la casa editrice Zanichelli. Insegna come docente a contratto all’Università di Firenze. La sua prima monografia è del 2016: “Guida pratica all'italiano scritto (senza diventare grammarnazi)”; del 2017 è “Social-linguistica. Italiano e italiani dei social network” (entrambi per Franco Cesati Editore). Nel 2018 è stata coautrice di “Tienilo acceso. Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello” (Longanesi). Nel 2019 ha dato alle stampe “Potere alle parole. Perché usarle meglio” (Einaudi), “La tesi di laurea. Ricerca, scrittura e revisione per chiudere in bellezza” (Zanichelli), “Prima l'italiano. Come scrivere bene, parlare meglio e non fare brutte figure” (Newton Compton), “Femminili singolari. Il femminismo è nelle parole” (EffeQu); è del 28 aprile 2020 l'ebook per Longanesi “Parole contro la paura. Istantanee dall’isolamento”. Dal 14 settembre 2020 conduce, con Carlo Cianetti, il programma di Radio1Rai Linguacce, in onda dal lunedì al venerdì dalle 15:30 alle 16:00.Loredana Bondi: Docente di lettere poi Preside. Studi e ricerche la portano a conseguire riconoscimenti in particolare nell’ambito della psicopedagogia evolutiva. Partecipa e vince il Concorso per Dirigente della Pubblica Istruzione dove ricopre il ruolo di  “Direttrice dell’Istituzione dei servizi educativi, scolastici e per l’integrazione” del Comune di Ferrara, ruolo ricoperto fino al 2010.Le numerose competenze professionali in ambito legislativo, organizzativo, gestionale, psicopedagogico, educativo-scolastico, la portano ad essere chiamata a ricoprire incarichi in gruppi di lavoro interistituzionali: locale, provinciale e Regionale.Ha scritto sulle maggiori riviste specializzate di natura educativa, pedagogica e giuridica e ha curato testi e pubblicazioni prodotte dalle scuole in cui ha esercitato nel ruolo di Preside prima, e nell’ambito del Servizio Documentazione e Ricerca Pedagogica del Comune di Ferrara, poi.Attualmente fa parte del direttivo del Gruppo Nazionale Nidi e Infanzia (GNNI) come rappresentante della Regione Emilia Romagna e ne segue le tematiche che riguardano il mondo dell’infanzia, oltre a far parte del direttivo dell’UDI (Unione Donne in Italia) in cui collabora soprattutto su Progetti regionali e nazionali sulla parità di genere.Elisabetta Aldrovandi, Avvocato iscritta presso il Foro di Modena dal 2000.Garante regionale per la tutela delle vittime di reato per la Lombardia, prima regione in Italia a introdurre questa figura istituzionale a supporto delle vittime di reato.Presidente dell'Osservatorio Nazionale Sostegno Vittime – in questo ruolo partecipa in audizione in Commissione Giustizia alla Camera dei Deputati e al Senato sui disegni di legge relativi alle vittime, come la riforma del rito abbreviato per vietare sconti di pena ai reati puniti con l'ergastolo, o l'introduzione del codice rosso o di reati come la diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti. Inserita dal settimanale F tra le 100 donne più importanti del 2019.Elisabetta Aldrovandi si presenta come Avvocato, perché è così che desidera presentarsi. La pluralità delle voci su questi temi è una benedizione, perché vuol dire che ci si confronta e si ragiona, senza ostilità, ma con la ricchezza degli argomenti e delle riflessioni. Soprattutto se chi ragiona lo fa con competenza e cognizione di causa, perché, come dice Tullio De Mauro, linguista, lessicografo, accademico e saggista italiano: “per aprire le fronde è necessario avere radici salde”!Stefania Guglielmi Avvocata Cassazionista.Si occupa prevalentemente di parità di genere, violenza di genere, diritto di famiglia, diritto del lavoro.Collabora con un centro antiviolenza. Ha insegnato in corsi di laurea e master universitari, scrive, studia, fa conferenze, seminari. Molti lavori, molte competenze, molto impegno nel sociale. È co-responsabile UDI FerraraAnnalisa Casalati e la Classe  IV S Istituto EinaudiDa sedici anni è impegnata con gli adolescenti nell’insegnamento ed è da sempre fiduciosa che la riflessione scientifica sulla letteratura e sulla lingua, unite agli studi storici, siano strumenti essenziali per garantire a ciascuno e a ciascuna il potere di autodefinirsi e riconoscersi in società e quindi, naturalmente, a vivere come parte attiva e critica, l’attualità. Con questi presupposti il progetto sul linguaggio di genere non poteva che riscuotere condivisione e interesse ed infatti ha interessato e coinvolto sia la Prof.ssa Casalati che un gruppo di studenti della scuola superiore, la classe IV S dell’IIS Luigi Einaudi di Ferrara.Docente, studenti e studentesse (in numero di 25) sono stati interlocutori vivaci durante gli interventi pensati dall’UDI nel corso degli incontri che si sono proposti fino ad ora, svolti tra incontri a distanza, in gmeet, e alcune lezioni curricolari; tutti comunque  volti a interrogarsi sulla lingua come descrittore sociale, storico, culturale.Francesca Battista, laureata in Giurisprudenza, abilitata all’esercizio della professione forense, ha iniziato l’attività in CGIL a Ferrara presso l’Ufficio migranti.Successivamente é entrata a far parte della categoria della Funzione Pubblica dove si è occupata delle lavoratrici e dei lavoratori del settore socio sanitario, degli enti locali e delle amministrazioni centrali, oltre a rivestire il ruolo di responsabile dell’organizzazione della categoria. Dal 2017 è componente della segreteria confederale della Cgil di Ferrara. A lei sono affidate fra le altre, le deleghe sull’organizzazione, welfare, immigrazione e politiche di genere.    

