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Non vogliamo una guerra tra sessi
Gli haters sono una delle piaghe dei social network, un fenomeno che da anni cerchiamo di comprendere e contrastare, anche attraverso attività di sensibilizzazione nelle scuole rivolte alle ragazze e ai ragazzi.Oggi ci troviamo però di fronte a una forma di odio ancora più specifica e aggressiva: la misoginia diffusa e normalizzata negli spazi digitali.In un contesto in cui siamo ormai esposti quotidianamente a immagini e linguaggi di estrema violenza, persino nei confronti dei più piccoli, proliferano gruppi e comunità online che alimentano l'ostilità verso le donne, le mogli, le compagne e le femministe, rappresentandole come un problema da combattere o da eliminare.A questo linguaggio, a queste pratiche e a questa normalizzazione dell'odio verso le donne diciamo con forza: non ci stiamo.Non vogliamo una guerra tra i sessi, sia nel mondo virtuale che in quello reale. Vogliamo una società in cui donne e uomini possano vivere insieme nel rispetto reciproco, riconoscendo nelle differenze una ricchezza e non una minaccia.Per questo continuiamo a impegnarci contro ogni forma di violenza e discriminazione!
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DDL Valditara: non possiamo rispondere alla fame di sapere, alla necessità di capire sé e il mondo con gli steccati e i divieti, affidando ai genitori una responsabilità che non compete loro.
La libertà di esistere ed essere soggetti di diritto, indipendentemente dalla famiglia in cui si nasce, è uno dei fondamenti della Costituzione, il pensiero che ha accompagnato soprattutto le madri costituenti convergendo sull’idea di una famiglia come luogo di possibilità e non di interdizioni. Sono occorsi trent’anni e oltre per cancellare la potestà del padre e poi anche la parola potestà nel definire la relazione dei genitori con i figli mutandola in responsabilità. La scuola pubblica di una democrazia dovrebbe essere lo spazio di crescita nella libertà ed eguaglianza di possibilità offerta a tutte e tutti, affidata ad insegnanti capaci di educare e non solodi istruire.Nella scuola democratica ogni sapere, teorico pratico relazionale, dovrebbe essere a disposizione delle giovani generazioni in crescita e via via offerto alla loro crescente capacità critica rispondendo ai bisogni e ai desideri che vivono nell’infanzia e nella giovinezza chiedendo nutrimento.Non possiamo rispondere alla fame di sapere, alla necessità di capire sé e il mondo con gli steccati e i divieti, affidando ai genitori una responsabilità che non compete loro. Il rinnovato familismo introduce un dispositivo contrario all’art. 3 della costituzione con il quale la Repubblica democratica si impegna a rimuovere ogni ostacolo che, di fatto, introduce discriminazioni e differenze.Già nel 1984 l’introduzione della scelta dell’ora di religione cattolica affidata ai genitori ha aperto una crepa nell’ordinamento scolastico e ne ha incrinato la laicità.Quella scelta introduceva un fattore di autorità nella relazione tra genitori figli e scuola che spostava il diritto a crescere i propri figli nella cultura famigliare e lo trasformava in vincolo riducendo la libertà anche dei piccoli e delle piccole nel muovere i primi passi nel mondo garantiti dall’istituzione. Ancora più grave la decisione del ministro sull’educazione affettiva e sessuale, che diventa fattore divisivo delle classi, complicazione della già difficile gestione scolastica ma soprattutto riscrive la responsabilità genitoriale, condivisa con le istituzioni a tutela di tutti i nati e le nate, in potestà. Il fondamento individuale della libertà, tutelato dalla nascita in democrazia, viene attaccato a favore di una famiglia proprietaria che non va certo incontro al diritto di essere serenamentegenitori. Oggi i genitori hanno bisogno di una scuola che accompagni la genitorialità, non di nuove potestà.Nell’attuale sistema comunicativo che riversa sull’infanzia e l’adolescenza contenuti senza filtri, la scuola dovrebbe essere il luogo di un dialogo maieutico che consente di acquisire gli strumenti per affrontare i propri sentimenti e desideri, la crescita e mutamento del corpo, le relazioni amorose e gli alfabeti creativi che le governano senza violenza o costrizione. Il decreto di Valditara è insensato oltre che antidemocratico, non imbriglierà la realtà di bambini e bambine il cui destino è comunque crescere, di giovani che guardano al mondo come orizzonte, ma rappresenta una picconata alla democrazia e questo renderà più difficile la vita a quei giovani che pensa di tutelare con un moralismo ipocrita e una decisione pilatesca. Rosangela Pesenti Segreteria nazionale UDI
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2 GIUGNO: LA REPUBBLICA NASCE ANCHE DALLE DONNE