La Legge Zan e le ragioni del femminismo della differenza

Il ddl Zan introduce i delitti di istigazione a delinquere e compimento di atti discriminatori e violenti fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere. Finanzia politiche contro la violenza legata all’orientamento sessuale e all’identità di genere e istituisce la Giornata contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia, in cui sono organizzate, anche da parte delle amministrazioni pubbliche e nelle scuole, iniziative per promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione e a contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivate dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere.Per sesso, spiegano le definizioni di cui la legge è corredata, si intende quello biologico; per identità di genere la percezione che una persona ha di sé come uomo o donna, anche se non corrispondente al sesso biologico; per ruolo di genere qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse all’essere uomo o donna; per orientamento sessuale l’attrazione emotiva o sessuale nei confronti di persone dello stesso sesso, di sesso opposto o di entrambi i sessi.Con questa terminologia e queste definizioni il disegno di legge richiama teorie secondo le quali la distinzione tra i due sessi femminile e maschile si risolve in costruzioni sociali che si ripercuotono sugli individui come una gabbia repressiva, il ‘binarismo sessuale’, che esclude e stigmatizza chi in tale binarismo non si riconosce. Di qui il valore dell’autopercezione, e il suo significato contestativo: la possibilità di dirsi maschio femmina o nessuna delle due cose – l’identità di genere – indipendentemente dal corpo che si ha, romperebbe il giogo del binarismo. A quest’ultimo, autoritario, tende a essere associata, in questo ordine di idee, la differenza sessuale.In Italia esiste un pensiero femminista radicale noto come pensiero della differenza, molto vitale. Questo pensiero ha lavorato per far emergere la soggettività femminile, che consiste appunto nella differenza. Differenza rispetto a cosa? Rispetto al soggetto neutro della storia e del pensiero, per esempio l’Hegel che «si mette nella posizione di un soggetto universale mentre in realtà parla secondo l’esperienza di un soggetto maschile». E cosa sarebbe questa differenza? Il femminismo radicale ‘essenzializza’ le donne, sacralizza per caso il ruolo materno? No, la differenza non è un ‘ruolo’ o un ’comportamento’, perché non è una cosa.È una qualità, un processo, un divenire: è l’atto del differire, che scompagina i modelli ereditati, mette al mondo qualcosa che non era prima previsto e che non si può sapere mai che cosa sarà. E per iniziare a differire, occorre un primo atto di disobbedienza: scoprire che il corpo in cui una è nata, proprio quel corpo così a lungo squalificato e così spesso asservito, è invece intelligente, è il veicolo di molte esperienze, è una parte di noi che ci permette di dire «quel che ci risulta», di dire la nostra, a modo nostro: compone la nostra soggettività.C’è stato dunque nel tempo un impegno appassionato affinché le donne si sentissero autorizzate a parlare partendo dalla loro esperienza, onde questa, e non quella del soggetto neutro, entrasse a comporre i modi comuni di pensare, di vivere, di giudicare; impegno per restituire unità alla soggettività femminile, che il patriarcato spezzava tra sesso e costrutti sociali, e così consegnava all’irrilevanza.«Noi siamo e abbiamo un corpo e questo avere ed essere struttura il nostro porci nei confronti degli altri e del mondo»; nessuna e nessuno può partire da sé, dire il mondo come lo vede, se accetta di stare «alle determinazioni della sua natura o della sua condizione che sono precostituite: prima delle determinazioni esterne c’è lei, c’è un soggetto pensante capace di ragionare e concludere in base a quello che le risulta» (Luisa Muraro 1994).Le donne hanno o non hanno (finalmente) il diritto di parlare ciascuna per sé? E dopotutto, le donne esistono? Dopo decenni di lotta al patriarcato il dubbio si ripropone. Torna in voga il modello-Hegel, che il ddl Zan presuppone: il corpo è un nulla – un dato biologico, in effetti, non pensa e non sente – da cui si può prescindere con le sole operazioni della mente (l’autopercezione o identità di genere).L’unità corpo-mente del pensiero femminista è un’idea polemica e critica quanto meno alla pari – lo si concederà – dell’idea di identità di genere. Quest’ultima, per molte persone, ha un valore di liberazione, ma per molte altre è la prima idea ad avere quel significato. Non sta al legislatore stabilire se il corpo è solo biologia, o se esso è senso, storia e intelligenza perché tutto questo è, per ognuna e ognuno, la materia viva del nostro proprio esistere.Ma non si può ignorare che promuovendo azioni educative orientate a insegnare alle bambine che il loro sesso è solo biologia il legislatore si mette contro l’azione delle tante donne che porgono alle bambine l’idea opposta, affinché diano a se stesse valore e possano essere ciò che desiderano.La storia della rivolta femminile contro la cancellazione del proprio sesso non va sacrificata alla sacrosanta tutela delle persone omosessuali e bisessuali, transessuali e transgender. Questa la si può ottenere semplicemente nominandole, senza ricorrere alle parole-chiave di modernissime teorie, dall’antichissimo sapore patriarcale.    

L'Europa nega giustizia a Federico e Antonella

Clicca qui per vedere la conferenza stampa.  SENTENZA CEDU PENATI VS ITALIA L’EUROPA NEGA GIUSTIZIA A FEDERICO E ANTONELLA. A sei anni dalla presentazione del ricorso, la Corte Europea dei diritti dell’Uomo si è pronunciata ritenendo che nel caso di Federico Barakat non fosse stato violato il diritto alla vita.Federico è stato ucciso nel 2009 nell’ambito di un incontro protetto svoltosi all’interno di una struttura del Comune di San Donato Milanese; gli incontri protetti erano stati disposti dal Tribunale nonostante le numerose denunce di violenza della madre, Antonella Penati, e il rifiuto del minore ad incontrare il padre violento.In una situazione di conclamata violenza, il giudice, considerando la madre alienante, ha comunque preferito tutelare il diritto alla bigenitorialità, ossia il diritto del padre violento di vedere il figlio.Abbiamo dovuto attendere tutto questo tempo per apprendere che non ci sonoresponsabili se un bambino, mentre è affidato allo Stato, viene ucciso dal padre nell’ambito di un incontro protetto, ossia in un luogo che, per sua stessa definizione, dovrebbe preservare chi è vulnerabile e non dovrebbe essere violabile da parte di un uomo pericoloso, come era il padre (dotato di arma da fuoco e coltello) che ha ucciso Federico.Abbiamo anche appreso che gli incontri protetti, secondo il giudice italiano, che la Cedu ha avallato, avevano il ruolo di sostegno allo sviluppo educativo e psicologico del bambino, e non di salvaguardia del diritto all’integrità fisica e psichica e, più in generale, del diritto di protezione del minore.Constatiamo anche che la Corte, pronta ogni volta a censurare l’Italia per l’eccessiva durata dei tempi della giustizia, ha impiegato soltanto sei anni per rispondere ad un ricorso esprimendosi, peraltro, su un motivo non proposto.L’UDI, da sempre in prima linea nel contrasto alla violenza contro le donne, intervenire nel processo con l’avv. Fabrizia Castagna a sostegno di Antonella Penati, ha denunciato la completa inidoneità degli incontri protetti a fronteggiare la complessità della situazione, ma soprattutto ha rappresentato che erano state del tutto ignorate le Linee Guida dei Servizi per il diritto di visita e di relazione, adottate dalla Provincia di Milano.Benché esistano specifiche normative e misure a tutela della persona offesa, accade troppo spesso che ci siano femminicidi e figlicidi, perché accade che, in molti casi continui a persistere, da parte della magistratura italiana, una disarmante sottovalutazione del pericolo per la vita del minore e della donna, assegnando inspiegabilmente preferenza alla tutela del diritto del padre, anche se violento.Nel caso di Antonella Penati e di suo figlio Federico, è davvero sconcertante che non siano state riconosciute le innumerevoli denunce presentate dalla madre.Se soltanto si fossero valutate correttamente le ben 17 denunce presentate, se solo si fosse ponderata adeguatamente l’opportunità degli incontri, se solo si fosse tempestivamente optato per una sospensione degli stessi incontri, se solo si fosse dotata la struttura di presidi di sicurezza idonei a garantire l’effettiva incolumità del minore, se solo fosse stato installato un metal detector o anche solo garantita la presenza fisica di un operatore durante l’incontro, non è detto che la violenza non avrebbe comunque prevalso, ma certo avremmo potuto affermare che lo Stato avessefatto tutto ciò che poteva e che avrebbe dovuto fare per garantire e tutelare il diritto alla vita di Federico.Federico, infatti, non si trovava da solo per strada con il padre quando è stato ucciso.Federico si trovava in una struttura dello Stato, per adempiere ad un obbligo imposto dalle istituzioni italiane.E dunque, chi ha deciso che Federico quel giorno incontrasse l’uomo violento che rifiutava divedere?Chi ha deciso di non adottare misure minime di sorveglianza?Chi avrebbe avuto il potere e il dovere di proteggere Federico dall’aggressione violenta del padre?Secondo la Cedu, a quanto pare, nessuno.Con buona pace della tutela delle vittime di violenza domestica, che siano donne o che siano bambini.Per questo la sentenza ci sembra ingiusta e inadeguata a rispondere ai problemi posti. Per questo continueremo a batterci perché il diritto alla vita di donne e bambini sia un diritto fondamentale che lo Stato deve salvaguardare in tutti i modi e in tutte le forme possibili.Roma, 21.05.2021    

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