Il 2 giugno rappresenta una delle date fondative della nostra Democrazia.È il giorno in cui il popolo italiano scelse con voto libero la Repubblica e la Democrazia e, per la prima volta, anche le donne esercitano il diritto di voto e poterono essere elette affermando finalmente una conquista per la quale hanno lottato fin dalla nascita dello Stato italiano.Le donne sono state fondamentali per la fine della guerra e la vittoria della resistenza, donne che hanno rischiato la propria vita per la libertà del Paese e che, attraverso la lotta antifascista, hanno rotto definitivamente l’immagine imposta dal regime fascista che le voleva relegate esclusivamente al ruolo di moglie e madre.La Resistenza rappresentò per molte donne una presa di coscienza collettiva: dimostrarono capacità organizzative, coraggio, intelligenza politica e senso di responsabilità verso la comunità.Furono staffette, combattenti, organizzatrici, infermiere, donne capaci di tenere insieme la sopravvivenza quotidiana e la costruzione di una nuova idea di Paese.Dentro quella lotta durissima nacque l’Udi che lottò da subito proprio per il diritto di voto e si schierò con la scelta della Repubblica.Nel 1944 l’associazione costituì il Comitato Pro Voto e avviò un enorme lavoro di alfabetizzazione politica rivolto alle donne. Bisognava spiegare cosa significasse votare, perché fosse importante partecipare, come si esercitasse concretamente quel diritto negato per secoli.Le donne risposero con entusiasmo straordinario.Le testimonianze raccontano di file lunghissime davanti ai seggi fin dalle prime ore del mattino, di donne con i figli piccoli e la merenda portata da casa per affrontare l’attesa, di abiti della festa tirati fuori dagli armadi perché quel gesto aveva il valore di un rito civile e collettivo.Le donne furono circa un milione in più degli uomini a recarsi alle urne.Guardando i numeri di quella mobilitazione ci piace pensare che l’attivismo delle donne Udi fu importante, se non determinante, nell’affluenza femminile alle urne.Alla Costituente vennero elette 11 donne, su 21, che sono fondatrici dell’Udi e protagoniste di quella mobilitazione.La loro presenza e i loro interventi saranno fondamentali per imprimere nella Costituzione il ripudio della guerra, il rifiuto della discriminazione di sesso e di razza, la richiesta di una eguaglianza sociale, di fatto, con l’impegno della repubblica a rimuove gli ostacoli, la fine della schiavitù sessuale coatta delle donne nella prostituzione e nel matrimonio, una visione della famiglia che ha poi accompagnato le lotte per la rimozione delle distinzioni tra figli nati dentro e fuori dal matrimonio e l’equiparazione dei coniugi in ogni diritto e dovere compresa la genitorialità e il divorzio.L’azione dall’Udi, dalla Costituente in poi, è rivolta alla rimozione degli ostacoli nella vita delle donne e al riconoscimento di una cittadinanza non omologata al maschile.Oggi, a ottant’anni da quella conquista, possiamo dire che il lungo percorso delle donne e dell’UDI ha contribuito a rendere possibile uno scenario che allora sarebbe apparso impensabile: una Presidente del Consiglio donna e una leader dell’opposizione donna. Sono il segno di una trasformazione profonda della società italiana.Tuttavia, non possiamo illuderci che la parità sia stata raggiunta. I numeri ci raccontano ancora una realtà segnata dalle disuguaglianze: la presenza femminile nei luoghi decisionali resta insufficiente, così come rimane molto bassa la percentuale di donne nei ruoli apicali dell’economia, delle istituzioni e del mondo del lavoro.Persistono stereotipi culturali profondamente radicati che continuano a condizionare le opportunità e la rappresentazione delle donne. Troppo spesso il dibattito pubblico e mediatico continua a concentrarsi sull’aspetto fisico, sull’abbigliamento o sulla vita privata delle donne invece che sulle loro competenze, sulle loro idee e sulle loro capacità politiche e professionali.La lotta più urgente oggi non è soltanto conquistare diritti formali, ma renderli realmente esigibili nella vita quotidiana.Il nodo centrale resta la disuguaglianza strutturale tra autonomia economica e carico di cura.Ancora oggi moltissime donne, anche quando lavorano, sostengono quasi interamente il peso del lavoro domestico, della cura dei figli, degli anziani e della gestione familiare. Un lavoro essenziale ma invisibile, non riconosciuto economicamente e socialmente.Questa disparità produce conseguenze concrete: carriere più fragili, stipendi più bassi, pensioni insufficienti, minore libertà e autonomia nelle scelte di vita.Per questo il vero cambiamento necessario è prima di tutto culturale.Le leggi sono fondamentali, ma non bastano se non cambia l’idea implicita di ciò che la società si aspetta da una donna e da un uomo. Le disuguaglianze si riproducono spesso nei gesti quotidiani, nei linguaggi, nelle aspettative familiari, nei modelli educativi e sociali.La vera parità sarà raggiunta quando le scelte di vita non saranno più giudicate attraverso il filtro del genere. Quando non sembrerà più eccezionale che una donna occupi spazi di potere e responsabilità o che un uomo si assuma pienamente il lavoro di cura.Il 2 giugno ci ricorda allora che la Democrazia non è mai una conquista definitiva.È un processo che va continuamente difeso, ampliato e reso concreto.Siamo tutte figlie di quella storia di conquista dei diritti fondamentali, fare i conti con l’eredità di quelle donne significa per noi misurarci ancora sul significato concreto del fare associazione tra donne, per costruire un futuro in cui lo spazio per la nostra libera esistenza si faccia visione di un altro mondo possibile. Ilaria Scalmani Responsabile nazionale UDI
